Tre millimetri in una cantina (per tacer del ragno)




Alla mia cagnolina sarebbe piaciuto questo libro. Tantissimo. Leggendolo, mi avrebbe chiamato e avrebbe puntato la zampottina sui passi più sofferti, giusto per farmi capire che è veramente poco cortese, e anche di cattivo gusto che io assuma quell’espressione divertita quando la vedo districarsi scocciata da un ciuffo d’erba. Io avrei fatto mea culpa, e avrei ammesso che è vero, ok,  non dev’essere divertente misurare quanto un secchiello dell’umido per villette unifamiliari. Figuriamoci poi, avere le dimensioni di una formica! Una formica indipendente però, abbandonata al suo destino di eremita senza l’appoggio di una comunità solidale alle spalle.

In pratica un incubo. Ed è oggettivo che la prima sensazione che ti investe leggendo l’avventura di Scott sia quello di essere costretti a guardare un film dell’orrore. Si passa dallo sgomento di vedersi allungare i vestiti addosso, al terrore di essere aggrediti dal gatto. Dall’angoscia di vedersi intrappolato in una cantina che ha le proporzioni di una jungla, all’ossessione di procurarsi il cibo. Dall’ansia di trovare una via d’uscita, al raccapriccio di dover lottare quotidianamente contro una tarantola al solo scopo di sopravvivere.

C’è da chiedersi a questo punto cosa colpisca di questo libro, ma soprattutto in che ordine. Una volta superata la sensazione di disgusto kafkiano verso il ragno, allo stesso tempo mostro e metafora di sfida esistenziale, la detonazione esplosiva del combinato spavento-terrore, lascia il posto a una riflessione più grande e universale che corre parallela al percorso a ritroso del protagonista. Senza scomodare le consolatorie affermazioni di una partner insoddisfatta, senza rispolverare i miti di Davide e Golia o di Ulisse e Polifemo, basterebbe ripensare alla favola di Pollicino per ricordarsi che  le dimensioni non contano.  Ci arriverà anche Scott, ma dopo lunga paranoia che è inevitabile condividere. La trasposizione cinematografica  del ’57 risente tantissimo da questo punto di vista. Passi gli effetti speciali caserecci, che secondo me hanno sempre un certo fascino, quello che manca è l’anabasi del protagonista verso la consapevolezza di sé, una cosa millimetrica, un puntino nell’universo, ma sempre essere pensante e dotato di intelligenza. La rinascita spirituale dell’uomo-granello di sabbia dopo il graduale annullamento di tutte le sue certezze quotidiane è dolorosamente  tangibile nelle pagine del libro, mentre è appena sfiorato nel film.  L’epilogo della storia, era in effetti l’unico possibile ed intuibile, ma in questo caso la pellicola gli ha regalato un tocco di velato romanticismo. Non credo si possa parlare di spoiler se vi passo sottobanco lo screen, che oltretutto in inglese suona molto meglio che in italiano, ma vi consiglio comunque di non guardare se non avete ancora aperto il libro. Tanto dovete comunque leggerlo per capire i confini della rivelazione, sempre che si possa parlare ancora di confini.





























La molta cortesia fa temere che inganno vi sia.




Dalle recensioni che ho letto di questo libro si può dire esistano tre o quattro grandi scuole di pensiero.

Quelli che “pensavo di dovermi tenere la pancia dalle risate, e invece ho solo sorriso”.
Quelli che “boh, episodi autobiografici..sì divertenti,  ma la trama?”
Quelli che “secondo me poteva anche essere meno esplicito riguardo certi episodi della sua vita”
Quelli che “scrive bene ma non lo ricomprerei, i libri importanti sono ben altro”.

Risalendo a monte di queste isole omogenee di commenti, mi viene da pensare che non so mica se andrei a berci un caffè con gli autori di queste recensioni. Il mondo è certamente bello perché vario, e ci sono libri che ho odiato a morte quando il resto  del mondo li osannava, e viceversa, come ci sono tempi giusti per leggere qualsiasi cosa, ma qui il discorso è diverso. 

Me parlare bello un giorno è un libro che sta a metà tra il garbo e la leggerezza, come le commedie rosa degli anni Sessanta sgomitano tra i polizieschi degli anni Settanta e il melodramma degli anni Cinquanta. Una pausa rigenerante che ti permette di apprezzare il resto. È un libro che non parla né di massimi sistemi, né dell’importanza delle città nell’assetto istituzionale dell’Impero romano nell’età del Principato, ma neanche di cazzabubbole e dell’ordine cromatico dei peluche nella camera di una tredicenne che si voglia al passo con Paris Hilton. È un libro da domenica, da pausa pranzo, da panchina al parco, tutte cose che conosciamo bene e pur non attribuendogli un grandiosa importanza, riteniamo essenziali per un’esistenza degna di essere vissuta. Non credo che nessuno di noi, quando stira le labbra, lo faccia per ridere a crepapelle, ma questo non toglie significato a un pregevole sorriso. Nessuno di noi ha una vita da rotocalco per tutte le 24 ore del giorno, né eclatante e densa di avvenimenti memorabili mane e sera, ma questo non fa di noi per forza degli sfigati. Nel frattempo, una finestra aperta in primavera può suscitare in noi impulsi di amabilità radiosa, più che un intero documentario dell’Istituto Luce su Padre Massimiliano Kolbe.

Ammetto di aver preso il libro perché era da tanto tempo che volevo leggerlo, ma ero assolutamente immemore del motivo, se per via di una trama interessante o per via di una recensione persuasiva, chi lo sa, sta di fatto che mi ero convinta che fosse addirittura un libro triste. Tutt’altro. È la biografia, senza’altro parziale ed edulcorata, di uno che fa ironia pungente sulla propria vita, una vita non molto lontano dalla nostra, con tanto di gaffes, di aneddoti familiari imbarazzanti e dinamiche sociali che tutti abbiamo ben presenti.  E lo fa con estrema gentilezza  e cortesia, e a parer mio, di questi tempi è una cosa apprezzabilissima, perché ha il sapore del gesto di chi ti tiene aperto il portone di casa mentre tu entri con le buste della spesa. Niente di eroico, niente di fantascientifico, ma può dare una svolta alla tua giornata anche se solo per cinque minuti.  

Allora, se uno che mi conosce mi dicesse: carina le tue giornate, ma mi pare un po’ una vita da mediano; simpatici i tuoi aneddoti di quando andavi alle elementari, ma mi fa più ridere un film di Fantozzi;  interessante ciò che pensi e che dici, ma in pratica com’è che ti guadagni il pane? Corretti i tuoi commenti alle cose che leggi, ma da qui a diventare una Foster Wallace!

Ecco, me non so se con uno così andare mai a bere un caffè.

Da grande non voglio fare l'astronauta



Potrò dirmi "arrivata" quando con relativa scioltezza potrò permettermi uno dei miei grandi sogni: l'Arco Achille Castiglioni. Sotto avrò naturalmente un'imponente scrivania di mogano e una seducente poltrona Carlo Magno.

Nel frattempo mi adatto a una vita di stenti e privazioni, e fingo espressioni assorte da saggio docente universitario davanti a  una lampada da libro, presa dai cinesi a soli euro 3,99.

La sbobba di marzapane



Giusto un paio di cosucce per fare il punto della situazione. 

Se nel mondo, le relazioni pubbliche si svolgessero solo per metà come in quelle del libro, tre quarti dell’umanità avrebbe la faccia gonfia di schiaffi. 

12 ore di diretta di un uomo in stato comatoso con la voce fuori campo di Luciano Onder mi avrebbero annoiato di meno. 

Devo ammettere che il libro è scritto benissimo, se si considera il calibro qualitativo richiesto da una classe di quinta elementare. 

La mia vicina di casa ipocondriaca riesce a lagnarsi meno dei protagonisti. Ricordarmi di regalarle questo libro per dimostrarle che c’è gente messa molto peggio. 

Il marzapane lo tollero solo in Shrek. E solo in versione maschile. 

Un amico di mio cugino ha detto che se leggete questo libro, dopo sette giorni MUORITE. 



P.S. Ma perché questo libro ce l’avevo in wishlist?

Nero come il fuoco dopo che è passato.





Ci sono modi e modi di dire nero. Il nero è indubbiamente un colore. O forse è l’assenza del colore. 

Ma è anche molte altre cose. È l’umore tetro; è l’orlo delle nuvole cariche di pioggia; è la sofferenza dei vestiti di chi ha perso una persona cara; è il vuoto di una stella collassata; è un certo senso dello humor che non a tutti si addice; è l’eleganza di un tubino in una sera carica di aspettative; è il bagaglio giornaliero di uno spazzacamino; è la fame, quella vera; è la notte senza stelle; è il pessimismo più cupo; è il fondo di una padella; è la morte che vince la sua partita a scacchi; è il brutto anatroccolo; è il registro delle persone sospette; è il pane integrale; è il sangue rappreso. 

Poi però, c’è un altro tipo di nero. Il nero che si accompagna al bianco, il chiaroscuro che evidenzia l’abbronzatura in coincidenza col segno del costume. Quello è il nero che acceca, perché è quello che inconfondibilmente spiega. 

Adesso prendete una foto, preferibilmente desaturata, preferibilmente felice, magari della vostra infanzia. Adesso bruciatela ai bordi. Una cosa del genere. 



Vedete quel nero irregolare della bruciatura che avanza? Quella tristezza che vi prende quando il nero mangia i vostri ricordi? Riuscite a cogliere il momento in cui vorreste tornare indietro al momento in cui forse, avreste anche potuto non trovare l’accendino a portata di mano? Riuscite a cogliere il cinismo che vi si condensa nella bocca quando vedendo che il passato è andato, dite a mezza voce “macchissenefrega”? 

Quello è il nero. Il contrasto netto tra il passato e il presente, tra i ricordi e il futuro, tra la nostalgia e il disinteresse tagliente. 

Un eleganza fumosa e tetra che ti divora mentre ti accoccoli sulla sedia vuota e ancora calda delle illusioni in frantumi. Questo è il noir. Non un noir qualsiasi, ma il noir di Raymond.

Intervallo



Pierlu diventa emerito. Ratzinger gli manda un twitter: ti aspetto a Castel Gandolfo per l'ora del tè. I krumiri portali tu.

”A tela ordita, Dio manda il filo”




Occorre che voi sappiate che il mio amico culo di gomma, famoso meccanico potrebbe dire che è tutta una questione di avviamento. 

Del resto ce l’hanno insegnato da bambini: ciò che conta è l’inizio. Ad esempio l’alba di un giorno qualunque perché il mattino ha l’oro in bocca; l’inizio di un tema  perché chi ben comincia è già a metà dell’opera. Poi siamo cresciuti e ci siamo lasciati affascinare dalle teorie sull’inizio del mondo, ci siamo innamorati dell’ouverture di un’opera lirica, ci siamo annotati l’incipit di un romanzo su un foglio volante,  abbiamo criticato l’esordio felice o deludente di un’artista, abbiamo introdotto discorsi scomodi, e poi tutti, almeno una volta nella vita ci siamo innamorati, cioè abbiamo dato inizio, avviato, intrapreso una storia d’amore. 

L’universalità del target di lettori  a cui è destinato questo libro dipende proprio da questo assunto: quella sensazione di farfalle nello stomaco e di energia prorompente, peculiare di chiunque  stia incominciando ad amare.  Come tutti voi saprete, c’è una leggerezza di fondo che predomina i primi tempi  di ogni storia nascente. Il brio ci prende la mano, il capello spettinato non è più spettinato, è frivolo; la strada davanti a casa non è più grigia, ma grigio perla con orli argentati ai lati. Avete presente il cliché che vuole che quando siamo innamorati tutto sembra più bello? That’s so yesterday. Non è il mondo che diventa bello, è la qualità del nostro pensiero che cambia. Il mondo è paro paro quello di ieri, i nostri occhi idem, ma i nostri pensieri si vestono di primavera.  Non è ancora amore, non è quella cosa frutto di tempo, di costanza e dedizione al rapporto, è ancora aMoressia. Ed è una sensazione indubbiamente illogica ma bellissima. 

Allora il punto sapete qual è? È che dove Calvino ha scritto un libro utilizzando solo degli incipit, Vian ha scritto un’intera storia d’amore, completa e circolare, con la leggerezza dell’incipit che dà il via agli amorosi sensi di qualunque love affair. È grazie a questa leggiadria che riesce a farci innamorare di personaggi che inseriti in altro contesto ci riuscirebbero insopportabili perché fuori da ogni logica. C’è un’attenzione ai dettagli, alle sfumature, alle virgole, alle parole che è tipica di chi ha gli occhi a forma di cuore e il cuore a forma di alcova, e l’alcova a forma di tana, e la tana a forma di lei/lui, e lei/lui a forma di specchio, e lo specchio a forma del nostro riflesso. Una cosa stucchevolissima a pensarci, ma sempre quel benedetto punto sapete qual è? Che la Vianoressia che ti prende leggendo, prima di diabetizzarti fa una giravolta e si fa seria. 

Quella cosa del mondo che rimane uguale a dispetto del tuo stato d’animo doveva essere ben chiara anche a Vian, assolutamente consapevole del fatto che se la macchina ha da guastarsi si guasta anche se sei innamorato, se devi perdere il lavoro lo perdi comunque, e se ti muore un affetto caro, muore anche se hai un sorriso da ebete. Anzi, se deve arrivare una batosta,  ti arriva in quel momento, perché la vita, quella  vera  e cinica, ama affondare il coltello nel burro della felicità. E così nell’esistenza surreale di Colin e Chloé, quella tragedia che non credevi possibile, prende il posto dell’happy end che ti aspettavi, ma sempre per quel  stramaledetto punto,  Vian te la offre  con lo stesso tono lieve ed esplosivo della prima parola del libro, della prima frase, del primo sguardo di un colpo di fulmine. E a te verrebbe quasi di riesumare la sua salma e prenderla a schiaffi e dirgli, ma non è possibile, diograssone, che mi racconti una disgrazia con ‘sto tono! E invece è possibile, ed è ciò che fa di questo libro un piccolo gioiello, struggente e  dolcissimo, ed è solo un problema di forma, o forse di signorilità, ché se una malattia la chiami ninfa, rimane comunque malattia, e se la tristezza viene descritta come una stanza che cambia forma e colore, rimane sempre tristezza.  A noi lettori, rimane però  una certezza  estatica e rassegnata:  che la leggerezza di questa storia in fondo sia solo sottrazione di peso, e che Vian sia come quei cantanti che ti commuovono cantando l’estate. Ti racconta i giorni usando la schiuma. 

L'Eco dei ricordi





Quando lessi questo libro una decina di anni fa, mi affidai a una visione panoramica dell’insieme. E mi piacque. Riletto adesso, e aggrappandomi a una visione panoramica dell’insieme, mi piace. 

Dare lo stesso giudizio a un libro, a distanza di dieci anni, è quasi sconfortante per un lettore medio forte, convinto di evolversi continuamente in una maturità letteraria che va di pari passo con le sue letture. Se non fosse, che in questo caso, riesco a percepire quei dettagli per cui mi aggrappo a una prospettiva globale del romanzo. 

È infatti uno di quei casi, in cui tocca stilare una media dei pro e dei contro. Partiamo dal fatto che Eco è uno che di letteratura ne sa. E non gioca certo a fare il modesto. Da questo punto di vista, leggere questo libro è come aprire la Treccani alla lettera X. Uno pensa, quante parole vuoi che ci siano a parte xilofono, poi ti accorgi che ci sono 20 pagine di parole icseggianti e non sono tutti nomi propri di paesi /persone orientali, e impallidisci indovinando cosa ci può essere dietro il resto dell’alfabeto. Fate conto sia un kebab farcito di citazioni colte ad uso e consumo di chi vuol prenderne spunto. Riflettere su quante cose ci siano ancora da leggere e imparare, distrae ampiamente dall’Umby smargiasso che vanta cose che voi umani ecc ecc… 

In secondo luogo, e su questo sarò breve, Eco ha uno spiccato senso della grammatica italiana. Pulitissimo e con un uso della punteggiatura, che rispecchia l’originario senso delle pause, del respiro e dell’espressione che sta dietro la ratio di voler trasporre su carta un qualsiasi discorso orale. Una cosa che per un sedicenne di oggi, ha lo stesso sapore dell’aramaico. 

In terzo luogo, è un libro autobiografico. Che prende spunto da un escamotage abbastanza banale. Un signore di mezza età che perde la memoria, e scavando nei suoi luoghi d’infanzia, ritrova se stesso (e la memoria se del caso). Quanti libri autobiografici ci siamo pappati, di quante infanzie tra orti soleggiati e casolari abbandonati abbiamo letto? Un numero indefinito. Il tutto sta a propinartelo in modo piacevole. E anche questo Eco lo sa fare. Solo che qua c’è il primo errore. Ha scritto il libro per un target di lettori coetanei. Albumizzare il libro con illustrazioni d’epoca è stato un colpo di genio, solo che la profusione è inversamente proporzionale alla vivacità e all’età del lettore. Mio padre ci sguazzerebbe che è una bellezza, tra incipit di canzoncine ante guerra e illustrazioni vintage di vecchie scatole di caffè. Uno che è nato come me a fine anni 70, all’inizio è curioso, poi si diverte scoprendo che riesce a carpire un quarto (non di più) delle citazioni canterine, dopo incomincia ad annoiarsi e infine assume la faccia di circostanza di un paracarro. 

Il mio modesto parere, è che Eco questa cosa l’abbia capita perfettamente, e per accalappiarsi un consenso unanime, dal microscopico dei suoi ricordi personali sia voluto passare al macroscopico dei ricordi collettivi, tirando fuori la guerra , la resistenza, il nemico che ci ascolta, cose che per amor di conoscenza continuiamo a leggere sempre, questa volta tutti, non solo gli over 70, con una certa morbosa soddisfazione. Ora, però, sfortunatamente, due anni prima del 2004, data in cui venne edito questo libro, era uscito Il paese dei Mezarat di Dario Fo, che sempre sfortunatamente io lessi poco prima di questo, e al netto delle illustrazioni che nel libro di Fo non ci sono, al netto dei luoghi d’infanzia che sono ovviamente diversi ma uguali nel modo di percepirli, al netto dei nomi dei protagonisti degli aneddoti sulla resistenza, al netto dell’autobiografia di un autore di successo, sembra di rileggere la solita pappa. E con questo non voglio dire che Eco abbia copiato da Fo, ci mancherebbe, ma che una storia come la loro, è abbastanza comune, a parte il successo professionale raggiunto, all’80 per cento degli italiani loro coetanei, e quindi mi acchiappa, in quanto a trama (e il discorso vale sia per Eco, che per Fo) quanto i racconti di mia nonna. Begli aneddoti, ma li posso sentire anche da qualcuno di famiglia. 

La cosa buona, in conclusione, rimane che però, non siamo fortunatamente tutti uguali. E per chi sa poco del patrimonio storico italiano, della letteratura classica, per chi non ha nonni, e non ha mai fatto collezioni di francobolli, questo libro rappresenta comunque una miniera di spunti notevoli, e leggendolo, ci si potrebbe scoprire a fare la stessa faccia di Bretodeau in Amelie, quando apre la scatola dei ricordi e ritrova il suo tempo perduto. Che come visione panoramica dell’insieme ha in definitiva, qualcosa di affascinante.

Monumentale invidia





Ecco un altro tomazzo che la pimpante Noce ha letto durante il liceo, periodo d’oro ove, per sfuggire a una preoccupante timidezza, faceva incetta di letture classiche. Poi, non avendo nessuno con cui confrontare le sue giovanili impressioni, si dimenticava il tutto nel giro di un annetto. La prima pagina reca la scritta, in bella grafia tonda tondissima, da liceale per niente sui generis “Roma, ‘95”. Il che vuol dire che lo comprai alla Stazione Termini, mentre con la mia classe si aspettava di salire sul treno per Vienna, per una promettente e cazzeggionissima gita scolastica di fine liceo. Di sicuro, lessi il libro al rientro, ché allora non ero mica conciata come adesso, dove il mio ritmo di lettura è imbarazzantemente indietro rispetto all’acquisto compulsivo di materiale cartaceo. Quindi, facendo due calcoli, letto nel ’95, al rientro da una gita di cui non ricordo quasi nulla se non le palle di Mozart e una polverosa ed elegante atmosfera, condensata in architetture secolari di cui non ho saputo godere a pieno, per osmosi non mi dev’essere stato difficile entrare in sintonia con la famiglia Buddenbrook. Sono certa, sempre basandomi su dati storiografici, che avrò anche edith-whartoneggiato un po’, considerando che L’età dell’innocenza di Scorsese era uscito appena un paio d’anni prima, e la festa d’apertura con l’ardita e suggestiva teoria di salotti di casa Beaufort, ricorda molto il fragilissimo equilibrio borghese del sontuoso banchetto inaugurale con cui apre la scena Mann.




L’egoteque giovanile, mi deve quindi aver distratto da un particolare che adesso non posso ignorare e che fa dell’autore tedesco, oggetto eterno della mia ammirazione. Cioè che questa fu la sua prima opera. E non parlo di una di quelle opere meditatissime, che gli autori conservano nel cassetto della scrivania in mezzo a pacchetti di sigarette, pistole ad eventuale usum suicidium, e testamenti poco compiacenti. Opere che dopo lustri di ritocchi e rimaneggiamenti vengono finalmente alla luce, grazie a un editore più sveglio degli altri, e capace di riconoscere il genio latente. No no. Non è il caso del giovane virgulto Mann. Alla stessa età in cui io prendevo il treno per Vienna, e l’unico mal sottile che mi consumava era quello di avere una cuccetta con la mia amichetta del cuore, lui era già redattore di un foglio satirico e già si avviava verso una consapevolezza di sé che io non ho manco ora. All’età di ventidue anni, un’editore importante lo sollecita a scrivere qualcosa di più corposo di qualche raccontino. E Mann cosa fa? Leggero come solo un genio può essere, prima chiede al fratello se vuol fare una cosa a quattro mani, stile Goncourt, poi siccome non se ne fa nulla, si stringe nelle spalle e dice “vabbè, faccio da solo”. Una cosa tipo che io dico a mio padre, ci vieni a far la spesa con me? Non vuoi accompagnarmi? Vabbè dai, vado da sola. E quindi Thomas si mette a scrivere. All’inizio pensa, ma sì, faccio una cosina corta, la storia di una famiglia che decade nell’arco di quattro generazioni, poi si accorge che è un tantino più lunga di quello che aveva previsto. L’editore gli dice, bello di zio, il lettore ti manda a quel paese se si deve cimentare in cose lunghe quanto un rotolone Regina, taglia un po’, da retta a me,ma Thomasino bello punta i piedi, o così o pomì. L’opera viene quindi pubblicata integrale, e dopo un primo tiepido approccio da parte del pubblico lettore, più per una questione di prezzo che di gradimento, fa il botto in edizione economica. Un clamoroso successo. A distanza di quasi un secolo, aggiungerei meritatissimo.




C’è un verso molto famoso di una canzone di Mercede Sosa, che dice “cambia el màs fino brillante, di mano in mano su brillo*”. Mann, di quel verso, si può dire ne abbia fatto una parafrasi, raccontando il processo di opacizzazione di una famiglia, preziosa e fine come un brillante, incastonata tra personaggi diversi ma luminosi come zaffiri, tra una Toni che ricorda i vezzi infantili di una Rossella O’Hara senza la sua saggezza finale, un Christian ipocondriaco e tutto teso in una concentrazione interiore, un Hanno sensibile e quasi catartico, e un Thomas giudizioso e severo, che scopre il segreto dell’esistenza troppo tardi, e come Martin Eden, nel momento in cui seppe, cessò di sapere. Una saga monumentale che a me servirebbero quattro generazioni solo per pensarla, figuriamoci per scriverla. Invece Thomas, fresco fresco, la scrive a ventidue anni, tra Roma, Palestrina e Monaco. Come dire, la gioventù bruciata come fenomeno sociale, ha ancora da venire.




Se volete sapere quanto sia salutare e necessario leggere un classico come questo, per stile, per realismo e per caratterizzazione psicologica, leggete altre recensioni. Io vi dico solo che leggere è un po’ come partire per altri lidi, ma partire è anche un po’ morire. Ecco, se volete morire invidiosi ma soddisfatti, questo è il libro giusto.




*Cambia il brillante più prezioso, di mano in mano il suo splendore.