Color grigio vita




La leggenda vuole che la sottile linea rossa che divide il recensore (al di là dell’attendibilità dello stesso) dal lettore della recensione, sia l’interpretazione. Per il recensore, dilettante o professionista che sia, la paura di essere fraintesi  è sempre in agguato e il misunderstanding  è sempre lì che si fa bello, pronto a far capolino. Da cosa lo si capisce? Dai commenti alla recensione.

Se scrivi che un libro è impegnativo come una scalata sull’Everest ma vale la pena arrivare fino in fondo per  puntellare il soffice manto nevoso con la bandierina della cultura, ci sarà sempre qualcuno che commenterà, adesso non me la sento di leggere libri impegnativi, e poi io ho paura del vuoto e il film su Messner l’ho già visto. Se scrivi che un romanzo pare futile come lo  strato di una torta millefoglie ma ha la profondità innata dello strudel, ci sarà qualcuno che dirà, capisco, quindi è un libro da ombrellone solo che ammazzarmi la digestione con lo strudel.. boh, forse ci faccio un pensierino in autunno. Se ti sforzi di spiegare una trama avvincente, al solo scopo di decostruirla e dimostrare al lettore che ciò che conta alla fine non sono le peripezie del protagonista ma la lezione morale di fondo, ci sarà sempre quello che ti dirà, ho seguito il tuo consiglio e sono andato in libreria, ma non mi ricordavo il nome del libro e così ho preso un Dan Brown, che tanto dalla quarta di copertina pareva  avvincente come quello che dicevi tu. E si può andare avanti all’infinito.

Allora, per non incappare nell’uomo nero del fraintendimento, eviterei di  parlarvi della trama, e farei anche a meno di soffermarmi su come l’autore ci introduce dentro questo piccolo cammeo di mondo, ma piuttosto vi parlerei dell’inizio di tutto.

Prima ci fu l’universo, poi vennero le antitesi. L’armonia e il caos, l’acqua e il fuoco, l’uomo e la comunità, il bianco e il nero. Zolle tettoniche che tendono a prevalere una sull’altra, e non esiste quella che ha ragione e quella che ha torto, quella buona e quella cattiva, esiste solo la zona grigia (che in questo caso esula dalla letteratura criminologica) che si forma dall’intersecarsi dei due sistemi opposti. Una zona che l’autore conosce bene perché la usa con maestria per dimostrare come il contrario e il discordante, qui dentro non siano assoluti, e perdano invece il loro colore originario, e che nella zona grigia a volte ci si perde ma se si trova un compromesso si riesce anche a galleggiare. Così impariamo che gabbia non vuol dire per forza assenza di libertà, e che esistono Prometei che oliano le catene a cui sono costretti, perché in qualche modo costituiscono un rifugio. E che l’amore mercenario non è per forza incapacità di amare, e che la debolezza non è per forza mancanza di carattere, così come la sincerità non equivale sempre a giustizia, e i nomi  Felice e Libero non danno automatico diritto alla felicità e alla libertà.  E quindi, come vedete, con questa storia degli opposti sono ricascata nel circolo vizioso del fraintendimento, in quello che non volevo dirvi, nella leggerezza del romanzo che nasconde una profondità inaspettata, ma non lasciatevi ingannare da questa mia incapacità di spiegare, perché il punto è proprio l’equilibrio che si crea tra i contrari,  quello spazio in cui l’autore ha immerso le mani, quella zona grigia che per densità sembra  la più cupa, ma è l’unica terra nullius dove le possibilità si moltiplicano all’infinito, l’unica dove alla fine si può creare vita.  

2 commenti:

  1. Quando il recensore la prende troppo alla larga, non sa se gli è piaciuto o meno il libro, e non è quasi mai un bel segno ;)

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  2. E infatti, come volevasi dimostrare, mi sono spiegata male. A me è piaciuto moltissimo. Il mio dilemma era riuscire a trasmettere a voi il mio stesso entusiasmo senza fuorviarvi con giudizi soggetti a dubbia interpretazione. :)

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