Il solito imbecille



- Leggevo molto?
- Sei un lettore instancabile. Con una memoria di ferro. Sai un sacco di poesie a memoria.
- Scrivevo?
- Niente di tuo. Sono un genio sterile, dicevi, a questo mondo o si legge o si scrive, gli scrittori scrivono per disprezzo verso i colleghi, per avere ogni tanto qualcosa di buono da leggere.
- Ho tanti libri […]
- Qui sono cinquemila. E c’è sempre il solito imbecille che entra e dice, quanti libri che ha lei, li ha letti tutti?
- E io che rispondo?
- Di solito rispondi: nessuno, altrimenti perché li conserverei qui, lei tiene forse da parte le scatolette di carne dopo averle svuotate? I cinquantamila che ho già letto li ho regalati alle carceri e agli ospedali. E l’imbecille barcolla.

[La misteriosa fiamma della regina Loana] Umberto Eco (Ed. RCS Libri, 2004), Pag. 34

Skippy muore, la letteratura no





Quando Skippy è morto, io ero ancora in libreria. Perché Skippy, per chi come me ha l’edizione Isbn, muore già in copertina. C’è scritto tutto. Dove, come, quando è successo, e c’è anche una sua foto. Quasi un necrologio da vetrina.

Mi è stato inevitabile ripensare alle Vergini suicide di Eugenides, a quell’uso competente dell’ossimoro letterario, per cui ti ritrovi a leggere una storia partendo dalla fine cronologica di tutto. Ma qualcosa non tornava già dal titolo. Quell’indicativo presente,  così sintetico, così glaciale, Skippy muore, quel tono da radiocronaca che toglie la sacralità tipica dell’evento luttuoso già accaduto, già passato, e quindi già maturo nel dolore, ti catapulta nel succedere dell’azione, nell’istante in cui la morte si presenta. E non è una cosa bella. A me, ad esempio, è venuto quasi da ridere. Perché il punto è questo. Skippy muore. E muore davanti a te. Circondato da ciambelle, in un locale anonimo come può esserlo un locale per adolescenti, nell’indifferenza generale. Muore solo, nonostante il locale sia mezzo pieno. Ci vogliono minuti interi perché il suo amico si accorga di cosa succede, gli stessi minuti che servono a te, per renderti conto dell’atmosfera sterile ed ospedaliera che circonda l’entrata in scena di Skippy. Meno di 8 pagine per accorgerti che la sua morte è quasi ridicola. Non c’è niente di quel dramma, di quel mistero che avvolgeva il gesto estremo delle sorelle Lisbon e che ti spingeva a voler sapere cosa le aveva portate fino  quel punto. Skippy è avvolto dall’imbarazzo di quel presente indicativo, che non ti dà tempo di metabolizzare l’accaduto e ti manda avanti per forza d’inerzia. È questo lo spirito con cui ti avventuri nel passato prossimo di Skippy, ci si infila nelle pieghe della sua vita quasi con il distacco di chi è certo di essere estraneo agli avvenimenti. Ma Skippy non è una persona qualunque, Skippy sei tu, è la tua adolescenza che si affaccia con la stesso tono tragicomico del ragazzino visto con gli occhi di un adulto, sono tue le motivazioni che ti portano a quel fatidico giorno in cui acconsenti a fare una gara a chi mangia più ciambelle. E così manco te ne accorgi che la seconda volta che Skippy muore, che è sempre al presente, ma adesso che è saturo di ragioni (anche)tue, è un presente partecipato, sei affranto e allo stesso tempo frustrato e irato per la fine che quasi ti sentivi in potere di evitare. E ti chiedi cosa ci possa ancora essere nelle ultime 200 pagine, quale peso e di che tipo, si possa ancora aggiungere alla durezza cristallina della storia. E inizia così il veloce accavallarsi di mille fini, gli esiti di tutte le vite che Skippy ha toccato, o semplicemente sfiorato. E nonostante sia un’atmosfera di pesante disincanto, di illusioni infrante, di sogni smontati  con perizia, è quasi confortante sapere che Skippy in fondo era meno solo di quello che pensava. C’è un che di consolatorio nell’accorgersi che nel campo visivo delle vite altrui, Skippy era rimasto impresso nonostante fosse ai margini di qualunque scena.

È un infinito piacere constatare come in un mondo in cui avanza prepotente la moda esplorativa della scrittura collettiva, un solo autore riesca con sole due mani e una tastiera, a portare avanti un tale consorzio di gesti e sentimenti. E se è vero che Skippy muore, così non si può dire per la letteratura. E speriamo di poter dire la stessa cosa anche per il cinema, quando uscirà l’adattamento in pellicola firmato da Neil Jordan. Nel frattempo, al vostro posto, io correrei ai ripari, perdendomi nella cascata di parole che Murray ha saputo perfettamente dosare. È una fragorosa e potente discesa, ma è comunque uno spettacolo.

E dopo la lieta novella..



... Seguirà quindi una sessione di tango in Cappella Sistina. 
All'uopo l'organo verrà sostituito con un bandoneon.

Bambini si nasce




Capita che a volte ci si lasci stupire dall’infanzia. A me è capitato. Qualche tempo fa, ero a casa di un’amica che ha un frugoletto di otto anni. Mi aveva condotto per mano sul suo tappeto-magico-volante-del-salotto, e lì eravamo rimasti a giocare per una mezz’oretta. Poi, io mi ero alzata, e nel farlo mi ero anche premurata di aggiustare le pieghe dei pantaloni.

-Adesso vado a chiacchierare un po’ con la mamma – gli avevo detto mentre mi assestavo su un più serio e austero divano.

- Ok, sei improvvisamente diventata adulta anche tu- aveva detto lui, guardandomi con un misto di rassegnazione e pena (per me). Poi si era nuovamente dedicato ad affari ben più importanti di una bambina cresciuta nel giro di mezz’ora. La sanguinolenta battaglia tra frange del tappeto e fughe delle piastrelle non poteva indugiare oltre. Mi lasciò quindi lì, con un palmo di naso, e due palmi di vergogna.

Allora non lo sapevo, ma adesso mi è palesemente chiaro che quel bambino era amico di Bartolomei o di Al Santamaria, una delle due.

Il caso vuole che abbia letto e guardato la vita  di Al contemporaneamente a quella di Skippy, che racconta la sua vita in un altro libro, e vive in un mondo molto più triste e adulto di quello di Al. Se è possibile, il libro di Paul Murray, tratta di uno stesso aspetto della vicenda  all’inverso. Per comodità, vi riporto un passo che rende l’idea di ciò che intendo con “inverso”.

“Sapete com’è, passate l’infanzia a guardare la tv, dando per scontato che prima o poi nel futuro tutto quello che vedete succederà a voi: anche voi vincerete una corsa di Formula 1, salterete su un treno in corsa, metterete nel sacco un gruppo di terroristi, direte a qualcuno “metti giù la pistola” e così via. Poi cominciate la scuola superiore, e all’improvviso tutti cominciano a farvi domande sulle vostre prospettive di carriera e sul successo, e per successo non intendono quello che pensate di raggiungere vincendo lo scudetto. Pian piano comincia a balenarvi l’amara verità: Babbo Natale era solo la punta dell’iceberg, e il vostro futuro non sarà il giro sull’ottovolante che vi eravate immaginati, e il mondo dei vostri genitori - quel mondo dove si fa il bucato, si va dal dentista, e nel fine settimana si va al magazzino di articoli fai da te a comprare piastrelle nuove - è in realtà in buona parte quello che si intende per “vita”. E ora ogni giorno che passa un’altra porta sembra chiudervisi davanti, quella con sopra scritto STUNTMAN PROFESSIONISTA, o quella con scritto COMBATTI CON IL ROBOT MALVAGIO, fino a che, mentre passano le settimane e le porte - MORSO DA UN SERPENTE, SALVA IL MONDO DA UN ASTEROIDE, DISINNESCA LA BOMBA A POCHI SECONDI DAL BOTTO- continuano a chiudersi, voi cominciate a credere che quel suono di porta sbattuta sia una cosa buona in fondo, e anzi, cominciate a chiuderne qualcuna pure voi, anche qualcuna che magari non andava chiusa..”

Al e la sua famiglia avrebbero preso questo libro e l’avrebbero messo all’indice, tra le cose contrarie all’ortodossia e alla morale cosmica. Avrebbero aggiunto un articolo alla Costituzione del Principato Santamaria e avvertito che per una sana e corretta vita felice, nessuno avrebbe dovuto mai, ma poi mai, attenersi alle indicazioni di questo passo.  E probabilmente avrebbero anche motivato la loro condanna. Forse avrebbero scritto qualcosa del genere:

“Il problema non sta nel crescere, né tantomeno nell’afferrare il vero senso della vita. Il problema sta nel ricordare chi sei. Puoi essere tante cose, ma di certo, innanzitutto sei stato un bambino. L’unico habitat da preservare è quello. Ciò che ti rendeva felice da piccolo, è ancora ciò che ti rende felice da grande. L’unico affetto che ti serviva da piccolo, era quello dei tuoi  genitori e dei tuoi fratelli e sorelle, identico a quello che senti necessario da grande, anche se ci aggiungi qualche nome in più  e ci fai stare a forza, pure quello del cane. Il nemico da combattere non è l’essere adulti, ma l’adultaggine, quell’impostazione scorretta della spina dorsale e dell’anima che ti fa chiudere le porte sbagliate, che non sono come spesso si crede, quelle del gioco e dell’assenza di responsabilità, ma quelle della leggerezza e del vivere con gentilezza, quelle dello stupore e della genuinità delle espressioni. Combattere contro un robot malvagio, disinnescare la bomba a pochi secondi dal botto, salvare il mondo da un asteroide, costruire un principato in mezzo al niente, cercare la casa perfetta, tutte cose possibili, se sei nell’habitat giusto, con gli affetti e col cuore in ordine, anche se sei in doppio petto e sei direttore di banca. Basta crederci. We can. Because we are family.”

Chi di voi pensa che Peter Pan fosse un personaggio serissimo, non può perdersi questo libro, chi di voi invece pensa che fosse un’eco di un qualcosa di cui non ricordate il nome, pure. Giusto per rinfrescarvi la memoria su chi siete e da dove venite.

Provammo dei sentimenti ignorando il pericolo





Le commedie rosa degli anni sessanta sono quelle che più si avvicinano alla mia idea platonica di piacere. Se mi sentite dire che su un’isola deserta mi porterei dietro Guerra e pace, quasi sicuramente mento o non la racconto giusta. Sì ok, un libro me lo porterei (e probabilmente non sarebbe quello di Tolstoj), ma di sicuro nello zaino ci sarebbe anche un televisorino mignon e una gamma completa di commedie vintage. Da “Irma la dolce” a “Ero uno sposo di guerra”. Ce n’è una ad esempio, sulla cui visione mi plafono a scadenze regolari, che si chiama “Il letto racconta”.

I protagonisti sono una Doris Day molto elegante, e un Rock Hudson molto play boy. Sono vari i motivi per cui con questa commedia mi sbrodolo di compiacimento. Un po’ per i dialoghi, un po’ per i colori pastello degli arredamenti, un po’ per il come veniva fasciato il punto vita dagli abiti dell’epoca, ma in special modo per il protagonista assoluto della storia: il telefono. Sì esatto, quell’aggeggio demodé, che aveva la rotella  e una cornetta  senza spigoli, che dopo un quarto d’ora che la tenevi in mano, ti sudavano  l’orecchio e le dita. 





Il mio grado di soddisfazione, raggiunge l’apice a partire dalla sigla, perché viene fatto uso e abuso di una tecnica cinematografica che voi probabilmente ricorderete di più in altri film. Lo split screen. La divisione dello schermo che ti mostra cosa succede contemporaneamente in luoghi presumibilmente diversi. 






La scena però, su cui mi adagio mollemente e raggiungo il massimo di compenetrazione empatica coi protagonisti, è quella in cui la divisione delle inquadrature li mostra  immersi nelle rispettive vasche da bagno mentre si parlano al telefono.  Giocando distrattamente coi piedini toccano il punto di separazione dello schermo, e qui lo split screen ci regala un’illusione cinematografica deliziosa, quella per cui ciò che li divide allo stesso tempo li unisce, perché a noi spettatori pare che i piedi si tocchino. Insomma, è più facile a vedersi che a spiegarsi.




Ecco, se Thomas Mann dovesse raccontarvi sinteticamente cos’è La faglia, direbbe che due generazioni si porgevano le mani, in una specie di chassé croisé. Se lo dovessi fare io direi che è come lo split screen ne “Il letto racconta”. La faglia, quel crepaccio su una via periferica di Torino,  insidioso pericolo per il Garelli di una squinternata combriccola di ragazzi, rappresenta, attraverso il salto  a cui ti costringe, anche il punto di contatto tra due mondi, quello dell’adolescenza piena  nel modo di sentire, e quella degli adulti alla vana ricerca di una finta felicità esteriore. Quella tra l’Italia di ieri dove l’illusione di poter salvare Aldo Moro dal sequestro (e qui mi è stato impossibile non ricordarmi della Banda degli invisibili di Bartolomei) sembrava lo sbocco più logico per essere parte della Storia, e l’Italia di oggi, lontanissima dai valori di un tempo. Gomez, protagonista del percorso a ritroso, è sul crinale di quel crepaccio che rappresenta il bilancio della sua vita, e se per noi è adrenalinico fare il salto della faglia con lui,  allo stesso tempo ci ricorda una poesia di Machado dove “nel voltare indietro la vista, si vede il sentiero che mai si tornerà a calcare. Viandante non c’è via ma scie di mare”, e non serve certo che sia io a dirvi, quanto facile sia, perdersi nelle scia delle proprie emozioni.


Poi siamo cresciuti, abbiamo trovato chi ci ha dato lavoro, abbiamo cambiato città, ci siamo sposati, ci siamo illusi di essere come tutti gli altri, ci siamo spaventati di essere come tutti gli altri. Abbiamo fatto figli, abbiamo impedito loro di correre e di bere dalle bottiglie dei loro amici. Ci siamo incontrati alle casse dei supermercati quando eravamo già adulti e abbiamo fatto finta di non riconoscerci. Ma tornando alla macchina comprata svogliatamente su insistenza del concessionario, scaricando il carrello di tutte quelle cose che non avremmo voluto mai comprare, ci abbiamo pensato. Abbiamo ancora una volta pensato a quando avevamo tutto il tempo del mondo. Tutto il tempo del mondo davanti a noi. A quando la felicità non era ancora una parola vuota. A quando la felicità non era ancora un vecchio sogno dimenticato da anni, come una macchinina rossa vista nella vetrina di un negozio di giocattoli. Provammo dei sentimenti, ignorando il pericolo.

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E a proposito di split screen, dato che se mi date un dito, io mi prendo un braccio, non posso proprio fare a meno di spacciarvi questo.



Donne du du duuuuuuuuuuuuuu





Le mie amiche donne si possono contare sulle dita. I miei amici maschi anche, ma sono comunque  di più. 

All'inizio credevo fosse idiosincrasia generica verso il gentil sesso. Non è così. È idiosincrasia verso di me casomai.

I miei difetti sono tanti, e l'80% di essi, sono da considerarsi parte del pacchetto all inclusive di cui ogni donna è più o meno dotata. Umorale in corrispondenza del ciclo, piagnucolona per cose oggettivamente infantili, leziosa e vezzosa davanti a una vetrina, curiosa come una bertuccia se mi si sta per rivelare un segreto ecc. La prepotenza con cui questi difetti vengono a galla, dipendono spesso e volentieri da chi mi sta davanti. Cioè dai limiti che mi autoimpongo. È chiaro che a un colloquio di lavoro non andrò in fibrillazione davanti ai post-it colorati del datore di lavoro. (Ommioddio quanto sono carini, c'è anche il lilla, perchè sa, il fucsia è bello eh, ma dopo un po' stufa). Questa storia degli autolimiti ha varie sfaccettature. Capita a volte che prendano il nome di buon senso, lo stesso che ti porta a non raccontare barzellette a sfondo sessuale al funerale di tua suocera. 

Questo non fa di me un modello di perfezione. Non di rado, il mio buonsenso sciopera, lasciandomi in un mare di vergogna, nel momento in cui mi accorgo di essere caduta in un certo stereotipo femminile.

Quindi non è che a me le donne stiano antipatiche, semplicemente mi dà fastidio quando riconosco in loro i miei stessi difetti, e le tollero ancora meno quando vedo che consapevolmente  non usano il buonsenso. In tali circostanze non sono per niente femminista. Nessuna solidarietà da pollaio. 

È chiaro che le donne non sono solo questo. E come ci sono le oche ci sono anche le donne che lavorano, che crescono i figli, quelle brillanti, quelle che cucinano, e quelle che fanno tutte queste cose assieme. Ma è esattamente lo stesso discorso che si potrebbe fare degli uomini. Non tutti sono stronzi e maschilisti. Ci sono quelli che lavorano, che crescono i figli meglio di una donna, che sono attenti e sensibili, quelli che non leggono solo la Gazzetta dello Sport e via dicendo. Insomma: oltre le gambe c'è di più, ma anche oltre i pettorali di Big Jim.

Quindi, oggi è l'8 Marzo. I dati preoccupanti che riguardano la violenza sulle donne mi allarmano, allo stesso modo delle percentuali su quanto contino ancora poco le donne, nel mondo del lavoro e nei lavori di "concetto". Ma sono anche una persona tendenzialmente solitaria. E assolutamente conscia di questo mio lato, difendo la differenza, non in quanto donna, ma in quanto Noce. Essere pensante più o meno valido, più o meno arguto, più o meno simpatico, più o meno utile alla società. Se le percentuali  vedessero gli uomini come vittime, adotterei lo stesso ragionamento, perché non difendo tanto il genere, ma la singolarità di ognuno.

Io per oggi mi sono ripromessa di fare un fioretto: non scavalcherò il muretto del giardino del vicino per rubare mimose dal suo albero. Fatelo anche voi un fioretto. Rispettate le donne in quanto esseri umani, e non solo perché donne. 

È il gesto che conta




Dice Sklovskij: Sei russo? Hai di sicuro l’andatura pesante. E non solo in senso letterale.

Sei russo e sei un letterato che vuole scrivere d’amore? Hai già perso a tavolino. La letteratura russa ha una naturale propensione all’insuccesso amoroso e alla lagnanza.

Sei un russo letterato che scrive d’amore, e per di più in forma epistolare? Incomincia ad allineare le lamette del rasoio sul lavandino. I romanzi epistolari preannunciano fini tragiche e cuori infranti.

Sei un russo, letterato, che scrive d’amore in forma epistolare, e la crudele amata ti vieta di scriverle d’amore? L’abisso dello sconforto.

Sei un russo, bla bla bla, e non solo devi aggirare il divieto dell’amata, ma non sei neanche corrisposto? Un suicidio assistito. Nel senso che noi lettori ci portiamo pop corn, sedia da regista e cuscino usurato da casa, e assistiamo al lutto e allo sconforto della tragedia annunciata.

Ma voi ve la ricordate la teoria di Proust sull’amore non corrisposto? Ve la faccio breve: che quando non sei corrisposto, ci metti tre vite e mezzo a rendertene conto, per una semplice questione di riverbero. Mi spiego: metti che ti innamori follemente di qualcuno che manco ti vede. O se anche ti vede, abbozza (per cortesia, per pigrizia, per mancanza di polso, per comodità, chissà). L’oggetto del tuo amore diventerà improvvisamente il centro del tuo universo, quello su cui riversare tutto l’amore e le attenzioni che puoi. Secondo Proust, è questo il momento del riverbero. La potentissima ondata d’amore con cui tu ricopri l’amato, rimbalza sulla superficie della sua insensibilità, ovviamente crudele e meschina insensibilità, e come un boomerang ritorna velocissimo verso di te. E tu, cieco e per di più con gli occhiali da sole, scambi questo riverbero per amore suo, proveniente dall’oggetto amato, mentre invece è un misero riflesso del tuo. I tempi  necessari per toglierti definitivamente il prosciutto dagli occhi e capire l’inghippo, si allungano quindi sensibilmente. Ed è anche probabile che non morirai di gioia quando finalmente ti accorgerai che hai amato qualcuno che, al massimo, ti tollerava per educazione. Il brutto di questa cosa, è la frustrazione che ti assale quando capisci veramente cosa è successo, di solito cent’ anni dopo che i tuoi amici più cari te l’hanno detto e ripetuto fino alla nausea con tanto di disegnini esplicativi (e quindi diventano per forza di cose cent’anni di solitudine, perché insomma, anche gli amici hanno un limite di tolleranza più o meno variabile).

Rispetto a questa teoria, Sklovskij si colloca in una posizione di comodo. Nel senso che sta proprio comodo sul sofà, consapevolissimo di non essere corrisposto fin dall’inizio. E scrive. Scrive per episodi, per lettere, per aneddoti, godendosi masochisticamente il suo dolore. E ne fa una cosa meravigliosa. Un amore che va letto come si sgrana un rosario, sfibrando la fede dall’amore chicco per chicco, un ricamo che travalica l’oggetto amato, sviscera la saudade dell’esiliato in terra straniera, e si adagia di nuovo su parole che non c’entrano niente con l’amore eppure parlano solo di quello. In tutte le accezioni possibili. Declinandolo in termini di macchine, di transatlantici, di forza di trazione, di guerra, di telefonate, di dissertazioni sul plurale maiestatis.

Vi sembrerà che io stia vaneggiando. Parlare d’amore non parlandone sembra impossibile. Invece non lo è se ci si concentra sulla movenza iniziale. Sklovskij dal suo malinconico sofà, l’ha capito perfettamente. E quando ha smesso di scrivere e si è alzato, ha lasciato pagine e pagine di parole, che non parlano d’amore, ma sono di più. Sono gesti d’amore.