L'Eco dei ricordi





Quando lessi questo libro una decina di anni fa, mi affidai a una visione panoramica dell’insieme. E mi piacque. Riletto adesso, e aggrappandomi a una visione panoramica dell’insieme, mi piace. 

Dare lo stesso giudizio a un libro, a distanza di dieci anni, è quasi sconfortante per un lettore medio forte, convinto di evolversi continuamente in una maturità letteraria che va di pari passo con le sue letture. Se non fosse, che in questo caso, riesco a percepire quei dettagli per cui mi aggrappo a una prospettiva globale del romanzo. 

È infatti uno di quei casi, in cui tocca stilare una media dei pro e dei contro. Partiamo dal fatto che Eco è uno che di letteratura ne sa. E non gioca certo a fare il modesto. Da questo punto di vista, leggere questo libro è come aprire la Treccani alla lettera X. Uno pensa, quante parole vuoi che ci siano a parte xilofono, poi ti accorgi che ci sono 20 pagine di parole icseggianti e non sono tutti nomi propri di paesi /persone orientali, e impallidisci indovinando cosa ci può essere dietro il resto dell’alfabeto. Fate conto sia un kebab farcito di citazioni colte ad uso e consumo di chi vuol prenderne spunto. Riflettere su quante cose ci siano ancora da leggere e imparare, distrae ampiamente dall’Umby smargiasso che vanta cose che voi umani ecc ecc… 

In secondo luogo, e su questo sarò breve, Eco ha uno spiccato senso della grammatica italiana. Pulitissimo e con un uso della punteggiatura, che rispecchia l’originario senso delle pause, del respiro e dell’espressione che sta dietro la ratio di voler trasporre su carta un qualsiasi discorso orale. Una cosa che per un sedicenne di oggi, ha lo stesso sapore dell’aramaico. 

In terzo luogo, è un libro autobiografico. Che prende spunto da un escamotage abbastanza banale. Un signore di mezza età che perde la memoria, e scavando nei suoi luoghi d’infanzia, ritrova se stesso (e la memoria se del caso). Quanti libri autobiografici ci siamo pappati, di quante infanzie tra orti soleggiati e casolari abbandonati abbiamo letto? Un numero indefinito. Il tutto sta a propinartelo in modo piacevole. E anche questo Eco lo sa fare. Solo che qua c’è il primo errore. Ha scritto il libro per un target di lettori coetanei. Albumizzare il libro con illustrazioni d’epoca è stato un colpo di genio, solo che la profusione è inversamente proporzionale alla vivacità e all’età del lettore. Mio padre ci sguazzerebbe che è una bellezza, tra incipit di canzoncine ante guerra e illustrazioni vintage di vecchie scatole di caffè. Uno che è nato come me a fine anni 70, all’inizio è curioso, poi si diverte scoprendo che riesce a carpire un quarto (non di più) delle citazioni canterine, dopo incomincia ad annoiarsi e infine assume la faccia di circostanza di un paracarro. 

Il mio modesto parere, è che Eco questa cosa l’abbia capita perfettamente, e per accalappiarsi un consenso unanime, dal microscopico dei suoi ricordi personali sia voluto passare al macroscopico dei ricordi collettivi, tirando fuori la guerra , la resistenza, il nemico che ci ascolta, cose che per amor di conoscenza continuiamo a leggere sempre, questa volta tutti, non solo gli over 70, con una certa morbosa soddisfazione. Ora, però, sfortunatamente, due anni prima del 2004, data in cui venne edito questo libro, era uscito Il paese dei Mezarat di Dario Fo, che sempre sfortunatamente io lessi poco prima di questo, e al netto delle illustrazioni che nel libro di Fo non ci sono, al netto dei luoghi d’infanzia che sono ovviamente diversi ma uguali nel modo di percepirli, al netto dei nomi dei protagonisti degli aneddoti sulla resistenza, al netto dell’autobiografia di un autore di successo, sembra di rileggere la solita pappa. E con questo non voglio dire che Eco abbia copiato da Fo, ci mancherebbe, ma che una storia come la loro, è abbastanza comune, a parte il successo professionale raggiunto, all’80 per cento degli italiani loro coetanei, e quindi mi acchiappa, in quanto a trama (e il discorso vale sia per Eco, che per Fo) quanto i racconti di mia nonna. Begli aneddoti, ma li posso sentire anche da qualcuno di famiglia. 

La cosa buona, in conclusione, rimane che però, non siamo fortunatamente tutti uguali. E per chi sa poco del patrimonio storico italiano, della letteratura classica, per chi non ha nonni, e non ha mai fatto collezioni di francobolli, questo libro rappresenta comunque una miniera di spunti notevoli, e leggendolo, ci si potrebbe scoprire a fare la stessa faccia di Bretodeau in Amelie, quando apre la scatola dei ricordi e ritrova il suo tempo perduto. Che come visione panoramica dell’insieme ha in definitiva, qualcosa di affascinante.

2 commenti:

  1. due riflessioni mie mentre stavo leggendo:
    1- la punteggiatura, è vero. Quando leggo giornali anche importanti, come Repubblica e il Corriere, la punteggiatura mi fa star male. Mi immagino che ci sia un software che mette un punto ogni cinque parole, o qualcosa del genere; e il punto e virgola è ormai in via di estinzione. Per esempio, se devo scrivere che stamattina mi sono alzato, mi sono lavato e mi sono fatto la barba, diventa così: Mi sono alzato. Mi sono lavato. Mi sono fatto la barba. Cioè mi sono fatto la barba almeno cinque volte, sai che barba che cresce mentre leggi un articolo scritto così, che pensi sempre che se c'è il punto il periodo è concluso, invece va avanti...(e avanti. E avanti. E avanti.)
    2- questi sono i ricordi di Eco, nato e cresciuto in Italia da famiglia italiana. Chissà cosa avranno, come ricordi, i nuovi italiani per metà africani e per metà ucraine, eccetera...

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  2. Bisognerebbe ripartire da zero, sia per quanto riguarda l'italiano, sia per quanto riguarda la storia. :)

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