Il Destino è una specie di persona

[Perché sognare di sogni non miei?] Pessoa /39

Musica brutta tutta la vita

Vi do un consiglio: vi capitasse mai di essere felici, ascoltate musica brutta. Avete capito bene. La cosa terribile di quando si tenta di chiudere un capitolo della propria vita, o almeno nasconderlo sotto il tappeto, è che per un bel po' ci si deve negare l'ascolto delle canzoni che lo fanno ricordare. E se sono belle, è una perdita dolorosissima. Ascoltate musica brutta. Sempre. Oppure rassegnatevi a vomitare sentimenti contraddittori e viscerali. Finché non passa.


[Smettete di far passare alla radio "Take me to church"]




E se domani...

Mettiamo il caso che fra cinquant'anni, i miei eventuali figli, frugando in soffitta trovassero qualche mio acquisto giovanile, e si facessero sorprendere dalla stessa francescana meraviglia che ha colto me quando ho trovato in cantina questa chicca comprata da mia mamma; ecco, se capitasse una cosa del genere, potrei già ritenermi fortunata per aver fatto un buon lavoro.






Bagni di sole che diventano bagni di luce



Ho letto tutto il libro con spirito da bagnante: godendomi parole e immagini attraverso le ciglia, con occhi semichiusi e beati. Pensavo che il mio ego letterario fosse soddisfatto, ma dopo ho letto la postfazione della moglie di Carver. Ebbene: ho dovuto rileggerlo daccapo con occhi spalancati. Ed è stato uno stillicidio di luce continua. Non so se riesco a orientarmi tra le stelle, ma a forza di fissare tanta luminosità, adesso vedo impresso su ogni cosa un tondino. E se non è la forma di un'astro, gli assomiglia molto.

Lo scontento prevedibile di Steinbeck anche se non è inverno

Vedete: "L'inverno del nostro scontento" di Steinbeck è un libro molto, veramente molto bello. C'è un'indagine dell'animo umano che sembra leggera, invece ti entra dentro le ossa pian piano come l'inverno. La sua densità varia a seconda della fase di vita attraversata da chi legge nel momento in cui lo legge. Dovreste proprio prenderlo. Comprarlo. Averlo in libreria. Tutti. 

Però, ve ne prego: non comprate mai e dico MAI l'edizione Bompiani. Non lasciatevi tentare da quegli adorabili angoletti smussati della copertina, non fatevi tentare dai colori pastello dell'illustrazione, non fatevi abbindolare dal prezzo, non rincretinitevi come ho fatto io: la quantità di refusi che vi troverete, è talmente esagerata da risultare imbarazzante. 

Amen.


[L'inverno del nostro scontento] John Steinbeck, Ed. Bompiani 2011, pag. 158

Sono viva, eppure la terra mi è lieve

Benché spesso mi dica da sola che le mie braccia sono rubate all'agricoltura, non ho assolutamente idea di cosa significhi lavorare nei campi. Non so cosa voglia dire spaccarsi la schiena, china da mane a sera, sui cavoli o sulle lattughe, non ho idea di quanto sia faticoso zappare sotto il solleone, ignoro come possano essere le levatacce alle cinque del mattino per raccogliere zucchine e pomodori, non ho mai sperimentato l'ebbrezza di avere perennemente i calli sulle mani, non conosco lo sforzo sovrumano di tenere gli occhi aperti dopo le nove di sera. Posso immaginare soltanto. Per sentito dire, ma soprattutto per visto fare. Ammiro chi mi è accanto perché sopporta il peso di giornate così faticose tutti i giorni, con le labbra sempre sfiorate da un sorriso che non può sfuggire, perché evidenziato dalle rughe tipiche di chi vede riflettere i solchi della terra sulla pelle bruciata dal sole. È per questo che vedere la persona che amo, nelle poche e meritate pause del suo lavoro, persuadersi a leggere un libro cui tengo molto, mi strugge di tenerezza. Osservare le sue mani ruvide di contadino mentre sfogliano le pagine, magari sporcandole di terra, mi scioglie di languore, prima ancora di rendermi orgogliosa. E se anche verso qualche lacrima, che cada pure a terra. Lui saprà sicuramente farne uscire qualcosa di buono.


Gli occhi come il fondo di sherry...

La leggenda narra, che molto tempo fa, quando ancora non esisteva internet, e il telefono si usava solo per le emergenze, per riuscire a tenersi in contatto con amici e parenti lontani, ci si dovesse armare di santa pazienza e scrivere su della carta recuperata all'uopo, usando l'estremità dell'arto e un curioso bastoncino ripieno di inchiostro, nipote a quanto pare di una penna d'oca. Pare anche, che esistesse comunque la possibilità di fare conoscenze virtuali e che a volte prendevano il nome di "pen friend", e pare che potesse capitare l'occasione di dover supplire alla mancanza di una webcam, descrivendosi. Sì, avete capito bene. Dare una rappresentazione di se stessi, più o meno fedele, per permettere che l'interlocutore si potesse fare un'idea più o meno precisa del suo corrispondente. Si dice, che questa storia del descriversi e dei pen friend, avesse precedenti immemorabili, e che a volte, potessero uscirne cose deliziose e ritratti immaginifici.



[Stralcio di una lettera di Emily Dickinson al Reverendo Thomas Higginson, suo confidente e curatore (con altri) della sua opera postuma.]

La solitudine è un'attitudine

Cinque minuti a piedi da casa mia e siamo già fuori città. La cosa bella di Nuoro, è che da qualunque punto la guardi, è abbarbicata così tanto alla sua provincialità, che è azzardato anche solo pensare di poter fare brutti incontri se giri da sola. Specialmente se ti armi di cuffie giganti e assumi una faccia accigliata (a me riesce bene). Io e Bruni abbiamo colto l'occasione di sdraiarci su un prato dopo l'ultima casa, per guardare le stelle. Lei libera dal guinzaglio e dall'afa, io momentaneamente affrancata da una vertigine di pensieri ossessivi. Quando abbiamo visto fare capolino dalle nuvole la costellazione di Cassiopea, ci siamo concesse il lusso di sentirci fortunate, pensando a quanti pochi New Yorkesi possono vantarsi, in mezzo a quel coacervo di anime e di luci, di aver visto coi loro occhi la Via Lattea. Chi ci ha visto tornare a casa, avrà notato che camminavamo al ritmo di una ballata inglese.


Può salvarlo solo la tristezza

Nel 1955 Francois Truffaut scoprì su una bancarella di libri d'occasione Jules e Jim, e vide che era il romanzo d'esordio di un settantenne. Capì che la grazia di quella storia scottante poteva venire solo da una lunghissima decantazione, durata mezzo secolo, e dalla magia dello "stile telegrafico di un poeta che allinea le parole come un contadino laconico e concreto". Nasceva il ritmo aereo e terso del film; solo a volte Truffaut fermava un fotogramma trasformandolo per un secondo in fotografia, per mostrare che tutta quella vitalità e quel piccante brio avevano a che fare con la memoria. Come altre volte, successe a Truffaut di cominciare un film credendo che sarebbe stato divertente, "e strada facendo mi accorgo che può salvarlo solo la tristezza".

[da "Scritti galeotti", Daria Galateria /192]



Due cose

Negli ultimi anni ho imparato due cose: il fatto che con la digitale possa permettermi di fare milioni di scatti a uno stesso soggetto/persona/panorama non vuol dire che poi debba per forza cercare di salvarli tutti, smaronando chi è costretto a guardarli e non vede sostanziali differenze tra una foto e l'altra .È una questione di rinuncia, ma più ristretta è la selezione, più è probabile che lo scatto salvato sia veramente decente. Pubblicare tutto è da morti di fama.

A questa conclusione è sottilmente collegata un'altra, anche se non sembrerebbe: se mi posso permettere di andare a cena o a pranzo fuori, evidentemente ho i soldi per farlo, e anche se la tentazione è forte, non è mio dovere finire per forza tutto quello che ho nel piatto pur di non lasciare sul tavolo ciò che ho pagato. Magari posso rimodulare la mia tendenza ad avere gli occhi più grandi dello stomaco quando scelgo dal menu, ma nel caso facessi l'errore di ordinare più del necessario, come posso permettermi di mangiare al ristorante, così posso permettermi di smettere di mangiare quando sono sazia. È una questione di rinuncia, ma mangiare tutto, a costo di scoppiare, quello è da morti di fame.


Ad esempio più denti, meno culi

[Il regno animale] Francesco Bianconi

Leggere per... motivi passati di moda

Ultimamente, su Facebook, c'è questa moda di pubblicizzare sulla propria pagina altre pagine, non so se solo in cambio di altra pubblicità o barattando formaggi e salumi, o la collezione Panini dei giocatori di calcio del 1982. Sta di fatto che ho la home piena zeppa di suggerimenti languidi e opinabili, che cercano di indirizzarmi verso pagine o blog dai titoli sempre più inflazionati. Quelli che mi saltano maggiormente all'occhio sono quelli dedicati ai libri, quelli che iniziano con "Leggo per.." Così ho pensato che fosse giunto anche per me il momento di espormi, di prendere anch'io finalmente una posizione senza nascondermi dietro atteggiamenti neutrali, di assumermi le mie responsabilità come lettrice e di qualificarmi davanti al pubblico sovrano. Ecco quindi il mio status, quello implicito che dovete intuire tra gli spazi de "Le-spugne-non-hanno-giornate-no":

- Non leggo per legittima difesa
- Non leggo per vivere
- Non leggo per sopravvivere
- Non leggo per evadere
- Non leggo per essere libera
- Non leggo per sognare
- Non leggo per protesta

- Quasi sempre leggo per saperne di più. Sostanzialmente LEGGO PER IMPARARE. (E qualche volta mi riesce pure). 


[Jack London bambino]


Ti offro un caffè

Stamattina ho dovuto accompagnare in fretta e furia mio padre a un appuntamento. Mi sono vestita in 3 secondi e ho guidato con gli occhiali da sole a mo' di cerchietto, in modo da arginare le ciocche di capelli strafottenti. Una volta lasciato mio padre, me la son presa comoda e ho deciso di farmi un giretto in libreria. Pochissima gente: oltre me, una giovane donna mai vista prima, che guardava i classici. A un certo punto mi si è avvicinata e mi ha detto a bassissima voce: "Hai messo la felpa al contrario". 

Sono queste le donne che mi piacciono: semplici, complici e discrete. Non so se ha capito il mio sorriso che andava oltre la gratitudine di avermi evitato figure imbarazzanti in strada, ma interiormente le ho persino offerto un caffè.


Di recensioni scarica barile







Considerazioni pressapochiste su un libro bellissimo: 

- Per quelli che hanno letto Butcher's Crossing, fate conto che il libro di Williams sia un solo capitolo del libro di Meyer. O viceversa, che il libro di Meyer sia un'estensione di fatti, di tempo e di soggetti del libro di Williams. 

- Per quelli che non hanno letto Butcher's Crossing, leggetelo. E leggete anche Il figlio, sono due libri imponenti che corrono verso lo stesso posto, il Far West, ma su binari differenti, eppure ugualmente intensi. 

- Per quelli che vorrebbero commenti meno vaghi e tirchi di questi: Gnente da fare. Tutto il dicibile l'ha già detto la Murgia, qui

- Per un attimo ho pensato che il libro l'avesse scritto Zingaretti.

Philipp Meyer

L'amore è come le foglie di lattuga



Una delle preoccupazioni maggiori di Barthes nello scrivere questo libro, è la stessa che ha il lettore nello spiegare cosa ha letto ed evitare qualsiasi fraintendimento sul fatto che non sia un banale libro sull’amore. 

Barthes  riesce a fugare ogni dubbio a partire dal titolo, io (lettrice) ovviamente devo abbassare il tiro e rifugiarmi in metafore.

Sgombrate la mente e immaginate di essere dal fruttivendolo. Comprate una lattuga. Non una di quelle perfette, asettiche, simmetricissime e pulitissime che si trovano facilmente sui banchi del supermercato, ma una di quelle che vengono direttamente dalla campagna. Sporca di terra, irregolare, coi bordi arricciati in maniera diseguale, e con probabili lumachine a dimora tra le foglie più tenere. Tornate a casa con il vostro ciuffo verde-speranza in braccio, e in vista del pranzo procedete ad un attento lavaggio del vostro piccolo tesoro. È probabile che priviate il cespo delle prime foglie, più brutte e più dure, ma dopo incomincerete a “svestirlo” e a lavare le foglie ad una ad una. Pur  mettendole sotto l’acqua corrente, vi accorgerete che per mondarle dalla terra e dai micro moscerini, dovrete armarvi di santa pazienza e seguire il percorso delle venature col dito accompagnando l’acqua negli angoli più nascosti, nelle insenature a ridosso del bordo, allargare le onde più strette, sentire al tatto le increspature più sottili per capire se sono naturali o trattengono ancora qualche briciola di terra. Arrivati alla rosetta centrale, l’aprirete dolcemente ma con fermezza per scovare rimasugli di sporcizia e sfrattare inquilini abusivi. Solo dopo averla guardata per l’ennesima volta, magari persino in controluce, potrete dire che la lattuga non ha più segreti per voi, e decidere su quale secondo immolarla a mo’ di contorno.

Se con un agile balzo della mente (qua vi voglio disinvolti) trasformate la lattuga nell’enunciazione amorosa di un soggetto innamorato qualunque, ecco il lavoro che fa Barthes: tolte le foglie grossolane dei luoghi comuni, sfrondata dagli schemi più prevedibili, passa a una disamina attenta, analitica e impietosa di qualsiasi declinazione possa prendere il discorso amoroso. Dribbla qualsiasi ostacolo dettato dai meccanismi contorti di chiunque sia preso dal vortice della passione, sbugiarda qualsiasi sillogismo, e svela che non c’è nulla di contorto, perché tutto si ripete in modo uguale per tutti, anche se “il soggetto amoroso” è fermamente convinto dell’unicità delle proprie sensazioni.   

Se Werther avesse avuto modo di leggere il libro di Barthes, di sicuro non sarebbe finito nel modo che sappiamo, ma piuttosto avrebbe scritto pamphlet umoristici  burlandosi delle proprie tragedie sentimentali, una sorta di Woody Allen ante litteram. E si sarebbe consolato del fatto di essere l’unica vittima di cotanto mal d’amore, insieme al resto del genere umano.

Ma del resto, il bello è proprio questo: assumere l’aria del veterano ogni volta che guardiamo gli altri innamorarsi, e poi cadere a nostra volta innamorati e credere di essere soli nella caduta.

C’è un passo di un libro, Nel tempo di mezzo di Fois, che avrebbe potuto agevolmente collocarsi a epigrafe del libro di Barthes:  

Vincenzo cerca le parole. E le parole sono che si tratta di una creatura talmente bella da togliere il respiro, perfetta in tutto, nel sorriso, nei gesti. Michele Angelo lo ascolta senza interrompere, c’è qualcosa di meraviglioso nel cognito che riprende forma; e una tenerezza immensa nella voce di quell’uomo, ragazzo, che ripete esattamente  quello che tutti prima di lui hanno detto a proposito della donna di cui si stanno innamorando. Come se il proprio specifico sentimento fosse completamente sconosciuto all’intera umanità. Ma Vincenzo pare non rendersi conto di quanto normale possa essere ciò che racconta come straordinario. Se avesse visto la nonna Mercede in chiesa quando sollevò lo sguardo per osservare quel ragazzone che era suo nonno Michele Angelo, mentre sistemava il turibolo grande a tre metri dal suolo, avrebbe potuto capire fino a che punto l’ostinazione, la coazione a ripetere dentro la quale siamo imprigionati, conti. E fino a che punto conti quella meravigliosa cecità che ci fa sparire ogni alternativa possibile.

Invece nell’epigrafe troviamo questo, e  forse è ancora meglio.

“È dunque
Un innamorato
Che parla
E che dice:” 

In..victa mia, un solo zaino

Quest'anno, mi è capitato di prendere spesso dei pullman verso le 8 del mattino. Così ho potuto osservare ad intervalli temporali costanti, il flusso degli studenti pendolari delle superiori. A parte l'omogeneità e l'effetto stampo su cui posso obiettare ben poco, dato che ai miei tempi l'allineamento era ugualmente evidente (lo sanno i miei genitori, che quando capitava venissero a prendermi a scuola, facevano fatica a riconoscermi, specialmente da dietro, perché avevamo tutti lo stesso giubbotto jeans e le stesse patacche ciondolanti attaccate allo zaino), mi chiedo: che fine hanno fatto, APPUNTO, gli zaini? Quelle sporte irrinunciabili per chi voleva perfezionare la scoliosi e doveva portarsi dietro 10 kg di libri, più il vocabolario di latino o greco, e che spesso divideva le masse in due scuole di pensiero: i Sevenisti e gli Invictiani. Quale oscuro mistero nascondono quelle micro borsette, rigorosamente firmate, che ho visto a corredo - nonché abbinate al colore dei capelli - di tutte le adolescenti di adesso? Cosa portano a lezione? Hanno un microchip dentro le ballerine, che gli permette di mandare impulsi al libro di storia a casa? Cosa c'è realmente dentro quelle pochette alla moda? Lo smartphone? O il vuoto esistenziale e culturale? Nescio, sed fieri et keep calm, I'm old.


Tranquillizzami di tante e poi tante cose




Nel Maggio del 1898, Livia parte per le terme di Salsomaggiore a curarsi. È quella bella epoque, in cui i borghesi non parlano di ferie ma di terme, e le donne mettono nei bauli i loro migliori abiti e gingilli, certe di poterli sfoggiare la sera su qualche terrazza all’aperto. Il marito di Livia, Ettore (alias Italo Svevo) ha un solo mezzo per restare in contatto con lei: scriverle. 

Anche senza necessità di una data che collochi temporalmente il carteggio, stiamo evidentemente parlando di un’epoca in cui il ritmo incalzante dei nostri pensieri, non aveva possibilità di revisione attraverso la tastiera di un computer. Si scriveva per comunicare il raptus del momento, che non doveva essere per forza omicida. Capitava talvolta che fogli e fogli venissero bruciati nel camino prima di essere spediti, e che si depennassero intere frasi di cui si era certi, ci si sarebbe prima o poi pentiti. Ma il più delle volte, si chiamava il domestico e gli si riponeva nelle mani il frutto dell’impeto scribacchino, affinché lo recapitasse il più presto possibile. 

Ne La farisea di Mauriac, il Signor Puybaraud, a caratteri ben vergati scriveva sul rovescio di una lettera d’amore: Vai, povera letterina, e riconduci al mio cuore un barlume di speranza…

Invero, il bello della scrittura stava in questo: si scriveva seguendo il filo dei propri ragionamenti, dei propri desideri infantili e passionali, si scriveva seguendo il crescendo delle proprie paure e delle proprie giustificazioni. Si scriveva per comunicare un messaggio, la cui affidabilità era molto più reale di quella che tributiamo adesso a mail sempre più rare e di cui non sospettiamo le epurazioni. 

Nelle lettere a Livia, Ettore mostra tutta la potenza e i limiti della scrittura di getto. È geloso, recrimina attenzioni dalla moglie, la accusa, ci ripensa, si profonde in scuse comiche e goffe, salvo poi riaccusarla di non averlo capito, batte i piedi, fa la vittima, spedisce missive infuocate per poi spedirne altre in cui si fa più lucido, compatisce la moglie per il pessimo partito scelto e scivola nella tenerezza. 


[Quanto necessaria mi sei] Italo Svevo /63


Ettore non è uno scrittore controverso come molti suoi colleghi, Ettore è la sintesi dei personaggi dei suoi libri, ritorna sul suo proposito di non fumare con una ricorrenza pari a quella di Zeno Cosini, si angoscia parlando della morte come Alfonso Nitti, si prende gioco delle proprie debolezze allo stesso modo in cui smaschera sistematicamente le pose di Emilio Brentani. Così, se il lettore non apprende su Ettore-Italo niente di più, di ciò che non abbia già letto nei suoi libri, raggiunge la consapevolezza di poterne toccare i contorni, di poterlo confinare e delimitare nella sua precisa fisionomia di antieroe, costantemente umano anche quando si arrende e si accetta per quello che è. 

Come quando, nel tentativo di giustificare la sua gelosia, scrive a Livia: 

“Bisogna rassegnarsi, cara Livia; io resterò sempre eguale, e può anche avvenire che quando morrò, vedendoti guardare ansiosamente il mio medico, anziché pensare di dare l’ultimo fiato alle tue disposizioni, io ti dica: «Non civettare!»”

Mentre io vagavo, loro si svagavano

Se ad esempio oggi, non mi fossi sentita triste e sconsolata, non avrei tenuto uno sguardo costantemente basso mentre passeggiavo per città, e MAI mi sarei accorta di quegli animaletti distratti, che presi come sono dal guardare il cielo, et altre amenità simili, non si accorgono di essere passati, con zampette ignare ma felici, sul cemento fresco.




Cari folloueeers

Mi serve il vostro aiuto. Se siete sardi, o se non lo siete, se siete ambientalisti, o semplicemente amanti del bello, un mi piace su questa pagina farà la differenza. Soprattutto per i miei piccoli grandi affetti che ne sono coinvolti. Trattasi di un esproprio di ampie dimensioni, a favore della costruzione dell'ennesima grande opera incompiuta. Una delle poche cose sane che facebook porta con sé, è la capacità di ampliare l'eco e diffondere il passaparola. Ecco perché cerco di propagare attraverso tutti i mezzi la notizia. Anche un mi piace morale, va bene. Graziemille.


Se invece volete vedere la pagina sulla piattaforma di Blogger, la troverete qui.


Tutto quadra..

Una spiegazione del genere, l'avrei voluta scrivere io da molto tempo, per giustificare la marcescenza del mio blog, il fatto che non scrivo più recensioni ai libri (anche se li leggo e talvolta ne rimango talmente entusiasta che "quasi quasi ci scrivo sopra qualcosa... ma dai, anche no"), che la mia capacità di espressione si limita alle dieci righe e non oltre, che ho tolto persino la possibilità di commentare per non essere costretta a rispondere "pro forma",e che al massimo ficco qualche foto di pagine di libri, perché so' pigra e non ho manco voglia di ricopiare le citazioni dalla Smemoranda. Peccato, che io non stia però scrivendo un libro, perciò l'appropriazione della giustificazione di Zero Calcare, risulta quanto mai indebita. Quindi: leggetevi la spiegazione, levate tutte le parti relative allo spirito creativo investito nel libro, e vi rimane il mio periodo di cacca, con qualche minuscola gioia, confusa in una valle di lacrime. Ecco spiegato il tutto: LA STITICHEZZA DEI SENTIMENTI.

A bientôt...



Ti amo

[I Poeti morti non scrivono gialli] Bjorn Larsson /

Considerazioni pre-pasquali molto fuori tema.

Definizione di crescita: 


-A diciott'anni, il capitolo de "La coscienza di Zeno", in cui mi identificai maggiormente, e l'unico che ricordassi fino ad oggi in modo più o meno vivido, era quello sull'ultima sigaretta. 

- Oggi, dopo averlo ripreso in mano per caso, mi sono ritrovata a struggermi con una partecipazione dolorosa e palpitante, forse perché più vicina alla realtà di quanto non creda, per il capitolo sulla morte del padre. 



Son cose. E tuttavia, avrei preferito fare a meno di pensarle di Sabato sera. Il lato ottimista dei miei vent'anni ha da resuscitare (spero) domani. Per adesso buonanotte. 

[La coscienza di Zeno]  Illustrazione di Pietro Puccio, 2000

Letterine



Caro Gesù, non ti chiedo la luna: vorrei solo saper parlare un poco meglio, una padronanza di lessico che esuli dal tran tran delle parole quotidiane, una traduzione dei propri pensieri che non inciampi nel tentennamento o nel tartagliamento emozionale, una sicurezza linguistica che trasudi anche dai monosillabi. E per favore, non tirare in ballo la storia che ci vuole allenamento, possibilmente con altri esseri viventi. Uno può anche voler fare bei discorsi così, per se stesso. A tu per tu col proprio specchio/io. E comunque: entro l'anno prossimo possibilmente. Se poi riesci a trovare un buco tra un impegno e l'altro, puoi anche rateizzarmi il favore, diciamo metà per Ferragosto, metà per Natale. Fa come ti viene meglio, però non stare a gingillarti in giro. Ché mi sto scoloranimando.




P.S. Rispondi, è INPO.



Film che non scadono mai

Ci siamo lasciati il 1°Aprile. Continuo a credere che sia uno scherzo. Così ho deciso di far durare questo scherzo un mese. Da allora, ho incominciato a comprare ogni giorno, un barattolo di ananas, con scadenza il 1°Maggio. Perché era il cibo preferito da Amei, e perché il 1°Maggio è il mio compleanno. Ho giurato a me stesso che una volta comprati trenta barattoli, se lei non sarà ancora tornata, considererò scaduto anche il nostro amore.







Fino alla fine del mondo...

Tutti i libri prima o poi finiscono, ma questo no. Questo resuscita e vive dentro di te fino alla fine della tua, di storia.


La storia ~ Elsa Morante

Click to Play

Se potessimo interrompere le conversazioni quando vogliamo, quando ci arrivano sgradevoli all'orecchio, o quando ci annoiano, o quando non vogliamo vederne la fine perché in fondo le temiamo, saremmo come quelli che ascoltano sempre le prime tre tracce di un cd perché della quarta "non  mi piace l'attacco", che scaricano il tormentone estivo o la hit del momento, ignorando che quasi sempre, per capire un'artista bisogna ascoltarne l'intera produzione. Ci condanneremmo a non sapere mai cosa vuol dire innamorarsi di una canzone che non passerà mai alla radio. O di una persona che non tocca le corde di nessuno, tranne che le tue. 




Presentazione tardive oltre che superflue.

Noce ha gli occhi nocciola. Snocciola nocivi pensieri anche se non è "noche", ma solo mattina. Dalla finestra non vede noceti, e quando mangia le olive non sputa i noccioli, del resto non le hanno mai portato nocumento. Però d'estate ha paura delle noctiluca, e al pensiero stringe le nocche senza accorgersene. 

E se dovessi valutarlo, sarebbero 4 stelle su 5



3 stelle e tre quarti tutte provenienti dai racconti della Murgia e di Abate, il quarto restante viene dal lirismo di Fois. Gli altri potevano anche fare a meno di partecipare. Ma siccome l'unione fa la forza, ben vengano ugualmente, sempre che i proventi vadano esattamente lì, dove dovrebbero andare.

Cose che mi fanno sentire terribilmente indietro e anche tremendamente in colpa





Quando esce il seguito (inteso in senso più lato di sequel) di un libro famoso che hanno letto tutti, ma che io non ho letto e che invece avrei voluto leggere, e che adesso voglio leggere ancora di più, ma siccome non ho soldi lo comprerò più in là, quando tutti parleranno del secondo libro che è una figata come il primo ma adesso dà alla storia una visione più completa, e quindi suicidatemi. 

Due piccoli esempi:



Piccole raccolte tardive di un amore qualunque

Molti mesi fa, il mio fidanzato mi ha prestato un libro di avventura molto famoso (di avventura?). E io, compitamente, gli ho promesso di leggerlo nonostante abbia gusti diversi. Sospettosa e malfidata seppur apprezzando il gesto, l'ho guardato di traverso per lungo tempo, facendo finta di non vederlo quando mi capitava tra le mani, e assumendo tra me e me una certa aria supponente. Fino ad oggi. In cui l'ho finalmente aperto. L'esergo recita così.




E insomma, io mi sono commossa.

Di famiglie libresche









Versione edulcorata: Dopo un anno e mezzo ho finalmente finito l'inventario dei libri di casa. 4562 libri. 2322 sono andati a finire nella biblioteca della mia città (i vari doppioni, triploni e quadruploni). Dovremmo aver guadagnato un sacco di spazio. 

Versione cruditè: mia mamma ha detto che se mi vede comprare altri libri, mi manda nella pampa argentina a costruire boleadoras per i gauchos. E che se proprio voglio rimanere a casa, con i libri che abbiamo già, dei quali (in effetti) avrò letto un decimo, mi faccio una cultura per questa vita e per quella dei miei eredi futuri. Quelle mummie della biblioteca della mia città, per paura di lavorare troppo con la catalogazione, quasi quasi non ringraziavano neanche. Non abbiamo guadagnato una cippa di spazio, perché in realtà abbiamo solo eliminato le seconde e terze file. 

Versione ridotta ai minimi termini: ho più libri che amici.

Identità feline



Non c'è nulla di più difficile da capire della psicologia umana. Non riesco assolutamente a rendermi conto se in questi giorni il mio padrone sia di cattivo umore, se invece sia allegro, o se cerchi parole rassicuranti negli scritti di qualche vecchio filosofo. Non ho la minima idea di cosa gli passi per la mente, se si faccia beffe della società umana o desideri avere rapporti con i suoi simili, se sia irritato per qualche ragione banale o ancora se si tenga al di sopra di ogni preoccupazione mondana. In queste cose noi gatti siamo molto più semplici. Se abbiamo fame mangiamo, se abbiamo sonno dormiamo, quando ci arrabbiamo andiamo su tutte le furie, quando piangiamo lo facciamo con tutta l'anima. Tanto per cominciare, non teniamo cose inutili come un diario. Perché non ne abbiamo bisogno. È probabile che le persone che hanno due facce, come il padrone, sentano la necessità di esternare gli aspetti del proprio carattere che non vogliono mostrare a nessuno scrivendo un diario nell'intimità della loro stanza, ma per quanto concerne noi gatti, le nostre quattro posture fondamentali - camminare, stare fermi, stare seduti e stare sdraiati, oltre a urinare e defecare - costituiscono già in sé un autentico diario, quindi siamo esonerati dalla seccatura di tenerne uno per conservare la nostra identità. Se uno ha il tempo di scrivere un diario, tanto vale che se ne stia a dormire nella veranda.

[Io sono un gatto] Natsume Soseki

Trovare se stessi traducendo la voce di altri

Stefan Zweig



Proprio perché ogni lingua straniera, nei suoi modi di dire più individuali e idiosincratici, crea dapprima serie resistenze alla riproduzione in un'altra lingua, bisogna tirar fuori da quest'ultima tutta l'energia e la creatività espressiva che possiede, risorse che se inesplorate restano inerti; questa battaglia per riuscire a strappare il nucleo più profondo di una lingua, imponendo al contempo un'eguale plasticità alla propria, mi ha sempre dato un gusto particolare, una forma speciale di piacere artistico. E dato che questo lavoro, silenzioso e in fondo invisibile, esigeva pazienza e costanza, due virtù che al liceo celavo sotto una patina di leggerezza e temerarietà, esso mi divenne molto caro; poiché, grazie a questa umile attività di mediatore di nobili creazioni artistiche, avvertii per la prima volta la certezza di fare qualcosa di veramente utile, una giustificazione della mia stessa esistenza. 

[Il mondo di ieri] Stefan Zweig

10 motivi per seguire la massa e fare shopping. Di libri.



1 - I libri non vanno misurati sotto la luce impietosa di camerini angusti.

2 - Anche se non "usate" subito gli articoli che comprate, non correte il rischio che passino di moda.

3 - Il fatto che un vostro amico/a abbia lo stesso libro, non suscita in voi isterismi e gelosie, ma anzi rafforza l’empatia tra di voi. 

4 - Se chiedete al fidanzato di accompagnarvi a fare spese in libreria, non fingerà improvvisi problemi intestinali, o visite urgentissime a lontane trisavole di cui non sospettavate l’esistenza.

5 - Se volete regalare un libro a una persona lontana, non vi dovete preoccupare del fatto che dall’ultima volta che l’avete vista, sia aumentata di girovita.

6 - L’eventuale sguardo assente di commessi apatici, non vi preoccupa. Vi potete arrangiare benissimo da soli. 

7 - Se il libro non fa pendant con le scarpe, non è motivo di allarme, né di esclusione dalle sale di ristoranti chic.

8 - Se vi fate una lista della “spesa” prima di andare in libreria, e poi non la rispettate, uscirete dal negozio ugualmente contenti.

9 - Annusare le pagine di un libro non desterà sguardi scandalizzati negli astanti. Provate invece con un paio di slip da Intimissimi!

10 - All’uscita della libreria non dovete dannarvi l’anima per tirare fuori la monetina incastrata dentro il carrello.



Bla bla bla, cha cha cha

Tempo fa, un po' per la pigrizia di non dover rispondere ai commenti, e un po' perché spesso scrivo solo per riordinare i miei pensieri, avevo disabilitato il bottone "commenta" sui post del blog. Da allora ho perso un mucchio di followers. Essì che anche quando il tastino palpitava lieto e vitale in fondo alla pagina, non è che mi commentassero poi in tanti. È un po', come se si rinunciasse al voler andare a vedere una mostra, solo perché si è scoperto che è vietato commentare le opere a voce alta. Come se la frenesia di voler dire la propria, avesse prevalso sul guardare o l'ascoltare. Come se la capacità di giudizio avesse valore solo se compressa e materializzata istantaneamente attraverso il fiato della bocca, come se non fossimo più capaci di poterci tenere dentro il bello e il brutto senza doverlo prima condividere, contestare o confermare. Come se l'unica pausa di silenzio tollerabile sia quello dell'innocente rotellina che gira a vuoto quando un video su youtube tarda troppo a caricare.




La verità, quella vera: il blog è marcescente da un bel po' di mesi. I miei followers hanno fatto benissimo a scaricarmi in malo modo, anzi mi meraviglio che non mi abbiano mandato al diavolo facendo disegnini osceni sui muri, ma il ragionamento sul silenzio inteso come scrigno per sensazioni che non perdono validità perché inespresse, vale lo stesso.  

E quindi bla bla bla, cha cha cha.


La vedo, la sento, la curo

Un pomeriggio la trovai seduta sulla lavatrice accesa durante la centrifuga che sorrideva.
- Che fai? - le chiesi.
- Squaglio la cellulite.
[L'anno di vento e sabbia] Roberto Delogu