Metti che poi perdi le staffe




Ebbene signori miei, cosa sarebbe successo se Moses Herzog avesse avuto un blog?

Avrebbe sicuramente fatto parte della vecchia scuola, forse antesignano della piattaforma di Splinder. Lì avrebbe esercitato le sue migliori doti di grafomane, scrivendo post tutti i giorni e non di rado più volte al dì; avrebbe intavolato discussioni, inveito contro destinatari universali, sfogando le sue frustrazioni e  intervallando fiumi di parole irate a poetici sguardi disillusi sul passato. A volte avrebbe risposto ai commenti con veemenza e partecipazione, a volte avrebbe spiato in silenzio, tutto compreso nel suo vittimismo, o a seconda, nel suo orgoglio più fiero. Per via del suo vasto background culturale, avrebbe seminato proseliti senza difficoltà e l’opinione pubblica si sarebbe scissa in colpevolisti e innocentisti.

Poi, con l’avvento dei social network sarebbe passato di moda. Con fare dinoccolato avrebbe accettato che internet rispecchiasse la società qualunquista di oggi, ma con contegno si sarebbe fatto da parte. Non sarebbe stato uno di quelli che cancellano l’account. Avrebbe lasciato i suoi scritti lì, come testimoni romantici delle sue cadute e risalite.

Nondimeno il suo nome sarebbe rimasto legato a un certo tipo di antieroismo. Aspè che vi spiego.

Quando da piccola mio padre mi spronava dicendomi che la vita bisogna cavalcarla, altrimenti lei cavalca te, io coscienziosamente annuivo, ma intimamente giudicavo quest’approccio decisamente superficiale. La logica mi insegnava che prima di cavalcare, bisogna salirci a cavallo, e chi l’ha detto che io ne fossi capace? E se avessi messo il piede in fallo e mancato la staffa? E se una volta sulle staffe  le vertigini mi avessero inchiodato in una goffissima posa scomposta? E se dopo svariati tentativi avessi rinunciato a salire, chi lo dice che io non avessi  comunque voluto fortissimamente riuscirci? 

Questo è l’esatto istante in cui Herzog fa capolino, quell’attimo in bilico tra la metaforica comprensione del nodo gordiano della tua vita appeso alla sella di una cavalcata utopica, e la rinuncia frustrante a un futuro che da terra manco riesci a vedere, figuriamoci  prenderlo di petto. Herzog  è sempre  lì quando fai ritorno a casa e una volta chiusa la porta, fai il più bel discorso della tua vita, quello lucido e tagliente che ti capita di vedere solo nei film, in bocca a pochi attori eccellenti, o ad  oratori con esperienza pluridecennale. E mentre tu dai fondo alle tue migliori capacità teatrali davanti alla finestra che dà sul cavedio di casa, Herzog lo fa sul foglio. E scrive, scrive tutto quello che diresti anche tu, rimanendo fedele a se stesso mentre cerca di combattersi e annullare la parte marcia di sé.

Ma c’è un momento in cui si stacca dal modello in serie di “uomo come tanti” e diventa l’eroe degli antieroi.  Quando raggiunge il fondo di se stesso e non si scotta. E risale, solo una volta scoperto, che in fondo sta bene e si ama esattamente per com’è. Con le sue contraddizioni imbarazzanti e la sua pedante introspezione, che condividiamo perché è quella a cui vorremmo arrivare tutti se avessimo il coraggio di inoltrarci nelle pieghe più scomode del nostro io. Ed Herzog infatti, È scomodo oltre ogni ragionevole dubbio. È quell’amico che quando chiama, dobbiamo resistere alla tentazione di farci negare, ma alla fine cediamo e prestiamo orecchio ai suoi soliloqui, perché per quanto impegnativo è l’amico più vero che abbiamo.  E succede sempre, che a fine serata ci congediamo da lui con la muta speranza che almeno un po’, ci sia rimasta appiccicata addosso, una piccola parte della sua onestà.

3 commenti:

  1. Mi muovo sempre con sospetto verso la letteratura americana, ma devo ammettere che mi hai incuriosito. Me lo segno. :)

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  2. Insomma sulla scia di Stoner...;)

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  3. Un po' più arzigogolato però :)

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