Tranquillizzami di tante e poi tante cose




Nel Maggio del 1898, Livia parte per le terme di Salsomaggiore a curarsi. È quella bella epoque, in cui i borghesi non parlano di ferie ma di terme, e le donne mettono nei bauli i loro migliori abiti e gingilli, certe di poterli sfoggiare la sera su qualche terrazza all’aperto. Il marito di Livia, Ettore (alias Italo Svevo) ha un solo mezzo per restare in contatto con lei: scriverle. 

Anche senza necessità di una data che collochi temporalmente il carteggio, stiamo evidentemente parlando di un’epoca in cui il ritmo incalzante dei nostri pensieri, non aveva possibilità di revisione attraverso la tastiera di un computer. Si scriveva per comunicare il raptus del momento, che non doveva essere per forza omicida. Capitava talvolta che fogli e fogli venissero bruciati nel camino prima di essere spediti, e che si depennassero intere frasi di cui si era certi, ci si sarebbe prima o poi pentiti. Ma il più delle volte, si chiamava il domestico e gli si riponeva nelle mani il frutto dell’impeto scribacchino, affinché lo recapitasse il più presto possibile. 

Ne La farisea di Mauriac, il Signor Puybaraud, a caratteri ben vergati scriveva sul rovescio di una lettera d’amore: Vai, povera letterina, e riconduci al mio cuore un barlume di speranza…

Invero, il bello della scrittura stava in questo: si scriveva seguendo il filo dei propri ragionamenti, dei propri desideri infantili e passionali, si scriveva seguendo il crescendo delle proprie paure e delle proprie giustificazioni. Si scriveva per comunicare un messaggio, la cui affidabilità era molto più reale di quella che tributiamo adesso a mail sempre più rare e di cui non sospettiamo le epurazioni. 

Nelle lettere a Livia, Ettore mostra tutta la potenza e i limiti della scrittura di getto. È geloso, recrimina attenzioni dalla moglie, la accusa, ci ripensa, si profonde in scuse comiche e goffe, salvo poi riaccusarla di non averlo capito, batte i piedi, fa la vittima, spedisce missive infuocate per poi spedirne altre in cui si fa più lucido, compatisce la moglie per il pessimo partito scelto e scivola nella tenerezza. 


[Quanto necessaria mi sei] Italo Svevo /63


Ettore non è uno scrittore controverso come molti suoi colleghi, Ettore è la sintesi dei personaggi dei suoi libri, ritorna sul suo proposito di non fumare con una ricorrenza pari a quella di Zeno Cosini, si angoscia parlando della morte come Alfonso Nitti, si prende gioco delle proprie debolezze allo stesso modo in cui smaschera sistematicamente le pose di Emilio Brentani. Così, se il lettore non apprende su Ettore-Italo niente di più, di ciò che non abbia già letto nei suoi libri, raggiunge la consapevolezza di poterne toccare i contorni, di poterlo confinare e delimitare nella sua precisa fisionomia di antieroe, costantemente umano anche quando si arrende e si accetta per quello che è. 

Come quando, nel tentativo di giustificare la sua gelosia, scrive a Livia: 

“Bisogna rassegnarsi, cara Livia; io resterò sempre eguale, e può anche avvenire che quando morrò, vedendoti guardare ansiosamente il mio medico, anziché pensare di dare l’ultimo fiato alle tue disposizioni, io ti dica: «Non civettare!»”

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