80 anni di Woody





Nel marzo del 1964, presso il Mr. Kelly's di Chicago, venne registrato il primo monologo di Woody Allen, poi definitivamente inciso col titolo "Private life". 
Inutile dire che le premesse perché oggi, che compie 80 anni, lo ringraziassimo di esserci stato e di esserci ancora, c'erano già tutte ed erano già in abito da Gran Galà.

Dall'ultima volta che ci siamo sentiti ci sono stati, nella mia vita privata, molti mutamenti significativi, di cui stasera possiamo parlare. Per, come dire, valutarli. Ho cambiato casa. Comincio dall'inizio. Prima abitavo nell'East Side, a Manhattan, ma venivo continuamente rapinato, aggredito e sadicamente picchiato nelle gengive. Allora mi sono trasferito in un palazzo di Park Avenue, uno di quei palazzi col portiere in livrea, sorvegliatissimo, costosissimo e magnifico. Ci abitavo da due settimane quando sono stato aggredito dal portiere.
 
Non so cos'altro c'è di nuovo… Ah sì! Dall'ultima volta che ci siamo sentiti sono diventato una Società in Accomandita. L'anno scorso, ebbi difficoltà col fisico. Volevo dedurre dal reddito imponibile la spesa per lo psicanalista, in quanto "cure mediche", ma all'Ufficio Imposte Dirette mi dissero che rientrava sotto la voce "divertimenti". Si arrivò a un compromesso, rubricandola come "contributi religiosi". Quest'anno dunque ho fondato una società. Io ne sono il presidente, mia madre ha la vice presidenza, mio padre ne è il segretario perpetuo, mia nonna il tesoriere. Mio zio è nel Consiglio d'Amministrazione. Si sono coalizzati e hanno cercato di dimissionarmi. Io ho stretto un'alleanza di interessi con lo zio e abbiamo mandato mia nonna in galera.
 
Mi sono iscritto all'università, per laurearmi in filosofia.
Frequentavo corsi di filosofia teoretica, come "Verità e Bellezza" e "Introduzione a Dio", nonché "Propedeutica alla Morte". Fui espulso, alla fine del primo anno, perché sorpreso a copiare all'esame scritto di metafisica. Sbirciavo dentro l'anima del mio compagno di banco. In seguito alla mia espulsione, mia madre - donna molto sensibile - si chiuse in bagno e si fece un'overdose di pedine della dama.

Sono stato in analisi. Questo lo saprete già, sul mio conto. Da giovane, andavo in terapia di gruppo poiché non potevo permettermi una psicanalisi individuale. Fra noialtri nevrotici si disputava un campionato di baseball. Io ero il capitano della squadra dei Paranoici Latenti. Le partite si svolgevano la domenica mattina. Memorabile l'incontro fra Rosicchiatori di Unghie e Piscialletto. Vedere dei nevrotici giocare a baseball è uno spasso. Io, se commettevo un fallo, ero oppresso da sensi di colpa. Inoltre, ho un cugino al quale i miei genitori volevano più bene che a me, da piccoli. E questo mi ha distrutto. Laureatosi a pieni voti, mio cugino si mise a fare l'assicuratore. Si è sposato con una ragazza molto magra e sono andati ad abitare nei sobborghi, dove hanno ogni sorta di status symbols: casa di loro proprietà, automobile, pelliccia di visone, assicurazione contro il furto e l'incendio, assicurazione sulla vita. La moglie ha anche un'assicurazione sull'orgasmo. Se il marito non riesce a soddisfarla sessualmente, la polizza prevede un indennizzo mensile in denaro.
 
Non so cos'altro dirvi sul mio conto. Ho fatto lo scrittore e l'attore.
Scrivevo per la televisione. Per diventare attore frequentai una scuola di recitazione. Come saggio finale demmo Gedeone di Paddy Chayefsky. In Gedeone io facevo la parte di Dio. Mi immedesimai tanto nella parte - secondo i canoni di quella scuola - che la vivevo anche fuori scena. Ero divino. Veramente favoloso. Andavo in giro in doppiopetto blu. Mi spostavo in tassì da un capo all'altro di New York. Davo mance da padreterno, come avrebbe fatto Lui. Una volta litigai con un tale, e lo perdonai. Sul serio. Mi aveva pestato un piede e io gli dissi: "Cresci e moltiplicati!''
 
Ma non mi espressi esattamente così.

La verità, vi prego, sull'amore


Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo,
e alcuni che è un’assurdità,
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami,
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama,
o avrà un profumo consolante?
E’ piangente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
E’ tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.

I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta,
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità, vi prego, sull’amore.

Sono andato a guardare nel bersò;
lì non c’era mai stato;
ho esplorato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l’aria balsamica di Brighton.

Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio,
e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
E’ un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.

~ Wystan Hugh Auden


[Addio]

Le tue parole
hanno fatto a brandelli il cielo
hanno distrutto il bosco
gli scoiattoli
i tuoi baci.
Nel mio corpo ci sono cinquanta milioni di cellule
d'ora in poi il loro ruolo sarà un altro
d'ora in poi penseranno in modo diverso
d'ora in poi si divideranno in modo inaspettato
d'ora in poi posso amare altri uomini e non te.

[I pesci non hanno gambe] Jòn Kalman Stefànsson

L'enigmistica del sentimento

[Cento poesie d'amore a Ladyhawke] Michele Mari

The funeral train

Un funerale nella metro. Si sarà mai visto? 
Un funerale in treno, sì, si è visto. A parte che "treno" significa anche "canto funebre", nel 1968 c'è stato il famoso viaggio ferroviario della salma di Robert Kennedy, da New York, dove si erano svolti i funerali, a Washington, dove fu inumata vicino a quella del fratello John. I ferrovieri, ribellandosi agli ordini dei servizi segreti, posarono la bara sugli schienali dei sedili in modo che fosse visibile attraverso i finestrini dalla folla che si dispose lungo i binari:

«Era l'8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d'estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettava lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell'America, è durato un'intera giornata, era fatto per il popolo. Era il "funeral train".»

Così ha detto a Mario Calabresi Paul Fusco, fotografo di "Look Magazine", che era sul treno e scattò duemila fotografie alle persone che vedevano passare il loro mancato presidente. Pochissime di queste vennero pubblicate, allora. Sono state ritrovate in un archivio, quarant'anni dopo. Forse quello del funerale in metro non è un pensiero opportuno, da fare [...] io però sono in metro e sto pensando.


[M-Una metronovela] Stefano Bartezzaghi /165














 

Meanwhile in Virginia...



Qualche settimana fa, in Virginia, mentre faceva shopping a Richmond, un fotografo si è imbattuto in vari negativi chiusi in una scatola. Li ha ovviamente acquistati, portati a casa e sviluppati. Risultato: due giovani donne in riva al mare. Gli scatti sono sorprendentemente belli e risalgono presumibilmente agli anni '40-'50. E così, è partita la caccia alle sconosciute dei negativi. Un altro caso Meier? Non lo so. Certo è che le repliche come i remake, di solito non escono mai bene come gli originali. Al di là della riuscita delle foto. E poi perché per una volta, non confidare in un epilogo felice? Modelle e fotografo/a che finalmente raccontano in prima persona la storia che c'è dietro ogni scatto. Io ci spero.

Qui trovate anche le altre foto, e la notizia originale.






Via il Dente, via il dolore







C’era una volta un cantante, 

che un bel giorno si fece sorprendere da un’idea allettante. 

-Perché- si disse- non provare anche a scrivere? 

Ma non una canzone, piuttosto favole di letteraria creazione. 

E subito nell’agone si cimentò.

Chiamò un illustratore bravissimo, Matticchio, 

che prestò la sua matita con grande rischio. 

Il risultato fu un’elogio alla vecchia strada

Che non dovrebbe mai essere lasciata per la nuova. 

Fu così che Matticchio si confermò geniale illustratore

E il cantante si rivelò pessimo scrittore. 

Ché la lingua (italiana) ahimè,

batte dove il Dente, esser narratore vuole. 




Poi ecco, io non è che sia una di quelle fissate con l’ecologia. Però quando vedo poesiole corte e così brutte, in quel mare di pagina tutto vuoto, con tutta quel ben di dio di carta sprecato, un pensiero ai poveri alberi martiri mi vien da farlo eh.

Sono principalmente un dorso

Che una volta ogni tanto non vuol dire per forza avere "la faccia come il culo".

[L'ultimo ballo di Charlot] Fabio Stassi

Onofri è una palla di neve



È che le righe seguenti, avrei potute scriverle già da quando ero a pagina 20, ma sarebbero state assunto e non riassunto di ciò che ho capito leggendo questo libro. Perché già dalle prime pagine io pensavo che Onofri dev’essere proprio una persona fortunata. E più andavo avanti, più trovavo conferma di quella mia conclusione precoce: “Và che buongustaio questo Onofri, và che begli amici che ha, và che belle cose che gli sono capitate, và che bei luoghi che ha visto, và che spasso quando fece, quando andò, quando disse…”. Ora, il punto è che io, ho un’abitudine che molti giudicheranno pessima, ma a me serve. Ed è quella di fare orecchie al libro ogni qualvolta leggo qualcosa su cui voglio tornare successivamente, e per le più svariate ragioni: perché ho letto una cosa che ho sempre pensato ma che non avrei mai saputo tradurre così bene a parole, perché ho scoperto un termine che non conoscevo, perché si cita un altro autore che mi intriga, che non conosco, e che devo cercare su Google ma aspetta che prima finisco di leggere il libro, perché c’è un passo che mi ricorda un cosa e che devo leggere all’unica persona che so ricorderà la stessa cosa mia. E così via. Ovviamente anche il libro di Onofri non ha potuto sottrarsi alle mie cure “otoiatriche”, e così alla fine, unendo idealmente tutte le orecchie a mo’ di puntini dall’1 al 100 come fossimo alle prese con un noto giochino della Settimana Enigmistica, ne esce precisa precisa, sputata sputata, l’immagine del profilo Facebook di Massimo Onofri. Una volta vista, non ho avuto più dubbi. Quello che ho letto nel libro è tutto vero. Per chi fosse troppo pigro per andare a guardarla, ora ve la “racconto”: è una foto in bianco e nero che riprende Onofri, diciamo a mezzo busto. Diciamo perché, teoricamente le foto a mezzo busto precludono la vista di gambe e anche di braccia, che invece qui - le braccia- si vedono perfettamente, dato che l’autore, munito di sorriso tra il sornione e il rilassato, le incrocia dietro la testa ed è presumibilmente seduto. Insomma quella classica posa di chi, soddisfatto di sé e della vita che conduce, si ritaglia la pausa di tempo giusta, per stiracchiarsi e prendere distanza e coscienza, di ciò che ha fatto fino ad allora. E di sorriderne con un certo legittimo compiacimento. Gli occhi non si vedono bene, perché accompagnando il sorriso, si atteggiano ad arco e sorridono anch’essi; ma si riesce a indovinare la loro direzione, cioè verso colui/colei che scatta la foto. Mi piace pensare che chi ha scattato la foto possa essere Nicoletta, piccola donna che ho imparato a riconoscere tra le pagine perché presenza costante e discreta per tutto il libro, ma il vestito formale di Onofri potrebbe far pensare invece a uno scatto rubato durante la pausa di una qualsiasi conferenza, magari proprio per pubblicizzare il libro. Sta di fatto che è una di quelle foto che fa pensare che le belle persone debbano essere sempre ritratte in questo modo: in pace. Ed è qui che volevo arrivare: Carver diceva che l’ispirazione è come una palla di neve, che rotolando si ingrossa. Credo che Onofri abbia percorso per anni la Sardegna con lo stesso slancio. E nella corsa gli siano rimaste attaccate un sacco di altre cose e persone. Così “Passaggio in Sardegna”, da ciò che avrebbe potuto essere (una banale mappa di luoghi) è diventato qualcosa di più. Una guida Michelin di luoghi che diventano umani per via delle persone che li abitano e persone che diventano luoghi perché così belle da volerle “abitare”, anche solo per il tempo di un caffè. Non credo che questo variegato campionario d’umanità si sia imbattuto in Onofri per circostanze fortuite o solo per lavoro o necessità. Perché alla fine, al netto degli aneddoti, delle riflessioni e delle citazioni, ciò che mi ha colpito di più di questo libro è la premura che Onofri rivolge ai luoghi e alle persone, che siano colleghi, amici, allievi o camerieri di un ristorante. E questa è una virtù che può indubbiamente derivare al 40% dalla sua enorme cultura,  facilmente ravvisabile nel tratto della penna e del pensiero, ma ci metto la mano sul fuoco, proprio ci giurerei, che al 60%, è frutto di quella bellezza interiore che illumina chiunque sia capace di parlare di se stesso descrivendo chi nella sua vita l’ha sfiorato. Frutto di chi la pace se la porta dentro, come solo la foto di un uomo con le mani intrecciate dietro la nuca può descrivere.

67 anni per capire il senso dell'armonia

Era il 1948 quando il romanzo da cui provengono queste parole, vinse il Premio Viareggio ex aequo con "Menzogna e sortilegio" della Morante. Sessantasette anni per capire il senso dell'armonia.
- La confusione dei sessi mi irrita, detesto la confusione dei sessi. In questa materia amo la chiarezza: da una parte ci sono le donne coi loro caratteri precisati bene, riconosciuti universalmente, e la loro femminilità; dall'altra gli uomini coi loro caratteri, ben definiti e definitivi, e la loro virilità. Questi sono destinati ad incontrarsi, e sta bene, succederà quello che deve succedere [...]- Non c'è nulla di definito e di definitivo, di assoluto nell'opera della natura e nella vita umana che è parte di essa. Codeste divisioni fatte con l'ascia, rappresentano una violenza, una tirannia. [...] E giacché hai parlato di religiosità ti dirò che la mia religiosità mi spinge a giudicare con la massima cautela e il maggiore rispetto tutto quello che è diverso da me. Gli uomini si inquietano quando scoprono uno che è diverso da loro, ne hanno paura, si rifiutano di conoscerlo; per la loro intima tranquillità vorrebbero sapere che tutti gli altri sono uguali a loro, ricorrono alla violenza per questo fatto, divengono irragionevoli e violenti per paura.
- Mi inquietano perché costoro sciupano un'armonia.
- Per grande e bella che possa essere, non v'è armonia che non sia caduca, e come tutte le cose destinata a perire, può darsi che essi siano gli elementi già di un'armonia nuova, o i superstiti di armonie defunte.

[I Fratelli Cuccoli] Aldo Palazzeschi /214

#LoveWins

The imitation game

Quando ho letto questa notizia, non ho potuto fare a meno di pensare a un'altra cosa. Qualche anno fa uscì un film molto bello, a sua volta tratto da un libro ( a suo tempo ne parlai qui), che si chiama "E ora parliamo di Kevin". In sostanza il libro è un epistolario: numerosissime lettere di una madre che attraverso la scrittura ripercorre la propria vita e il rapporto con suo figlio. Non un figlio qualsiasi, un figlio che un bel giorno entra nella sua scuola e ammazza un bel po' di gente. Non è il solito film/libro sulle stragi nelle scuole, è qualcosa di più, perché inizia il lettore a una visuale a cui non è avvezzo. Più che l'empatia con le vittime e la solidarietà con i genitori degli uccisi come in un altro film altrettanto noto (Elephant), a far da protagonista è l'eterno e doloroso dubbio di una madre che si interroga sul perché si sia arrivati a tanto, e se in qualche modo lei possa averne colpa. In questa storia c'è anche un altro particolare notevole: l'adolescente problematico con cosa compie il massacro? Con un mitra? Con una pistola? Con un coltello? Un machete? No. Con una balestra appunto. Ora, magari il ragazzino spagnolo manco sapeva dell'esistenza di questo film ,eppure la coincidenza è inquietante, soprattutto quando ci si rende conto che spesso e volentieri l'apice della creatività nei giovani di oggi sta nell'emulazione di qualcosa di già visto, magari proprio al cinema o in tv. Il primo film che vidi al cinema con mio padre, fu "Il colore viola". Ricordo che mi impressionò parecchio, ma non così tanto da maltrattare tutti quelli che mi parevano più scuri di me. Adesso però le cose son diverse, e insomma volevo dirvi, che a breve uscirà nelle sale "Faber in Sardegna", e io non so mica se vi conviene che ci portiate i vostri figli. Ché è un attimo che vi ritroviate in un anfratto del Gennargentu e con l'orecchio mozzato. Poi fate voi.



La vera Primavera


Ché a primavera, più che di fiori, profumi e farfalle, ho bisogno di persone. Che si accorgano dei fiori, che profumino e che abbiano le farfalle nello stomaco.



La memoria del cuore



Papà, che ogni mattina quando si alza, deve raccogliere le idee per uscire dalla nebbia sempre più fitta che copre i suoi ricordi. Papà che ogni mattina ci chiama per nome per verificare se siamo in casa. Papà che perde e confonde date e nozioni ma tiene viva la memoria del cuore.

Sempre che ti amino...

[Cascando] Samuel Beckett /65

Storie di ordinaria disinvoltura




Sono andata a comprare un libro contro la depressione /mal di vivere/ motivazionale/ Al Pacino in Ogni maledetta domenica che ti urla in faccia. 

Sono andata apposta in una libreria diversa da quella dove solitamente mi servo. Prima di scorrere i titoli nella corsia che mi interessava, ho puntato un libro anonimo che potesse fungere da piano B, qualora il commesso mi chiedesse, Serve aiuto? No no, grazie ho già trovato il libro su come riconoscere la dislessia del bambino (occhi dolci da maestrina alle prime armi). Nel mentre mi ha chiamato il fidanzato e gli ho detto: Sono in UN NEGOZIO, ti chiamo dopo. (ok, adesso sai dov'ero).


Morale: gli adolescenti della mia generazione, che quando andavano a comprare i preservativi in farmacia, dicevano che erano per un amico/cugino/signore incontrato per caso all'angolo della strada, in confronto a me erano degli animali da palcoscenico.

8 Marzo





Oggi è l’8 Marzo. Dando un veloce sguardo alla home di Facebook, mi accorgo che:

- Se non fai gli auguri a tutte le donne, nessuna esclusa, sei solo un maschilista frustrato. E quindi, Addio!

- Se fai gli auguri a tutte le donne, pure a quelle decedute nella fabbrica Triangle di NY, sei solo un poveretto. Le donne, non c’è neanche bisogno di dirlo, sono donne tutto l’anno, pure quando hanno il ciclo, e vanno festeggiate persino quando dormi.  Altrimenti, quella è la porta. Addio!

- Se regali le mimose,  ti trovi sotto casa schiere inviperite di “abbraccia alberi” che ti accusano di mimosicidio. (E poi, ti è mai venuto in mente che la mimosa, anch’essa, è femmina?) Addio!

-Se regali mimose finte, sei un tirchio con le tasche a chiocciola. I soldi entrano, ma per farli uscire…  Quindi Addio!

- Se scrivi, vorrei “festeggiare” la donna in quanto tale, addio. Ma cos’hai da festeggiare? È come fare gli auguri a un ebreo il giorno della Shoah. Al massimo si “ricorda”, ma di certo “non festeggi” proprio un bel niente.  Sei senza cuore, un insensibile. Addio!

A questo punto, ne converrete con me, urge un sillogismo dimostrativo che metta d’accordo tutti. Senza scomodare grandi teorie è empiricamente provato che:

A) Tutti gli uomini hanno pianto, almeno una volta nella loro vita, davanti al gol del loro calciatore preferito.

B) Piangere (nonché le altre declinazioni del caso, piagnucolare, frignare ecc) sono tutte manifestazioni di un’arte unicamente muliebre.

Perciò va da sé che:

C) In tutti gli uomini c’è un po’ di donna. Olè!

Ergo: Auguri a tutti! Uomini o donne che siano. Tutti insieme appassionatamente.


Ah sì, le mimose. Tranquilli, ho pensato anche a loro. Questo link ve lo spiega. 



L'ultimo giorno di Stig

Pare che il giorno più inflazionato per i suicidi sia il Lunedì. Ma il 4 Novembre del 1954 era un Giovedì. Comunque un giorno lavorativo. Anche per Stig Dagerman che aveva 31 anni. E che prima di porre fine alla sua vita col gas di scarico della sua auto, non mise in ordine casa, non scrisse biglietti d’addio, ma consegnò una poesia satirica all’Arbetaren, il quotidiano per cui lavorava. Ed era, pensate un po’, una poesia sulla dignità. Dei più deboli.



[Il nostro bisogno di consolazione] Stig Dagerman/ 15

Dovrei andare più spesso alle feste

[Tutto ciò che vi devo] Virginia Woolf

Prendiamo le distanze

A guardarla dall'alto, mi pare che nella mia vita, gli sbagli si riducano più ad un vizio di forma che di sostanza. Peccato che ne inficino lo stesso la validità. Maledetta burocrazia esistenziale.

Attenzionatevi 'sto post

Ok. Il verbo "attenzionare" purtroppo esiste. Come anche (sempre purtroppo) il suo participio passato "attenzionato". Ma a parte il lessico tecnico-burocratico entro il quali l'uso dovrebbe rimanere confinato, è oggettivamente orrendo e indigesto quanto un'ernia più peperonata. Eppure, com'è, come non è, sta entrando in voga. E se non siamo ancora riusciti a far capire l'uso corretto del "piuttosto", ché fatevene una ragione, NON equivale alla "o" disgiuntiva, figuriamoci se abbiamo speranze che non si abusi di un termine, ahimè corretto, ma che già nel '64 veniva definito da Pallotta: "mostriciattolo del lessico burocratico, trasferitosi tuttavia, talora, nelle aule parlamentari". No, non so se ce la posso fare.

Che per oggi facciamo che sia àncora.

[Dalla vita degli oggetti] Adam Zagajewski /65

Notziole superflue

Dopo non so quanto tempo, riapro i commenti. Se non risponderò, non sarà per maleducazione, ma per disabitudine al confronto col genere umano. Sorry.

I'm Not A Wonder Woman



C’è questa cosa del tempo che deve passare che non mi convince. E c’è quella canzone di De Gregori che dice che “levato il piccolo Ninetto scemo, che continuò a giocare. Con una mano dentro ai pantaloni e un piede leggermente sollevato urlò nel cinema la sua domanda: Chi è che ti ha mandato?” Ecco, ma chi è che ti ha mandato? A giocare a shangai con le mie pagliuzze di serenità, a cadermi addosso senza insegnarmi il metodo per levarti di dosso, eppure continuo a dirmi che non è colpa mia, è solo un film, è tutto mio, dovrei esserne gelosa, ma come si fa ad essere gelosi di una cosa che non funziona se non in due, è come combattere il Fatalis Bianco di Monster Hunter Freedom da soli, non ce la si può fare, oppure sì, ma perdendo prima tutte le vite. E allora riavvolgo la pellicola e mi accorgo di sapere quando tutto è iniziato, ci ho pensato prima, quando dalla mia finestra calcolavo quanta poca distanza tra di noi ci sia in linea d’aria, e ho capito quand’è che tu hai premuto Play. Dev’essere quella sera, quando distrattamente, e non ti perdonerò mai il distrattamente, mi hai detto “mi merito anche io un po’ di felicità”. Dev’essere quello il momento in cui mi son seduta dentro un cinema buio, che per me era un buio a colori, a guardare il trailer di una felicità improvvisa, eppure all’intervallo ero sola e già mi chiedevo com’è che non fossi seduto accanto a me, a goderti quei palpiti incastrati tra la fila C e la fila E. Che poi, parliamoci chiaro, chiaro come l’angolo dell’occhio quando guarda di traverso, cosa devo imparare ancora? A rialzarmi dalla fantasia, ed è così grave che ci sia cascata adesso quando mi sentivo forte della mia presenza nel mondo, adesso che pensavo di essere cresciuta e di saper dominare il mio desiderio di baci festosi e risoluti. Perché hai lasciato che venissi addomesticata dai nomignoli scemi che mi davi? Che sembra un po’ quella storia della volpe del Piccolo Principe, peccato che io non sia quella volpe, ma casomai quella della favola di La Fontaine che non arrivava all’uva e poi come finiva? Non lo so, sono rimasta conficcata nel tutore della vite. Hai mai pensato a quando la neve cadeva sul profilo delle notti a parlare fitto fitto, così fitto che quando mi svegliavo per sentire se il cuore era ancora a la coque, pensavo che le trame di una storia debbano sempre essere così fitte, ci hai pensato almeno una volta che hai fatto il brutto errore di lanciarmi nel vuoto delle promesse senza mettere una corda di sicurezza, ci hai pensato che andare al cinema da soli a vedere un film di ingiustizia individuale è triste oltre che inutile? Forse speravo in un Ciao, io vado, e invece ti ho visto fare battute, sempre battute, persino coi titoli di testa ti ho visto ridere, ma adesso mi sorge il dubbio che fosse un deridere e che l’oggetto non fosse esattamente il film. Sto cercando un rimedio, vorrei dimagrire, e perdere l’eccesso di grasso e di insicurezza, sciogliere la buccia d’arancio e dei ricordi. Devo informarmi, ci sarà pure un corso ad hoc, ci sarà pure una piscina che dedica una vasca a questo genere di problemi cardiaci, braccioli inclusi. Non lo so, forse l’ho meritato, come ci si merita una bella lezione, ma ti giuro, che non l’ho proprio capito, cos’è che devo espiare, se non un amore sfuso come il gelato nel cono, che diventa fuso quando gocciola così, sulla punta delle scarpe, quella punta che ho guardato così tanto quando nella sala d’attesa di quel ridicolo reparto dedicato allo specchio dell’anima, non trovavo il coraggio di alzare la testa e dirti, piacere sono io, vuoi abitarmi per un po’?

E fumiamolo anche.


L'uomo che se avesse lasciato le cose come stavano, avremmo campato lo stesso






Due cosucce veloci: restringendo il sugo ai minimi termini, ci troviamo davanti alla storia del protagonista di Up, solo un po' più burbero, tipo Clint Eastwood in Gran Torino, ma meno sboccato. L'end, senza essere definitivamente happy, ha comunque sapore di Tavernello: una cosa alla buona che accontenta tutti senza ubriacare nessuno. Certo: penna fluida, qualche passaggio più vivo degli altri, come blogger Backman non dev'essere niente male, ma si sa che tra un blog e un libro c'è di mezzo il mare, e allora ripassiamoci cosa recita la fascetta: “Se esistesse un premio per il libro più commovente dell’anno, questo romanzo l’avrebbe vinto”. 


Ecco: quando ho chiuso il libro e me la sono riletta, mi sono anche resa conto del perché gli americani continuino a incoraggiare la produzione di soap opere come Beautiful.