Può salvarlo solo la tristezza

Nel 1955 Francois Truffaut scoprì su una bancarella di libri d'occasione Jules e Jim, e vide che era il romanzo d'esordio di un settantenne. Capì che la grazia di quella storia scottante poteva venire solo da una lunghissima decantazione, durata mezzo secolo, e dalla magia dello "stile telegrafico di un poeta che allinea le parole come un contadino laconico e concreto". Nasceva il ritmo aereo e terso del film; solo a volte Truffaut fermava un fotogramma trasformandolo per un secondo in fotografia, per mostrare che tutta quella vitalità e quel piccante brio avevano a che fare con la memoria. Come altre volte, successe a Truffaut di cominciare un film credendo che sarebbe stato divertente, "e strada facendo mi accorgo che può salvarlo solo la tristezza".

[da "Scritti galeotti", Daria Galateria /192]



Due cose

Negli ultimi anni ho imparato due cose: il fatto che con la digitale possa permettermi di fare milioni di scatti a uno stesso soggetto/persona/panorama non vuol dire che poi debba per forza cercare di salvarli tutti, smaronando chi è costretto a guardarli e non vede sostanziali differenze tra una foto e l'altra .È una questione di rinuncia, ma più ristretta è la selezione, più è probabile che lo scatto salvato sia veramente decente. Pubblicare tutto è da morti di fama.

A questa conclusione è sottilmente collegata un'altra, anche se non sembrerebbe: se mi posso permettere di andare a cena o a pranzo fuori, evidentemente ho i soldi per farlo, e anche se la tentazione è forte, non è mio dovere finire per forza tutto quello che ho nel piatto pur di non lasciare sul tavolo ciò che ho pagato. Magari posso rimodulare la mia tendenza ad avere gli occhi più grandi dello stomaco quando scelgo dal menu, ma nel caso facessi l'errore di ordinare più del necessario, come posso permettermi di mangiare al ristorante, così posso permettermi di smettere di mangiare quando sono sazia. È una questione di rinuncia, ma mangiare tutto, a costo di scoppiare, quello è da morti di fame.