La miseria della vanagloriah


Per sentirci in colpa è troppo tardi, per riportarla in vita anche.
Forse l'unica cosa che ci resta da fare è smettere di parlare di lei subito, all'istante.

Pavese nella sua lettera d'addio, chiedeva perdono a tutti e tutti perdonava, ma raccomandava una cosa: "Non fate troppi pettegolezzi".


Ma poi perché preoccuparsi di qualcosa che non l'avrebbe mai toccato da morto? Non lo so, probabilmente perché era una persona seria. Non voleva che si ipotizzasse, che si facesse salotto intorno al suo suicidio, che ci si sentisse in colpa per un dolore di cui solo lui conosceva il vero volto. Non voleva che si aggiungesse la beffa a quel mal di vivere così intenso da far diventare la vita un mestiere.
Ironicamente serio, dissacrava gli afflati del cuore con un'ultima battuta: ammoniva gli amici e chiedeva loro un unico favore, il diritto all'oblio.

Facciamo tesoro di quel monito: tacciamo. Il tempo che ci avanza, usiamolo in altro modo. Alleniamo il rispetto, unico muscolo che avrebbe fatto la differenza. Differenza non sul web, per carità, ultimo anello di un processo incontrovertibile, ma in macchina, una sera neanche tanto lontana, quando un qualsiasi Caino ha gonfiato il petto e ha deciso che al piacere sterile dell'atto intimo senza testimoni, preferiva la vigliaccheria del branco con cui commentare la prodezza al bar.

Lo spettacolo ansimante della piccolezzah e della vanagloriah.




2 commenti:

  1. Sembra atrofizzato il muscolo del rispetto di cui parli. Spompato dal web, infiammato dal desiderio di esporsi, indebolito dalla poca abitudine a pensare all' Altro e a che cosa può succedergli dentro. Mi sembra di essere mio nonno a parlare così. Non c' è più rispetto, direbbe lui, ma in fin dei conti lo diceva anche il grande Zucchero.
    Capita che per lavoro mi tocchi parlare a dei ragazzi di sessualità e affettività. Un fattaccio di cronaca attraversa i TG, e subito ti chiamano a fare ordine e...a spiegare. Che cos' è la pornografia, che cosa si rischia navigando in rete, come fare sesso sicuro, l' uso intelligente dei social. PUTTANATE.
    Non c' è carenza di cose da sapere, ma di sensazioni da sentire, e di tempo per pensare. Chi è il mio compagno di banco veramente, quali emozioni provo dentro di me, di che cosa sono fatti il terrore e la paura, che cosa è intimo e sacro e profondamente mio, o suo. Queste e moltissime altre cose sono quelle necessarie, ma che purtroppo mancano in maniera plateale. È questo che spesso mi trovo davanti: handicappati emotivi che non vanno al di là della loro testa, che faticano a connettere emozioni e ragionamenti, seduti tra i banchi di un sistema scolastico fallimentare e ladro di potenzialità.
    Si insegna più algebra che senso critico, è questo il punto. Classi sempre più numerose, gruppi foltissimi, lista di amici lunga un chilometro. Ma zero rapporti relazionali da cui si possa apprendere qualcosa su di sè e sugli altri.
    E poi succede che, qualche anno più tardi, una tipa faccia girare un bel video tra gli amici per sentirsi esistere, una tipa che non ha capito se è felice o disperata (ma che purtroppo lo capirà a sue spese). E che qualche coglione emotivamente cieco schiaffi in rete le ingenuità di questa ragazza, la sua sottile fragilità, senza accorgersi che così le sta sparando al cuore.

    Il tuo post mi ha fatto pensare al Fatto del Giorno. Purtroppo, un giorno come tutti gli altri.

    g

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  2. Un'analisi perfetta Gabriele. Penso anche io che ci sia sempre meno umanità e meno vicinanza. Troppi input, troppe distrazioni, passiamo da una persona all'altra con la stessa velocità con cui cambiamo umore nel corso di una giornata. Ho scritto questo post principalmente per fissare il principio a cui io stessa devo attenermi di più. Saper vedere oltre. Oltre le mie azioni ma anche oltre la barriera che mi divide dall'Altro, dal prossimo, sperando che mi riservi prima o poi la stessa cortesia.

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