Monumentale invidia





Ecco un altro tomazzo che la pimpante Noce ha letto durante il liceo, periodo d’oro ove, per sfuggire a una preoccupante timidezza, faceva incetta di letture classiche. Poi, non avendo nessuno con cui confrontare le sue giovanili impressioni, si dimenticava il tutto nel giro di un annetto. La prima pagina reca la scritta, in bella grafia tonda tondissima, da liceale per niente sui generis “Roma, ‘95”. Il che vuol dire che lo comprai alla Stazione Termini, mentre con la mia classe si aspettava di salire sul treno per Vienna, per una promettente e cazzeggionissima gita scolastica di fine liceo. Di sicuro, lessi il libro al rientro, ché allora non ero mica conciata come adesso, dove il mio ritmo di lettura è imbarazzantemente indietro rispetto all’acquisto compulsivo di materiale cartaceo. Quindi, facendo due calcoli, letto nel ’95, al rientro da una gita di cui non ricordo quasi nulla se non le palle di Mozart e una polverosa ed elegante atmosfera, condensata in architetture secolari di cui non ho saputo godere a pieno, per osmosi non mi dev’essere stato difficile entrare in sintonia con la famiglia Buddenbrook. Sono certa, sempre basandomi su dati storiografici, che avrò anche edith-whartoneggiato un po’, considerando che L’età dell’innocenza di Scorsese era uscito appena un paio d’anni prima, e la festa d’apertura con l’ardita e suggestiva teoria di salotti di casa Beaufort, ricorda molto il fragilissimo equilibrio borghese del sontuoso banchetto inaugurale con cui apre la scena Mann.




L’egoteque giovanile, mi deve quindi aver distratto da un particolare che adesso non posso ignorare e che fa dell’autore tedesco, oggetto eterno della mia ammirazione. Cioè che questa fu la sua prima opera. E non parlo di una di quelle opere meditatissime, che gli autori conservano nel cassetto della scrivania in mezzo a pacchetti di sigarette, pistole ad eventuale usum suicidium, e testamenti poco compiacenti. Opere che dopo lustri di ritocchi e rimaneggiamenti vengono finalmente alla luce, grazie a un editore più sveglio degli altri, e capace di riconoscere il genio latente. No no. Non è il caso del giovane virgulto Mann. Alla stessa età in cui io prendevo il treno per Vienna, e l’unico mal sottile che mi consumava era quello di avere una cuccetta con la mia amichetta del cuore, lui era già redattore di un foglio satirico e già si avviava verso una consapevolezza di sé che io non ho manco ora. All’età di ventidue anni, un’editore importante lo sollecita a scrivere qualcosa di più corposo di qualche raccontino. E Mann cosa fa? Leggero come solo un genio può essere, prima chiede al fratello se vuol fare una cosa a quattro mani, stile Goncourt, poi siccome non se ne fa nulla, si stringe nelle spalle e dice “vabbè, faccio da solo”. Una cosa tipo che io dico a mio padre, ci vieni a far la spesa con me? Non vuoi accompagnarmi? Vabbè dai, vado da sola. E quindi Thomas si mette a scrivere. All’inizio pensa, ma sì, faccio una cosina corta, la storia di una famiglia che decade nell’arco di quattro generazioni, poi si accorge che è un tantino più lunga di quello che aveva previsto. L’editore gli dice, bello di zio, il lettore ti manda a quel paese se si deve cimentare in cose lunghe quanto un rotolone Regina, taglia un po’, da retta a me,ma Thomasino bello punta i piedi, o così o pomì. L’opera viene quindi pubblicata integrale, e dopo un primo tiepido approccio da parte del pubblico lettore, più per una questione di prezzo che di gradimento, fa il botto in edizione economica. Un clamoroso successo. A distanza di quasi un secolo, aggiungerei meritatissimo.




C’è un verso molto famoso di una canzone di Mercede Sosa, che dice “cambia el màs fino brillante, di mano in mano su brillo*”. Mann, di quel verso, si può dire ne abbia fatto una parafrasi, raccontando il processo di opacizzazione di una famiglia, preziosa e fine come un brillante, incastonata tra personaggi diversi ma luminosi come zaffiri, tra una Toni che ricorda i vezzi infantili di una Rossella O’Hara senza la sua saggezza finale, un Christian ipocondriaco e tutto teso in una concentrazione interiore, un Hanno sensibile e quasi catartico, e un Thomas giudizioso e severo, che scopre il segreto dell’esistenza troppo tardi, e come Martin Eden, nel momento in cui seppe, cessò di sapere. Una saga monumentale che a me servirebbero quattro generazioni solo per pensarla, figuriamoci per scriverla. Invece Thomas, fresco fresco, la scrive a ventidue anni, tra Roma, Palestrina e Monaco. Come dire, la gioventù bruciata come fenomeno sociale, ha ancora da venire.




Se volete sapere quanto sia salutare e necessario leggere un classico come questo, per stile, per realismo e per caratterizzazione psicologica, leggete altre recensioni. Io vi dico solo che leggere è un po’ come partire per altri lidi, ma partire è anche un po’ morire. Ecco, se volete morire invidiosi ma soddisfatti, questo è il libro giusto.




*Cambia il brillante più prezioso, di mano in mano il suo splendore.

7 commenti:

  1. Partire è come morire.
    Lo dice sempre mia nonna Amelia....

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  2. Mi sono permessa di assegnarti un premio. Se ti va passa da me a ritirarlo. Princi

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  3. ce l'ho in lista da molto ancora mi manca:(

    magari perché la gita di quinta l'ho fatta a Firenze?

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  4. Raccontino che devo ancora leggere.
    L’altro giorno riflettevo sull’intensità con cui ho vissuto le mie gite scolastiche. La mia compagnetta di banco, anche lei col vizio della valigia facile (oggi. Vent'anni fa un po’ meno):”Ma noi siamo mai state ad Urbino in gita scolastica?” Io: “No, mi sembra di no. Andammo a Todi. Ricordi quella piazza meravigliosa e … ricordo una piazza bellissima. Era Todi, ne sono certa. O no?”
    Lei:”Todi? Ma che dici? No, andammo ad Urbino. O forse mi confondo con qualche paesino veneto? Ti ricordi? Quell'anno in cui pioveva tantissimo…”
    La pioggia. L’unica cosa che ricordavamo entrambe.

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  5. arrivo qui un po' per caso un po' seguendo un filo, sei forte, io ti lovvo perché leggi Mann!!!

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  6. Allora, premetto che non avrei mai voluto leggere questo libro prima che tu ne scrivessi questa recensione fantastica come tutte quelle che scrivi.

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  7. Mi hai fatto ripensare al mio CD di De Gregori, comprato di ritorno da Atene, ultima gita liceale.

    Ora lo metto su, vah ;)

    Buona giornata

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