L'inconfondibile tristezza delle bambole kokeshi





Le bambole kokeshi non sorridono mai. Non hanno braccia né gambe. Sono di legno, quindi leggere e porose, ed è per questo che tenendole in mano, riesci a scaldarle mentre ti lasciano addosso una bavetta di malinconia. Per molti giapponesi la ragione della loro inconfondibile tristezza, è che simboleggino gli aborti, bambini mai nati. Eppure sono bellissime, piccoli tronchetti di (in)felicità dalle forme materne.


Stravolgendone il concetto (almeno esteticamente) Oliviero Toscani ne aveva fatto un catalogo (Fabrica) per la collezione Primavera/Estate 1999 della Benetton, collezione che fa proprio il concetto della ricerca dell'identità attraverso i vestiti. Banana Yoshimoto ne ha firmato l'introduzione, di cui io non ne avrei mai scoperto l'esistenza se non ne avessi trovato uno stralcio in un libro che parla di altro e nonostante ciò, anche di questo.

Da "Gli occhi a mandorla, sguardi sul Giappone dei cartoon e dei fumetti", Ed. Tunué, Pag. 171
Ma ovviamente, leggerla tutta fa un altro effetto.


Io cerco dei vestiti che siano perfetti per me, ma non li trovo da nessuna parte
forme, tessuti e colori capaci di esprimere tutto quello che ho dentro
vestiti che dicano che sono viva qui, in questo momento
provo a mettere insieme tutte le immagini che conosco, ma non funziona
in questo paese, oggi, nemmeno i miei genitori riescono a trovarli.

Come una bambola kokeshi
come un uovo sodo senza il guscio
come un feto in attesa di venire alla luce
aspetto qualcosa
come un pulcino appena nato ancora bagnato
ho il presentimento delle cose lieti e delle cose tristi che stanno per accadere
neanche questo riesco a esprimere in parole, non ancora
ma mi batte il cuore, sono viva.

In questo paese, indipendentemente da dove si nasce
siamo pressati, incalzati, costretti in una forma
anche nella più remota campagna , è un susseguirsi di stradoni diritti e anonimi
ed enormi negozi di cattivo gusto
ma se guardo il verde delle montagne fitte di alberi mi vengono le lacrime agli occhi
una piccola cascata che mi sembra un giocattolo
il colore grigio del mare tranquillo come un lago
amo questa natura delicata che c'è solo qui da noi.

Sono tempi in cui può accadere di tutto
si organizzano con grande impegno convegni in difesa degli uccellini
mentre i bambini uccidono i gatti
la gente partecipa con gioia a un'antica festa popolare portando a spalle
il palanchino sacro, e intanto qualcuno mette il veleno nel cibo di tutti
molti dicono che non sanno più in cosa credere.

Forse non c'entra molto, ma c'è la madre di una mia amica che ha sempre
le unghie perfettamente in ordine
la sua cucina, che non viene mai usata, è tutta scintillante
da loro si mangiano solo cibi comprati già pronti
in raffinati negozi di gastronomia
e pane francese che si fanno recapitare a casa appena sfornato
ma la mia amica è amata.

Mia madre è di famiglia contadina, la mia cucina è sempre schizzata di grasso
lei fa da mangiare riso bianco, tempura e verdure in salamoia, è una cuoca fantastica
anch'io sono amata.

Più che gli aspetti negativi delle differenze
conta la possibilità di coltivare l'amore e di capirsi l'uno con l'altro
la possibilità di crescere
in quest'epoca che si muove vertiginosamente, non faccio che vedere gente,
tante persone tutte diverse
e posso incontrarle senza paura, da qualunque posto vengano,
qualunque sia il loro aspetto
seguendo l'istinto, abbandonando i pregiudizi
la nostra anima diventa sempre più meravigliosa.

Mi piace
mangiare, prendermela comoda,
stare in salute,
essere approvata dagli altri, il denaro,
evitare di vedere le cose brutte,
ma non è per questo che vivo.

Per fare quello che mi interessa davvero
posso anche non mangiare, avere guai,
ammalarmi,
essere criticata, restare senza un soldo,
vedere un sacco di cose brutte
fa lo stesso.
Sono fiera di questa mia convinzione, per infantile che sia
vivere è vedere entrambi i lati delle cose
non è mica roba da poco
vorrei che tv e giornali smettessero di raccontare solo cose tristi
in questo mio nuovo viaggio
che è ancora appena all'inizio.

Banana Yoshimoto

Penso Poldinka alle tue parole..

Bohumil Hrabal


Penso Poldinka alle tue parole: 

"Ti detesto meno di tutti. Nella tua saliva assaggio un buco infinito, che fu scavato dalla droga dell'amore, nei tuoi denti tasto un muro per cui scola la tristezza. Amore, tu hai avuto a cena salame, perché sulle labbra m'è rimasto un pezzetto di carne, ma non fa niente, baciami, baciami ancora. E ripeti che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria era così ben vestito, che nemmeno gli uccelli celesti, nemmeno i fiori di campo sono belli come me. Dillo di nuovo e di nuovo accendi tra le mie gambe un olocausto e stuzzica nel mio bacino un incendio. Quando andrai la mattina a casa e vedrai pendere alla finestra un vestito da donna non ti preoccupare. Vuol dire che abbraccio la casa imbevuta del dolce ricordo. Sembra che sulla ringhiera si possano tastare gli aghi perduti del sole."

[Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare] Bohumil Hrabal (Ed. Einaudi 2002), Pag. 18

Visual Poetry #7

[Orlando], Virginia Woolf, Ed. 1946

Per chi pensava che le previsioni dei Maya fossero catastrofiche

[Dall'esergo de "Le intermittenze della morte", Josè Saramago]

Travolti da un insolito bashert, nell'azzurro mare di Manseau



Essì che anche Zamenhof era ebreo. E infatti, un piccolo dubbio, una piccola spinuccia nel fianco deve averlo avvertito che una lingua priva di storia, anima e identità culturale, come l’esperanto, non avrebbe avuto un successo che fosse veramente universale. Altrimenti chi glielo faceva fare a ufficializzare l’yiddish per i suoi connazionali, a creare parallelamente un’alternativa per i suoi conterranei così attaccati alle proprie radici. Avrebbe potuto dire, Aò, mi sono fatto un mazzo tanto per inventarmi una lingua novella, ora vi mettete sul banchetto degli scolari e ve la imparate per benino, ché io son stanco e ho bisogno di pennicare.

Malpesh al contrario, protagonista estroso di questa storia e molto più furbo di Zamenhof, capisce perfettamente che l’unico ponte universale tra le lingue, è l’oceano, oppure all’occorrenza il Santo Traduttore. E così, come se ci dovessimo dividere tra due amici che ci raccontano la propria versione di uno stesso avvenimento, ci troviamo una sera a braccetto con il protagonista, e una sera a braccetto con il traduttore/volgarizzatore. Un capitolo a testa per dare voce a un’unica storia.

L’odissea di Malpesh attraverso  l’amore lungo una vita intera, per la sua lingua e la sua donna, acquisisce contorni sempre più colorati e rotondi via via che passa per la voce dell’interprete, e se il livello di soddisfazione del lettore avesse un’asticella più alta, c’è sempre la storia del minestrone sopra e sotto. Sotto, vuol dire che voi lettori, vi infilate il costume del secolo, ed entrate con tutt’e due i piedini nella storia, accorgendovi che è un vero pot-pourri letterario, un minestrone di eventi dickensiani, singeriani, dostoevskjiani , e la lista si allunga a seconda di quanto avete letto precedentemente e quanti riferimenti cogliete all’interno della storia. Sopra, vuol dire che una volta sfilato il vestitino del lettore immedesimato, date un’occhiata all’opera dall’alto, e qua le opinioni improvvisamente diventano variegate. Ho letto di gente a cui il romanzo di Manseau ricorda un po’ Richler, un po’ Chatwin, un po’ Roth e chi più ne vede tra le righe, più ne metta. A me ad esempio, ha ricordato il Maggiani del Coraggio del pettirosso, provvisto all’uopo di un pizzico di ironia alla Auslander, in cerca del porto sepolto e della sua Fatiha, irraggiungibile come la Sasha di Maplesh.  Vi dicevo appunto: minestrone sopra e sotto.


Poi, a ben guardare, oltre alle citazioni e ai rimandi extra Manseau, ci si vede anche un po’ di paraculaggine, come il finale accattivante e un po’ melenso, ma nonostante qualche sbavatura,  la cosa più evidente è che comunque, questo passato di verdure emotivo diventa più trainante della Promenade di Chagall in copertina. E il bashert-destino,  dalle molteplici chiavi di lettura, diventa improvvisamente una ballata, che ti culla attraverso le vicissitudini di una bizzarra esistenza e l’ironia tipica di chi ne ha viste tante. Inevitabilmente gradevole a questo punto, rimanere in sua balìa fino alla fine. 

Orsù, imbranati di tutto il mondo rianimatevi



C’è questo libro che, una volta  sfrondato dalla reiterazione sfiancante  alla È facile smettere di fumare se sai come farlo vi mostra il messaggio profetico in tutta la sua evidenza.

Non siamo noi ad essere cerebrolesi, ma è il progettista ad essere diversamente scadente.


Detto questo, mi accingo a progettare una ciotola a sezioni basculanti con timer incorporato e pulsanti a idrogetto per il mio cane, in modo che anch’esso (si noti il lieve sadismo in crescendo che culmina in un anch’esso  da tenore),  si convinca di quanto bello è, il caro e vecchio design della ciotola rossa/acqua, ciotola blu/ cibo.