Attenzionatevi 'sto post

Ok. Il verbo "attenzionare" purtroppo esiste. Come anche (sempre purtroppo) il suo participio passato "attenzionato". Ma a parte il lessico tecnico-burocratico entro il quali l'uso dovrebbe rimanere confinato, è oggettivamente orrendo e indigesto quanto un'ernia più peperonata. Eppure, com'è, come non è, sta entrando in voga. E se non siamo ancora riusciti a far capire l'uso corretto del "piuttosto", ché fatevene una ragione, NON equivale alla "o" disgiuntiva, figuriamoci se abbiamo speranze che non si abusi di un termine, ahimè corretto, ma che già nel '64 veniva definito da Pallotta: "mostriciattolo del lessico burocratico, trasferitosi tuttavia, talora, nelle aule parlamentari". No, non so se ce la posso fare.

Che per oggi facciamo che sia àncora.

[Dalla vita degli oggetti] Adam Zagajewski /65

Notziole superflue

Dopo non so quanto tempo, riapro i commenti. Se non risponderò, non sarà per maleducazione, ma per disabitudine al confronto col genere umano. Sorry.

I'm Not A Wonder Woman



C’è questa cosa del tempo che deve passare che non mi convince. E c’è quella canzone di De Gregori che dice che “levato il piccolo Ninetto scemo, che continuò a giocare. Con una mano dentro ai pantaloni e un piede leggermente sollevato urlò nel cinema la sua domanda: Chi è che ti ha mandato?” Ecco, ma chi è che ti ha mandato? A giocare a shangai con le mie pagliuzze di serenità, a cadermi addosso senza insegnarmi il metodo per levarti di dosso, eppure continuo a dirmi che non è colpa mia, è solo un film, è tutto mio, dovrei esserne gelosa, ma come si fa ad essere gelosi di una cosa che non funziona se non in due, è come combattere il Fatalis Bianco di Monster Hunter Freedom da soli, non ce la si può fare, oppure sì, ma perdendo prima tutte le vite. E allora riavvolgo la pellicola e mi accorgo di sapere quando tutto è iniziato, ci ho pensato prima, quando dalla mia finestra calcolavo quanta poca distanza tra di noi ci sia in linea d’aria, e ho capito quand’è che tu hai premuto Play. Dev’essere quella sera, quando distrattamente, e non ti perdonerò mai il distrattamente, mi hai detto “mi merito anche io un po’ di felicità”. Dev’essere quello il momento in cui mi son seduta dentro un cinema buio, che per me era un buio a colori, a guardare il trailer di una felicità improvvisa, eppure all’intervallo ero sola e già mi chiedevo com’è che non fossi seduto accanto a me, a goderti quei palpiti incastrati tra la fila C e la fila E. Che poi, parliamoci chiaro, chiaro come l’angolo dell’occhio quando guarda di traverso, cosa devo imparare ancora? A rialzarmi dalla fantasia, ed è così grave che ci sia cascata adesso quando mi sentivo forte della mia presenza nel mondo, adesso che pensavo di essere cresciuta e di saper dominare il mio desiderio di baci festosi e risoluti. Perché hai lasciato che venissi addomesticata dai nomignoli scemi che mi davi? Che sembra un po’ quella storia della volpe del Piccolo Principe, peccato che io non sia quella volpe, ma casomai quella della favola di La Fontaine che non arrivava all’uva e poi come finiva? Non lo so, sono rimasta conficcata nel tutore della vite. Hai mai pensato a quando la neve cadeva sul profilo delle notti a parlare fitto fitto, così fitto che quando mi svegliavo per sentire se il cuore era ancora a la coque, pensavo che le trame di una storia debbano sempre essere così fitte, ci hai pensato almeno una volta che hai fatto il brutto errore di lanciarmi nel vuoto delle promesse senza mettere una corda di sicurezza, ci hai pensato che andare al cinema da soli a vedere un film di ingiustizia individuale è triste oltre che inutile? Forse speravo in un Ciao, io vado, e invece ti ho visto fare battute, sempre battute, persino coi titoli di testa ti ho visto ridere, ma adesso mi sorge il dubbio che fosse un deridere e che l’oggetto non fosse esattamente il film. Sto cercando un rimedio, vorrei dimagrire, e perdere l’eccesso di grasso e di insicurezza, sciogliere la buccia d’arancio e dei ricordi. Devo informarmi, ci sarà pure un corso ad hoc, ci sarà pure una piscina che dedica una vasca a questo genere di problemi cardiaci, braccioli inclusi. Non lo so, forse l’ho meritato, come ci si merita una bella lezione, ma ti giuro, che non l’ho proprio capito, cos’è che devo espiare, se non un amore sfuso come il gelato nel cono, che diventa fuso quando gocciola così, sulla punta delle scarpe, quella punta che ho guardato così tanto quando nella sala d’attesa di quel ridicolo reparto dedicato allo specchio dell’anima, non trovavo il coraggio di alzare la testa e dirti, piacere sono io, vuoi abitarmi per un po’?

E fumiamolo anche.


L'uomo che se avesse lasciato le cose come stavano, avremmo campato lo stesso






Due cosucce veloci: restringendo il sugo ai minimi termini, ci troviamo davanti alla storia del protagonista di Up, solo un po' più burbero, tipo Clint Eastwood in Gran Torino, ma meno sboccato. L'end, senza essere definitivamente happy, ha comunque sapore di Tavernello: una cosa alla buona che accontenta tutti senza ubriacare nessuno. Certo: penna fluida, qualche passaggio più vivo degli altri, come blogger Backman non dev'essere niente male, ma si sa che tra un blog e un libro c'è di mezzo il mare, e allora ripassiamoci cosa recita la fascetta: “Se esistesse un premio per il libro più commovente dell’anno, questo romanzo l’avrebbe vinto”. 


Ecco: quando ho chiuso il libro e me la sono riletta, mi sono anche resa conto del perché gli americani continuino a incoraggiare la produzione di soap opere come Beautiful.

VIV(i)A(n)







Ieri mi son vista questo film che mi sono regalata da sola e che mi son vista da sola, e quindi dato che c'ero, sempre da sola, mi sono anche fatta un altro film in testa, che è una sorta di sequel ma anche un prequel. A parte, che quando ho finito di vederlo, stavo così:

Ph. Vivian Maier

Comunque quando mi è passata la fase melò acuta,  ho pensato che se avessi a disposizione una macchina del tempo, e potessi per caso conoscere Vivian, sapendo di lei ciò che adesso so, piuttosto che conoscerla e frequentarla, mi piacerebbe capirla, e vorrei che fosse una vibrazione che ci colga entrambe, e che anche lei lo senta, che ha davanti qualcuno che sa di che sostanza è fatta. Perché per quanto misteriosa fosse, una cosa mi è parsa chiara alla fine: che vivere e morire soli sarà anche brutto, ma è molto peggio morire incompresi. E lei purtroppo lo sapeva. Che forse era l'unica viva in un mondo di alienati. 

Ph. Vivian Maier