Che se poi ti rimane l’odore dell’aglio sulle dita, non è detto poi, sia così sgradevole



È confortante sapere che esiste una nazione il cui popolo e la delicatezza si sono inventati a vicenda. Sì, mio giovane amico, sto parlando del Giappone. No, in effetti non ci sono mai stata, ma ho letto parecchie cose che provengono da questa landa sconosciuta. In effetti,  a volte basta leggere molto, per farsi un’idea su un’intera nazione.

E mi ero quasi convinta che in me, albergasse lo spirito di un camionista villoso col tatuaggio “I love Mom”. Quindi i casi sono due: o sto invecchiando e sto allentando le difese, oppure non sono poi tanto scaricatore di porto.  Normalmente  i libri lievi giapponesi, tendono a farmi l’effetto di uno sguardo dalla finestra quando mi alzo la mattina. Ah che bello, guarda quanto sole, e guarda gli uccellini come cinguettano, uh, un aereo che passa, ma guarda che scia, allora qualcuno mi pensa, mi scrive, mi ama, ok stop, è pronto il caffè, e poi devo uscire urgentemente a comprare i tasselli a vite autofilettanti per le mensole dell’antibagno.

Insomma, una soavità d’animo che dura un battito di ciglia, poi me ne dimentico bellamente.

Il professore invece no. Lui non riesco a scordarlo. Hai notato mio giovane amico, che nel giro di due frasi ho usato due parole quasi uguali? “Dimentico” e “Scordarlo”. No, mio giovane amico,  non è solo l’esigenza estetica di non fare troppe ripetizioni nell’arco di uno stesso periodo, è una differenza voluta.  L’Accademia della Crusca ci potrebbe scrivere sopra un papiro, ma io te la faccio facile. Quando qualcosa si allontana dalla mente è dimenticanza, quando si allontana col cuore è scordare. Lo so, sembro pedante, ma non è per sembrare un camionista che fa le serali, è che è proprio questa, la differenza che conferisce  bellezza a questo libro. Perché il professore, a causa di un incidente, ha una memoria che si resetta automaticamente dopo 80 minuti, e così capita che il libro non abbia quasi trama, perché le persone a lui più vicine, una badante e suo figlio ricominciano ogni giorno tutto daccapo. E allora succede che il professore sì, dimentica i loro nomi   e le loro facce ogni giorno, ma non scorda la sua passione per i numeri, quella per il baseball, né l’ondata di amore che lo invade quando le persone gli tendono la mano, o il cuore. Dimentica la fisicità degli elementi, ma non scorda tutto ciò che ha a che fare con lo spirito. E così, mio giovane amico, capita che ogni giorno passato col professore, a guardare i post it che si appiccica addosso, come promemoria per sopravvivere alla crosta superficiale della realtà, mangiare, dormire, scoprire dov’è il dentifricio, e così via, si rimane imbambolati davanti alla primavera giornaliera del suo entusiasmo; genuino come quello del bambino che fa una nuova scoperta ogni giorno. Giuro, mio giovane amico, che non accade niente di più di questo. Solo un perpetuo rinnovarsi dei sentimenti tra tre solitudini. Hai presente, mio giovane amico, l’aglio fresco? Con tutti quegli spicchi piccini, che promettono intensità di sapore ai tuoi piatti, ma ci vuole la pazienza di Giobbe per sbucciarli? Con quelle pellicine sottili sottili che devi fare attenzione a come le incidi, altrimenti “ferisci” il palpitante spicchietto?  I protagonisti di questa storia sono così, tre spicchi d’aglio novello, che si sbucciano con pazienza e cura, consapevoli e rispettosi della loro fragilità. Ed  è un processo  così delicato  e di sintonia, che piano piano ti entra sottopelle e rimane ben oltre le pagine del libro.


Quindi ,mio giovane amico, adesso và, dimentica questa mia, ma non scordare di leggere la storia del professore senza nome, e forse non a caso anonimo, perché in fondo il nome è l’unico elemento di classificazione che non risulta indispensabile  né alla storia, né allo spirito.

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