”A tela ordita, Dio manda il filo”




Occorre che voi sappiate che il mio amico culo di gomma, famoso meccanico potrebbe dire che è tutta una questione di avviamento. 

Del resto ce l’hanno insegnato da bambini: ciò che conta è l’inizio. Ad esempio l’alba di un giorno qualunque perché il mattino ha l’oro in bocca; l’inizio di un tema  perché chi ben comincia è già a metà dell’opera. Poi siamo cresciuti e ci siamo lasciati affascinare dalle teorie sull’inizio del mondo, ci siamo innamorati dell’ouverture di un’opera lirica, ci siamo annotati l’incipit di un romanzo su un foglio volante,  abbiamo criticato l’esordio felice o deludente di un’artista, abbiamo introdotto discorsi scomodi, e poi tutti, almeno una volta nella vita ci siamo innamorati, cioè abbiamo dato inizio, avviato, intrapreso una storia d’amore. 

L’universalità del target di lettori  a cui è destinato questo libro dipende proprio da questo assunto: quella sensazione di farfalle nello stomaco e di energia prorompente, peculiare di chiunque  stia incominciando ad amare.  Come tutti voi saprete, c’è una leggerezza di fondo che predomina i primi tempi  di ogni storia nascente. Il brio ci prende la mano, il capello spettinato non è più spettinato, è frivolo; la strada davanti a casa non è più grigia, ma grigio perla con orli argentati ai lati. Avete presente il cliché che vuole che quando siamo innamorati tutto sembra più bello? That’s so yesterday. Non è il mondo che diventa bello, è la qualità del nostro pensiero che cambia. Il mondo è paro paro quello di ieri, i nostri occhi idem, ma i nostri pensieri si vestono di primavera.  Non è ancora amore, non è quella cosa frutto di tempo, di costanza e dedizione al rapporto, è ancora aMoressia. Ed è una sensazione indubbiamente illogica ma bellissima. 

Allora il punto sapete qual è? È che dove Calvino ha scritto un libro utilizzando solo degli incipit, Vian ha scritto un’intera storia d’amore, completa e circolare, con la leggerezza dell’incipit che dà il via agli amorosi sensi di qualunque love affair. È grazie a questa leggiadria che riesce a farci innamorare di personaggi che inseriti in altro contesto ci riuscirebbero insopportabili perché fuori da ogni logica. C’è un’attenzione ai dettagli, alle sfumature, alle virgole, alle parole che è tipica di chi ha gli occhi a forma di cuore e il cuore a forma di alcova, e l’alcova a forma di tana, e la tana a forma di lei/lui, e lei/lui a forma di specchio, e lo specchio a forma del nostro riflesso. Una cosa stucchevolissima a pensarci, ma sempre quel benedetto punto sapete qual è? Che la Vianoressia che ti prende leggendo, prima di diabetizzarti fa una giravolta e si fa seria. 

Quella cosa del mondo che rimane uguale a dispetto del tuo stato d’animo doveva essere ben chiara anche a Vian, assolutamente consapevole del fatto che se la macchina ha da guastarsi si guasta anche se sei innamorato, se devi perdere il lavoro lo perdi comunque, e se ti muore un affetto caro, muore anche se hai un sorriso da ebete. Anzi, se deve arrivare una batosta,  ti arriva in quel momento, perché la vita, quella  vera  e cinica, ama affondare il coltello nel burro della felicità. E così nell’esistenza surreale di Colin e Chloé, quella tragedia che non credevi possibile, prende il posto dell’happy end che ti aspettavi, ma sempre per quel  stramaledetto punto,  Vian te la offre  con lo stesso tono lieve ed esplosivo della prima parola del libro, della prima frase, del primo sguardo di un colpo di fulmine. E a te verrebbe quasi di riesumare la sua salma e prenderla a schiaffi e dirgli, ma non è possibile, diograssone, che mi racconti una disgrazia con ‘sto tono! E invece è possibile, ed è ciò che fa di questo libro un piccolo gioiello, struggente e  dolcissimo, ed è solo un problema di forma, o forse di signorilità, ché se una malattia la chiami ninfa, rimane comunque malattia, e se la tristezza viene descritta come una stanza che cambia forma e colore, rimane sempre tristezza.  A noi lettori, rimane però  una certezza  estatica e rassegnata:  che la leggerezza di questa storia in fondo sia solo sottrazione di peso, e che Vian sia come quei cantanti che ti commuovono cantando l’estate. Ti racconta i giorni usando la schiuma. 

4 commenti:

  1. io l'ho letto e neanche me lo ricordo. davvero era così bello?
    devo rileggerlo.

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  2. In questa edizione, a fine libro, c'è una bellissima intervista a Daniel Pennac, il quale caldeggia una rilettura a distanza di tempo. Non tanto perché sia un libro da comprendere, ma perché a seconda dell'età in cui lo leggi, la tua attenzione si focalizza su tematiche diverse. E io su questa cosa sono d'accordissimo. C'è molta più sostanza di quanto non sembri dalla storia e dal mio commento. Io l'ho intravista, ma sono quasi sicura che tra dieci anni potrei vederne di più, e non perché sarò più intelligente di adesso, ma solo perché avrò desideri e pensieri inevitabilmente diversi da quelli attuali.

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  3. Mi credi Nocetta? Non ce l'ho fatta a superare le prime dieci pagine.
    E lo consigliavano un sacco di amici... :(

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  4. Ci credo perfettamente. È surreale ed illogico. Bisogna leggerlo ricordandosi di lasciare sul comodino la razionalità. Solo così si riesce ad entrare in questo mondo al rovescio. E alla fine tutto torna, e riesci persino ad addolorarti. Molto.

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