Via il Dente, via il dolore







C’era una volta un cantante, 

che un bel giorno si fece sorprendere da un’idea allettante. 

-Perché- si disse- non provare anche a scrivere? 

Ma non una canzone, piuttosto favole di letteraria creazione. 

E subito nell’agone si cimentò.

Chiamò un illustratore bravissimo, Matticchio, 

che prestò la sua matita con grande rischio. 

Il risultato fu un’elogio alla vecchia strada

Che non dovrebbe mai essere lasciata per la nuova. 

Fu così che Matticchio si confermò geniale illustratore

E il cantante si rivelò pessimo scrittore. 

Ché la lingua (italiana) ahimè,

batte dove il Dente, esser narratore vuole. 




Poi ecco, io non è che sia una di quelle fissate con l’ecologia. Però quando vedo poesiole corte e così brutte, in quel mare di pagina tutto vuoto, con tutta quel ben di dio di carta sprecato, un pensiero ai poveri alberi martiri mi vien da farlo eh.

Sono principalmente un dorso

Che una volta ogni tanto non vuol dire per forza avere "la faccia come il culo".

[L'ultimo ballo di Charlot] Fabio Stassi

Onofri è una palla di neve



È che le righe seguenti, avrei potute scriverle già da quando ero a pagina 20, ma sarebbero state assunto e non riassunto di ciò che ho capito leggendo questo libro. Perché già dalle prime pagine io pensavo che Onofri dev’essere proprio una persona fortunata. E più andavo avanti, più trovavo conferma di quella mia conclusione precoce: “Và che buongustaio questo Onofri, và che begli amici che ha, và che belle cose che gli sono capitate, và che bei luoghi che ha visto, và che spasso quando fece, quando andò, quando disse…”. Ora, il punto è che io, ho un’abitudine che molti giudicheranno pessima, ma a me serve. Ed è quella di fare orecchie al libro ogni qualvolta leggo qualcosa su cui voglio tornare successivamente, e per le più svariate ragioni: perché ho letto una cosa che ho sempre pensato ma che non avrei mai saputo tradurre così bene a parole, perché ho scoperto un termine che non conoscevo, perché si cita un altro autore che mi intriga, che non conosco, e che devo cercare su Google ma aspetta che prima finisco di leggere il libro, perché c’è un passo che mi ricorda un cosa e che devo leggere all’unica persona che so ricorderà la stessa cosa mia. E così via. Ovviamente anche il libro di Onofri non ha potuto sottrarsi alle mie cure “otoiatriche”, e così alla fine, unendo idealmente tutte le orecchie a mo’ di puntini dall’1 al 100 come fossimo alle prese con un noto giochino della Settimana Enigmistica, ne esce precisa precisa, sputata sputata, l’immagine del profilo Facebook di Massimo Onofri. Una volta vista, non ho avuto più dubbi. Quello che ho letto nel libro è tutto vero. Per chi fosse troppo pigro per andare a guardarla, ora ve la “racconto”: è una foto in bianco e nero che riprende Onofri, diciamo a mezzo busto. Diciamo perché, teoricamente le foto a mezzo busto precludono la vista di gambe e anche di braccia, che invece qui - le braccia- si vedono perfettamente, dato che l’autore, munito di sorriso tra il sornione e il rilassato, le incrocia dietro la testa ed è presumibilmente seduto. Insomma quella classica posa di chi, soddisfatto di sé e della vita che conduce, si ritaglia la pausa di tempo giusta, per stiracchiarsi e prendere distanza e coscienza, di ciò che ha fatto fino ad allora. E di sorriderne con un certo legittimo compiacimento. Gli occhi non si vedono bene, perché accompagnando il sorriso, si atteggiano ad arco e sorridono anch’essi; ma si riesce a indovinare la loro direzione, cioè verso colui/colei che scatta la foto. Mi piace pensare che chi ha scattato la foto possa essere Nicoletta, piccola donna che ho imparato a riconoscere tra le pagine perché presenza costante e discreta per tutto il libro, ma il vestito formale di Onofri potrebbe far pensare invece a uno scatto rubato durante la pausa di una qualsiasi conferenza, magari proprio per pubblicizzare il libro. Sta di fatto che è una di quelle foto che fa pensare che le belle persone debbano essere sempre ritratte in questo modo: in pace. Ed è qui che volevo arrivare: Carver diceva che l’ispirazione è come una palla di neve, che rotolando si ingrossa. Credo che Onofri abbia percorso per anni la Sardegna con lo stesso slancio. E nella corsa gli siano rimaste attaccate un sacco di altre cose e persone. Così “Passaggio in Sardegna”, da ciò che avrebbe potuto essere (una banale mappa di luoghi) è diventato qualcosa di più. Una guida Michelin di luoghi che diventano umani per via delle persone che li abitano e persone che diventano luoghi perché così belle da volerle “abitare”, anche solo per il tempo di un caffè. Non credo che questo variegato campionario d’umanità si sia imbattuto in Onofri per circostanze fortuite o solo per lavoro o necessità. Perché alla fine, al netto degli aneddoti, delle riflessioni e delle citazioni, ciò che mi ha colpito di più di questo libro è la premura che Onofri rivolge ai luoghi e alle persone, che siano colleghi, amici, allievi o camerieri di un ristorante. E questa è una virtù che può indubbiamente derivare al 40% dalla sua enorme cultura,  facilmente ravvisabile nel tratto della penna e del pensiero, ma ci metto la mano sul fuoco, proprio ci giurerei, che al 60%, è frutto di quella bellezza interiore che illumina chiunque sia capace di parlare di se stesso descrivendo chi nella sua vita l’ha sfiorato. Frutto di chi la pace se la porta dentro, come solo la foto di un uomo con le mani intrecciate dietro la nuca può descrivere.

67 anni per capire il senso dell'armonia

Era il 1948 quando il romanzo da cui provengono queste parole, vinse il Premio Viareggio ex aequo con "Menzogna e sortilegio" della Morante. Sessantasette anni per capire il senso dell'armonia.
- La confusione dei sessi mi irrita, detesto la confusione dei sessi. In questa materia amo la chiarezza: da una parte ci sono le donne coi loro caratteri precisati bene, riconosciuti universalmente, e la loro femminilità; dall'altra gli uomini coi loro caratteri, ben definiti e definitivi, e la loro virilità. Questi sono destinati ad incontrarsi, e sta bene, succederà quello che deve succedere [...]- Non c'è nulla di definito e di definitivo, di assoluto nell'opera della natura e nella vita umana che è parte di essa. Codeste divisioni fatte con l'ascia, rappresentano una violenza, una tirannia. [...] E giacché hai parlato di religiosità ti dirò che la mia religiosità mi spinge a giudicare con la massima cautela e il maggiore rispetto tutto quello che è diverso da me. Gli uomini si inquietano quando scoprono uno che è diverso da loro, ne hanno paura, si rifiutano di conoscerlo; per la loro intima tranquillità vorrebbero sapere che tutti gli altri sono uguali a loro, ricorrono alla violenza per questo fatto, divengono irragionevoli e violenti per paura.
- Mi inquietano perché costoro sciupano un'armonia.
- Per grande e bella che possa essere, non v'è armonia che non sia caduca, e come tutte le cose destinata a perire, può darsi che essi siano gli elementi già di un'armonia nuova, o i superstiti di armonie defunte.

[I Fratelli Cuccoli] Aldo Palazzeschi /214

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