La morte di un romanzo




La morte di un romanzo è l'incubo di tutti gli aspiranti scrittori. L'argomento è buono, e anche lo stile. I personaggi sono così pieni di vita da pretendere il certificato di nascita. La trama è semplice ma avvincente, diremmo grandiosa. Hai fatto le tue ricerche, hai raccolto le informazioni di carattere storico, sociale, climatico e culinario che conferiranno alla vicenda un tocco di autenticità. I dialoghi scorrono veloci, pulsano di tensione. Le descrizioni scoppiano di colori, contrasti e dettagli espressivi. Davvero, la storia è fantastica. ma non va da nessuna parte. Nonostante le brillanti premesse, arriva il momento in cui capisci che la vocina che si è insinuata in un angolo della tua mente, quella che da mesi ti tormenta senza concederti tregua, dice la nuda, terribile verità: non funziona. Al tuo romanzo manca qualcosa, una scintilla di vita. Chi se ne frega dei dettagli storici e culinari se la storia è emotivamente morta. La scoperta è devastante, ve l'assicuro. E lascia con una fame quasi dolorosa.


[Vita di Pi] Yann Martel (Ed. Piemme 2012), Pag. 8

Il mio nuovo temperamatite

via Marta Altes




Stamattina ho comprato un temperamatite a manovella. È dai tempi delle medie che ne volevo uno. Adesso ce l’ho. È rosso fiammante come il Piaggio della mia prima cotta, e ha degli angoli smussati così carini che quando ho aperto la scatola non ce l'ho fatta a non dirglielo che è proprio un Signor Temperamatite. 

Sono tornata a casa frettolosamente e l’ho messo subito alla prova. Ho passato tutta la mattina a recuperare mozziconi di matita tanto ci provavo gusto io, e tanto bravo era lui. Alla fine la pancina trasparente del Sig.Temperamatite era tutta piena di segatura colorata e io adesso, ho così tante matite ben appuntite che potrei costruirmi un letto per fachiri.

Di pomeriggio sono andata a buttare la spazzatura e ho incrociato la vecchietta più pettegola del quartiere. Ho cercato di evitarla, di guardare per aria, di interessarmi al meccanismo di chiusura del cassonetto, ma niente. Implacabile come la goccia di pioggia che d’inverno ti cade sul collo, mi ha investito con una raffica di domande personali: cosa fai, dove lavori, stai andando al mare, ma non eri più magra l’anno scorso, e vivi ancora coi tuoi, e i tuoi come stanno. Inutile ogni mio tentativo di essere evasiva, più io diplomaticamente chiudevo il guscio, più lei si faceva abile e insinuante. In ultimo, la domanda da un milione di dollari. E il fidanzato, ce l’hai? E quando ti sposi?

Ma certo, cara vecchietta piacevole come un trapianto di reni, perché se a malapena ti dico come sto, ti aspetti forse che ti dica che sì, il fidanzato ce l’ho, ma non ci sposeremo, non almeno prima che lui divorzi, e che no, non c’è da preoccuparsi, perché comunque il modo per vederci lo troviamo, sì certo, in albergo, rifugiandoci in quegli scarti di ore che manco il tempo vuole, salutandoci con parole scelte che siano adatte per un saluto breve, ma anche lungo, ché non si sa mai cosa succederà domani. Certo, come no, le vengo a dire proprio a te queste cose. 

Adesso non ricordo cos’è che ho risposto mentre mi guardavo i piedi atteggiandomi a personcina riservata, ma so perfettamente che in quel momento ho pensato una cosa: chissà che punta perfetta verrebbe con la testa della vecchietta. Chissà quanti bei riccioletti di segatura.

                                                                                               In fede, unanoceametà


(Post scritto più di un mese fa in altro loco, ma non per questo meno attuale di allora)



Iniquità

Quando sto al telefono, anch'io riempio fogli e fogli di disegnini simbolici dal forte impatto visivo, ma ancora nessuno si rivolge a me dandomi del "mostro sacro della pittura del Novecento", né mi hanno ancora chiesto di fare grandi murali per la villa di qualche magnate dell'industria automobilistica. Non capisco davvero il senso di cotanta ingiustizia.


Maggiani e Pro loco, funamboli delle parole




Su di me, che sono una disabile delle parole, questo libro calza a pennello.

Tra i miei tanti limiti c’è quello di non saper parlare di cose astratte, di sentimenti, di desideri, sapori, odori eccetera. Un tempo avevo un moroso che queste cose le sapeva fare. Io gli raccontavo un fatto che m’aveva colpito e lui diceva: quindi tu intendi che in quel momento ti sei sentita come se.. bla bla bla. Era veramente bravissimo! Ma purtroppo era bravo solo a far questo,  e io avevo vent’anni e scambiavo facilmente l’ammirazione con l’amore,  così presto sono rinsavita e lui si è messo con una disadattata e io con uno che sapeva cucinare. In quindici anni sono quindi ingrassata, ho cambiato opinioni che pensavo fossero capisaldi nella mia vita e invece manco per niente, e diversi morosi. L’unica cosa che non è cambiata è che  ho continuato ad avere il mio limite.

Quindi se mi chiedete di parlare del mio cane, io vi dirò che esce tre volte al giorno ed è molto goloso, ma se devo raccontare a me chi sia Bruni, la mia adorata Bruni, alla mente mi si affaccerà la visione del suo petticino in fuori quando si attribuisce il merito di aver appena messo in fuga un gatto che in realtà non l’ha manco vista, e la sua espressione vergognosa quando subito dopo le cade una foglia in testa e fa un salto di tre metri per lo spavento.

Se mi chiedete di raccontarvi il grande amore della mia vita, vi dirò che mi vince di svariati anni, che mi fa molto ridere, e che gli piace pescare, ma se lo racconto a me, chi sia quest’uomo che mi scombussola e allo stesso tempo riporta a un ordine cosmico la mia vita, mi si accavallano nella mente milioni di sguardi, espressioni buffe e gesti  quotidiani che perdono di intensità appena cerco di tradurli in parole.

Se mi chiedete allora chi è Saverio, il protagonista di questo libro, vi dirò che  si è fatto molto male cercando un porto sepolto e che per tornare in forze fa la Remington terapia, e che non è molto convinto che scrivendo i suoi sogni si stia avvicinando alla guarigione. Ma se lo racconto a me, mi viene subito in mente la sua curiosità genetica e il suo costante tentativo di tornare alle origini e scoprire qual è il senso dell’esistenza, nonostante l’esistenza faccia di tutto per allontanarlo dalla verità, sballottandolo da un’esotica Alessandria d’Egitto a una remotissima Italia.

Se vi devo parlare invece del SUO grande amore, vi dirò che Fatiha ama mangiare ed è una combattente palestinese, ma se la racconto a me, chi sia questa donna enigmatica che affascina tanto Saverio, mi viene in mente solo quella forza femminile che seppur incastrata in tortuosi schemi politici e storici, riesce a dare un senso inspiegabilmente logico a ciò che vive e una svolta esistenziale alle persone che la circondano, e che Saverio questa cosa l’ha capita.

Se vi devo raccontare cosa c’entra il pettirosso in questa storia, vi potrò fare un copia e incolla della favoletta narrata a pagina 25 del libro, ma se devo spiegare a me quale sia la connessione, penserò al coraggio di voler osare al di là delle pastoie sociali, e alla sensazione di atarassia che ti prende quando scopri che sei libero.

Quindi, se proprio devo consigliarvi questo libro, lo farei perché è scritto molto bene e la dimensione onirica  si mescola alla realtà in modo funzionale al messaggio finale, ma non potrò mai spiegarvi in che modo mi ha ha ricordato il ritorno alle origini di Isak Borg ne Il posto delle fragole, quell’approdo-panacea-di-tutti- i–mali nascosto nel principio della propria storia e nell’origine del mondo; non potrò mai intrattenervi raccontando quel mix esotico di odori, poesia, sapori e tradizioni che la Pro loco saprebbe spiegarvi meglio.

E perché poi, detto tra noi, la Pro loco sarà anche brava a creare lo slogan perfetto di un posto in quattro o cinque aggettivi fulminanti, ma alla fine quel che conta, è che in quel posto del depliant ci andiate sul serio, altrimenti non è veramente possibile riuscire a raccontarselo nella mente.


Di catastrofi ucroniche domenicali





I Tampax sono così potenti che non hanno bisogno di farsi pubblicità in tv e neanche sui giornali.

I Tampax sono talmente importanti che si sono fatti una pagina su Facebook ma la usano per pubblicizzare gli altri.

I Tampax sono così tecnologici che godono dell'invisibilità senza bisogno di deviatori fotonici o dispositivi di occultamento, ma siccome sono anche sboroni, danno gli aiutini facendo spuntare una cordicella.

I Tampax controllano la mente e manipolano gli esseri umani. Ad esempio quando un Tampax sceglie un corpo femminile ospite invadendone il campo magnetico, è molto difficile che un corpo maschile possa avvicinarsi, pena crisi isteriche del corpo ospite che si agita scompostamente urlando frasi del tipo "Ma sei cretino o che? Non vedi che ho le mie cose?". ( ---> "Cose" è un nome in codice che produce avversione istantanea nel maschio invasore senza bisogno di ulteriori deterrenti)

Con i Tampax non solo fai la ruota, ma anche i cerchi in lega.

I Tampax fanno rima con climax perché rappresentano il culmine dell'intelligenza nanocotone.

I Tampax hanno suggellato un patto di sangue coi Maya, peraltro subito assorbito, e sono destinati a governare l'intero cosmo. Essi infatti sopravviveranno al 2012 insieme alle blatte e alle pantegane.


Non resta che arrendersi all'evidenza: le nostre misere esistenze sono indubbiamente appese a un filo. 


P.S. Chiedo umilmente e preventivamente scusa per aver declassato la foto utilizzata nel post, che ho preso da qui, e che portava un messaggio di ben altro tenore, sorry.



Considerate il cielo



In Stirpe il cielo era  semplice. La perfezione fine a se stessa.Oppure aveva  la luminosità atrocissima di quel firmamento che sorprendentemente si teneva sospeso sopra tutti, anche sopra quella scheggia di mondo tormentato.

In Stirpe ci si concentrava sulla quantità di dolore che travolge la famiglia Chironi. Una quantità inaspettata  che un cielo umorale riversava sul piccolo microcosmo sardo. A voler sminuire il disegno complessivo, soprattutto non ci si capacitava della quantità di sfiga che questa famiglia avrebbe potuto e dovuto tollerare. E quasi risultava insopportabile che un cielo così meschino stesse lì a guardare.

Ma Nel tempo di mezzo  fotografa un altro cielo. Un cielo che ti costringe a cambiare prospettiva e ad avvicinare lo sguardo passando dall’affresco al ritratto. Ed è soprattutto un cielo più complesso.

Più rugoso e scuro della crosta di una torbiera. Un cielo impossibile, puzzolente fino alla nausea come la pelle di un pachiderma.  […] Sembra il primo cielo della Terra. Un cielo che è anche impietosamente bello, di una bellezza semplice e totale, come il sorriso di una sposa, come l’orgoglio del ragazzo che scopre di essere uomo, come lo sguardo di chi si ama.


Come più complessa è anche la storia dei Chironi; non si guarda più alla quantità, ma alla qualità del dolore che si abbatte su di loro. Perché poi la trama è prevedibile, ripete quella di Stirpe come quella di molte altre storie e di molti altri libri. C’è sempre la morte, c’è sempre l’amore, c’è sempre l’odio, e c’è sempre il dolore che abbruttisce. È il tono che cambia. Il tono del Fois di Stirpe era un tono novellistico, il tono di chi ti introduce a una storia a puntate, il tono di chi prima deve fare il punto della situazione, altrimenti dopo non capisci come va a finire realmente. Il tono del Fois di mezzo è il tono del narratore perso nella sua narrazione, quello che non bada più all’ascoltatore, ma alla sua voce. Quello che mentre racconta scava dentro se stesso e si ascolta, ed esita, si ferma, ritratta, cerca le parole adatte, torna indietro, ricomincia, e ciò che ne vien fuori è quasi un esercizio di stile, una cosa pensata e masticata lungamente. E così Fois da semplice narratore, diventa menestrello, cantastorie di tradizioni che sembrerebbero poter essere raccontate solo oralmente, e invece lui ne scrive lo spartito e ti insegna  a leggerlo.

Godere di questo libro senza aver letto Stirpe, è sicuramente possibile; ma ammazza il messaggio. È in Stirpe che viene modellata la pasta. Poi essa lievita da sola, senza che né noi , né Fois si faccia niente.  È proprio in quel tempo sospeso che si compie il miracolo, in quel tempo di mezzo tra il momento in cui viene modellata la pasta e quello in cui viene infornata  finalmente finita e con una forma precisa. 

Sembra passare veloce, ma è un tempo lunghissimo, un tempo che ti dà sempre modo di guardare il cielo e di dargli un senso.

L'amore ai tempi di Gutenberg


Parole filmate #1

Dovreste sempre preoccuparvi quando faccio seguire al titolo di un post, un numero. Perché quasi sicuramente ho intenzione di scriverne altri sullo stesso tema.

Tra le mie grandi passioni, subito dopo la lettura, c'è il cinema, a pari merito con la fotografia.Ma il punto per ora è un altro: voi non  potete neanche immaginare, la quantità di autori letterari che ho conosciuto grazie ai film. E non sto parlando di adattamenti cinematografici di romanzi, perché quelli se vogliamo sono una categoria a rischio, data la quantità di pellicole non assolutamente all'altezza del libro; sto parlando invece di vere e proprie citazioni letterarie. 

Momenti di pura magia, dove accadono cose che nella realtà non accadono mai. Non so se ci avete mai provato, ma citare gli scrittori, i poeti, o qualsiasi fonte autorevole è una cosa diabolicamente difficile. Si può fare solo se siete certi di avere un pubblico allenato e sensibile. Ad esempio: mettete che io vada al bar con gli amici e uno mi chieda, Noce domani che programmi hai? Ecco, io non è che posso rispondere, chi vuol esser lieto sia.. di doman non v'è certezza, perché al "sia" qualcuno sarà già scoppiato a ridere, altri mi staranno già prendendo per i fondelli, e il più conciliante alla meno peggio starà facendo spallucce al barista come a dire, scusatela, è così dalla nascita. Di sicuro, sarà molto difficile che venga presa sul serio. Queste cose possono funzionare solo se si ha l'abitudine di farle fin da piccoli. Ad esempio, io ho un amico, che si chiama Matteo, che quando eravamo piccoli e si giocava al mare insieme, tu gli potevi fare qualsiasi domanda che lui ti rispondeva citando le sigle dei cartoni animati. Poi ci siamo persi di vista perché lui è andato a vivere in Liguria, però ogni tanto ci si incrocia quando torna a casa per le feste comandate, e io sono sempre contenta di vederlo, perché imparo un sacco di citazioni nuove, anche se alla fine ne riconosco una su dieci (e poi non sono neanche sicura siano tutte citazioni, talmente l'impostazione Matteiana è convincente).

Nei film la questione è diversa. Manuel De Oliveira a tal proposito disse: Allo stesso modo in cui si può filmare un paesaggio, si può filmare un testo. Certo, soprattutto perché il regista è il capo, e del suo film fa quello che vuole senza interferenze critiche dal nasino arricciato. Quindi sullo schermo, le prese per il culo non esistono. Chiunque citi un libro, una poesia, un passo di Dante, un versetto della Bibbia, una Sura del Corano, o una frase di De Luca, viene sempre deferentemente ascoltato. Non di rado, il sensibile ascoltatore, si ricorderà tutto il passo a memoria e qualche tempo dopo, che sia un giorno, un mese, un decennio, se lo ripeterà tra sé e sé con gli occhietti umidi.

Perciò questa nuova rubrichetta, prende le mosse principalmente da un'unica considerazione: che cinema e letteratura spesso e volentieri creano percorsi di confine, e questo indubbiamente dipende dal fatto che siano entrambi degli ambiti espressivi, veicoli di informazioni il cui significato acquisisce una piccola o grande importanza a seconda della ricettività di chi legge o di chi guarda.

Quindi il triangolo sì: io, voi e la Cinetteratura. Apriamo le danze.



Quest'ometto qui, dallo sguardo perso come del resto tutti coloro che venivano fotografati nei primi decenni del Novecento si chiamava Louis Aragon.

Oltre che scrittore, fu un dadaista, surrealista, comunista e altre cose che finiscono con -sta.
Ma andiamo per ordine: è nato nel 1897 a Parigi. Ma già a 22 anni, insieme a due amici, Breton e Soupault fonda una rivista, Littérature, che accoglie a braccia aperte tutti i surrealisti del tempo, Mirò, Dalì, Buñuel ecc. Ora, voi non so che concezione abbiate del termine "rivista", ma ci si può immaginare una cosa simile a un mensile o settimanale dei nostri tempi, che si occupi di un settore ben definito, tentando di approfondirlo attraverso articoli più o meno esaurienti. Littérature era diversa: era concepita in modo che ci fosse una reale interazione col pubblico lettore. In ogni numero veniva fatta una domanda, e di seguito venivano pubblicate le risposte dei surrealisti. Il risultato era una panoramica del pensiero surrealista su un dato tema, senza perdere l'identità della risposta individuale. Contemporaneamente, grazie a una domanda sola, la rivista si ergeva a manifesto di un preciso movimento culturale. È più difficile spiegarvelo che farvelo vedere. Perciò vi metto direttamente il link; leggete ad esempio le risposte date alla prima domanda, Perché scrivete? Alcune sono così banalotte che avrei potuto scriverle io, altre invece sono brillanti e ironiche (una per tutte, quella di Gide). E qui chiudo la parentesi della rivista.

L'intento dei "tre moschettieri" (Aragon, Breton e Soupault) era quello di liberare la parola dalle convenzioni e sottrarla al controllo razionale, processo suscettibile di essere esteso anche a tutte le altre arti. Ma il sodalizio tra i tre amici, non poteva non risentire dei profondi mutamenti storici del periodo. E infatti di lì a poco,  il comunismo entra nelle loro vite. All'inizio, li trova tutti e tre entusiasti; presto però Breton e Soupault incominciano a prenderne le distanze, certi del fatto che il surrealismo dovesse essere sì, al servizio di una rivoluzione, ma non di un solo partito. Aragon invece ne rimane affascinato così tanto, che l'effetto su di lui è quasi controproducente. Invece di mettere in discussione il partito, mette in discussione se stesso e la sua utilità per la causa; ed entra in crisi. Tanto in crisi che nel 1928 tenta il suicidio. Lo salva naturalmente una storia d'amore. In quello stesso anno infatti, conosce Elsa Triolet, anch'essa scrittrice,  in un bar, La Coupole, a Montparnasse.


La Coupole at 102, Boulevard Montparnasse, Paris

L'incontro è talmente fondamentale che tutte le opere che scrive dall'anno in cui la conosce in poi, andranno viste e interpretate alla luce del perenne binomio Elsa e Partito Comunista, i suoi due grandi amori. Mentre Elsa rimane il punto di riferimento vitale fino alla propria morte, non si può dire lo stesso del partito, che  negli anni  gli regala numerose delusioni e amarezze. Dopo la morte di Elsa, nel 1970, Louis si chiude definitivamente in se stesso, e pur rimanendo fedele al partito, si abbandona all'amarezza e all'autocritica. La disillusione diventa così imperante dopo la scomparsa della moglie che tra i suoi ultimi scritti c'è un passo, che ne testimonia l'angoscia in modo inequivocabile. 

Cercate di capirmi: scrivo sempre con disperazione la parola ottimismo.. Pertanto ho cercato di pensare che ero ottimista, mi sono sforzato di crederlo. Ho sacrificato tutta la vita per esigerlo. Per gli altri. Troppo a lungo ho mantenuto questo atteggiamento. Perdonatemi.
Muore nel 1982.

La cose che rimangono della sua vita sono tante: l'amore incondizionato per Elsa, l'adesione a volte ottusa e fanatica al Partito Comunista, e i suoi innumerevoli scritti, raccolte di poesie, romanzi, saggi, racconti. Tra le prime, oltre le poesie dedicate alla consorte, come Gli occhi d'Elsa che venne persino musicata,  vi consiglio di leggere Poesie surrealiste e dada: Falò. Ci troverete ad esempio questa..



Tra i romanzi invece, dovreste proprio leggere Le con d'Irene, che Aragon non volle riconoscere come sua, ma che pare non vi sia dubbio, sia una sua creatura, come anche pare abbastanza verosimile, rappresenti l'autobiografia della sua relazione con Nancy Cunard, un amore precedente a quello per Elsa. (piccola postilla frivola e gossippara: Nancy, non mi pare fosse esattamente una gnocca, ma data la quantità di amanti illustri, immagino fosse parecchio carismatica, come del resto si evince dall'insana passione per i braccialetti , giusto un pelino vistosi ). Le con d'Irene passa per un libro erotico, e in effetti nelle prime pagine abbondano gli organi genitali e gli epiteti poco cortesi, ma ci sono anche pagine che valgono l'equivoco, e che mostrano come l'erotismo sia un pretesto  dietro il quale vi è un messaggio molto più articolato. Pagine come queste, che per praticità vi ho messo qui, per non asfissiarvi con un post chilometrico e che magari avete smesso di leggere trenta righe fa.

Ma  tornando al merito del post, per chi non fosse ancora morto di noia, com'è che quindi ho conosciuto Louis?

Grazie a questo film.

[L'uomo del treno] Patrice Leconte, 2002



È un film di Leconte, che detto tra noi, non viene troppo calcolato dai critici cinematografici, e invece a parer mio è dotato di una capacità di intrattenere il pubblico con leggerezza, pur introducendo temi che non sono poi così cretini. Dei suoi, questo è uno dei film che preferisco, insieme a La ragazza sul ponte e a Tandem. Oddio, ne ha fatto anche altri che si possono tranquillamente dimenticare senza rimpianti, ma ogni tanto riesce a sorprendere, e senza l'aiuto di effetti speciali.

Per farla breve, il film è l'esplicazione cinematografica di un famoso detto popolare: L'erba del vicino è sempre la più verde.

Il caso fa incontrare due persone completamente diverse. Uno è un tranquillo professore di letteratura francese, l'altro un ladro che vive di espedienti. Mentre il primo sogna di essere come il secondo e sfondare la cortina di monotonia che avvolge la sua esistenza, il secondo sogna di essere il primo per godere finalmente di una serenità esistenziale mai provata. In un certo senso ci riusciranno, ma non prima di essersi arricchiti di una lezione che solo vicendevolmente si sarebbero potuti dare.

E tra le scene memorabili di questo film, ecco la citazione che mi fece conoscere Aragon.... finalmente!



E poi, insomma, l'avete riconosciuto il tenebroso e disincantato ladro che non si ricorda la poesia? È Johnny Hallyday!!









19 settembre




Il 19 Settembre del 2011, alle nove e mezza del mattino, Francesco Alberoni pubblicava sul Corriere della Sera un articolo stile Posta del Cuore, dispensando consigli " veramente innovativi" per tenere alto l'eros nelle coppie di lunga durata.

Mezz'ora prima, un utente ics, nome in codice Mr.Nanni1977, filmava dalla finestra di casa sua, il nubifragio che colpiva  Palermo.

Sempre quel giorno, Travaglio, dalla sua professionale scrivania, dava lezioni di bon ton e di galateo, prendendo a prestito le parole di Lavitola.

Inoltre, in quelle stesse ventiquattro ore, il debito pubblico italiano veniva declassato da A+ ad A, mentre la maggior parte delle scuole italiane veniva formalmente dichiarata a rischio per carenze strutturali, dal Consiglio Nazionale dei Geologi.

Insomma: un 19 Settembre che a volerlo riassumere in un'immagine sola, sarebbe una cosa del genere: due innamorati, passionali ma spiantati, che colti dalla pioggia dopo un ardito tête-à-tête sotto le arruginite scale antincendio di una scuola di periferia, si mandano gentilmente a quel paese con parole corte ma efficaci. Una giornata dalle cinquanta sfumature di grigio squallore.

Sennonché,  uno squarcio di luce attraversò quella triste giornata. No, non sto parlando di San Gennaro e del suo tentativo di depistare la vostra attenzione dal vero miracolo, ma dell'unico, vero ed eccezionale evento  di quella giornata.

Ebbene, Noce Moscata, che sono io medesima di persona, la sera di quell'infausto 19 Settembre decise di aprire questo blog. Voi direte, ma dove sta il miracolo? Beh, la sapete la storiella del battito d'ali della farfalla in Brasile che fa scoppiare l'uragano in Texas vero? Ecco: allora dovete avere fede. Prima o poi quest'avventura a qualcosa porterà, la blogger senza qualità capirà il senso della sua esistenza e allora il mondo sarà pronto per cogliere il definitivo messaggio di pace che salverà l'umanità dal baratro eterno. Solo che dovete aver pazienza, che io è da un anno che sbatto le ali, ma per ora sono riuscita solo a rovesciare il portacenere e a uccidere quattro zanzare capitate per caso sulla mia traiettoria. Ma non perdetevi d'animo. La sottoscritta va fiera di voi, sparuti followers che la commentate, e anche di voi, internauti che stando alle statistiche di Blogger,capitate su questo spazio digitando le parole "foto di uccelli che dormono/bel pelo di figa/sito di catterine speck". Grazie a tutti, e grazie a te, blog pleonastico e risibile, che da un anno subisci i miei sbalzi d'umore, le mie farneticazioni, e salvi milioni di bozze che non vedranno mai la luce. Grazie per la pazienza, e speriamo che le ali non siano di cera, che io, a dirla tutta, ci avrei anche preso gusto a stare qua.


Visual Poetry #4

Lolita, Vladimir Nabokov

Melbourne dal cuore grande

Melbourne è una città.
E fin qui tutto bene. Chi di voi l'ha sentita nominare o l'ha vista in tv, si sarà fatto l'idea che è una metropoli australiana grandissima. È vero solo in parte.
In realtà la vera Melbourne conta più o meno 100.000 abitanti, 60.000 in più di Nuoro. Più che metropoli, una cittadOna. Ma grazie alla conurbazione, è stata inglobata  insieme ad altre 31 città in un agglomerato più grande, che viene appunto chiamato Great Melbourne, che conta più di due milioni e mezzo di abitanti.

Adesso sì che si può parlare di metropoli. E come ogni megalopoli che si rispetti, ha un mucchio di cose interessanti. Non vi farò l'elenco minuzioso delle bellezze di Melbourne perché in fondo non è questa la ragione del post, ma vi citerò solo alcuni posti che A ME piacerebbe vedere; quindi una cosa tremendamente egoistica, che ha anche il duplice scopo di nascondere velati messaggi subliminali per il mio uomo, che metti caso passi a sbirciare cos'ho scritto oggi, potrebbe cogliere senza sforzo, sottilissime indicazioni e suggerimenti per eventuali viaggi futuri.

Insomma, tornando a noi, a Melbourne cosa c'è? C'è innanzitutto lo Shrine of Remembrance, che oltre ad essere il più grande monumento di guerra dell'Australia, è stato progettato sul modello del Museo di Alicarnasso, ed è veramente un gran bel vedere. Poi, c'è l' Observation Deck, che è  un osservatorio di tutto rispetto e in cui già mi ci vedo, appollaiata per ore a scattare foto a destra e a manca. Ma c'è anche questa cosa bellissima: il Royal Botanic Gardens, che forse è meglio che io non veda mai, perché quando torno da un giardino botanico, qualunque esso sia, mi prende la fissa di comprare piante  e fiori, ma avendo il pollice verde muffa, l'unico risultato è che incentivo nel mio piccolo la desertificazione del pianeta. E siccome a Melbourne evidentemente ci sanno fare coi fiori, non devo sostare troppo neanche davanti al Royal Exhibition Buiding, perché i Carlton Gardens potrebbero nuovamente risucchiarmi nel vortice del giardinaggio selvaggio.
Inoltre c'è  l'Eureka Tower, il cui nome non si ispira al grido di esultanza di Archimede, ma a una rivolta di minatori che si barricarono in miniera; fu una ribellione che durò pochissimo tempo e finì parecchio male, ma che nel giro di un anno portò alla conquista del diritto di voto da parte dei minatori, e il taglio delle tasse sulle licenze. (tra i capi della rivolta c'era persino un italiano).

E poi, dulcis in fundo c'è il Federation Square, il vero motivo di questo post.

Come potete vedere qua sotto, è una grande piazza nel cuore di Melbourne, con parecchi edifici pubblici per lo più dedicati alla cultura e dall'aspetto avanguardieristico. 

Federation Square


Federation Square


Il che di per sé non mi attira così tanto, se non fosse che in un certo periodo dell'anno, questa grande piazza, vero punto di ritrovo dei cittadini, diventa teatro di manifestazioni culturali internazionali, cioè quando viene celebrato il solstizio d'inverno, che cade quasi sempre tra la fine di giugno e l'inizio di luglio.

La filosofia di fondo di questa manifestazione è quella di portare un po' di luce e calore nel periodo più freddo dell'anno, e l'impegno è talmente notevole che ne escono fuori cose meravigliose. L'anno scorso era stata installata una piramide di 13 metri d'altezza illuminata da lanterne, e l'effetto finale era molto simile a un firmamento  di carta. Nel 2010, avevano fatto una cosa ancora più spettacolare, un sole in piena notte, una scultura luminosa che copia fedelmente l'aspetto dell'astro a cui dobbiamo la vita e con cui gli spettatori potevano interagire grazie a un'applicazione da scaricare sull'i-phone, gestendo nel loro piccolo i processi all'interno della sfera incandescente. Ecco: io pensavo, che più di così non potessero fare, che quella del 2010 fosse sicuramente la celebrazione più riuscita di tutte, ma mi sbagliavo. 

Anche quest'anno mi hanno lasciato a bocca aperta. Questa volta, l'evento è stato all'insegna della letteratura, e si intitola proprio Literatura versus trafico. In soldoni, i libri che hanno la meglio sul traffico.

Gli ideatori, hanno raccolto 10.000 libri tra quelli che le biblioteche pubbliche avevano scartato come obsoleti, e piano piano hanno iniziato a occupare lo spazio pedonale e quello riservato ai parcheggi, fino dare ai libri la forma di un fiume illuminato a led, che sfocia nella piazza. 









La cosa bellissima, non è soltanto l'effetto suggestivo di un fiume di carta illuminato, ma il premio finale. I passanti, dopo aver scattato foto e camminato letteralmente tra le parole, potevano portarsi a casa il souvenir: cioè scegliere i libri da portarsi a casa. Una cosa così bella, che se ci fossi stata mi avrebbe messo profondamente in crisi, dovendo dividere il mio tempo tra lo sfogliare i libri da portarmi via, e scattare le foto-ricordo di una celebrazione talmente magica. Chissà cosa si inventerà Melbourne per il prossimo anno! E chissà che qualcuno non mi ci porti!

(Tutte le altre foto relative alla manifestazione di quest'anno le potete vedere qui)


La prossima volta vi mando mia mamma

La madre, Pearl S.Buck



Troppi libri in casa mia.

Lo dice mia mamma che è stufa di vedersene attorno così tanti, lo dice mio padre che quando cerca un libro non sa da dove iniziare a guardare per trovarlo, lo dico io che vado a sbattere contro le pile che partono da terra in camera mia.

In effetti, è anche comprensibile: sommando gli 82 anni di un vorace lettore, per di più appassionato di storia, agli 84 di una vorace lettrice, per di più insegnante per quasi cinquant’anni, e aggiungendo i miei 35 di vorace lettrice per osmosi, il calcolo dei libri presenti in casa, anche volendo andare al ribasso, dà un numero notevole.

La parentesi iniziale è doverosa per poter capire che i miei, mai mi hanno consigliato di leggere.  Al massimo, quando da ragazzina, mi vedevano annoiata, si limitavano ad alzare lo sguardo alle pareti, come dire “Beh, guardati un po’ attorno, e vedrai che qualcosa che ti distragga lo trovi di sicuro”.

Perciò, quando qualche tempo fa ho preso questo libro da una terza fila della libreria, e ho  detto il titolo a mia mamma che lì vicino sedeva sul divano a guardare la tv, mi sono parecchio sorpresa, quando con entusiasmo, mi ha detto: “Brava! Leggilo che è proprio un bel libro!”

Stupita per l’improvviso e inaspettato consiglio, ho cercato di saperne di più.

- Di cosa parla?

- Di una madre.

- ….

- ….

- Grazie mamma! Ero incerta se leggerlo o no, ma adesso che mi hai spiegato così bene la storia, mi hai proprio convinta.

Non ci sono state repliche al mio commentino sarcastico. Quindi sono scesa dalla scala e l’ho portato in camera mia, ansiosa di sventare a fine lettura il laconico sunto di mia mamma.

È vero che all’inizio c’è una madre. Una madre povera, non troppo, ma neanche poco. È una madre che oltre ai figli, ha un marito e una suocera da accudire. Una madre giovane e nel pieno delle forze,  quasi bella quando dopo  una giornata di lavoro nei campi, siede in cortile a godere dell’ultima luce crepuscolare. Conduce una vita dura, come chiunque debba sottostare al ciclo della natura e della terra, un susseguirsi di fatiche quotidiane e di pasti frugali ma sereni.

Ma ecco che il tempo cambia. Quando anch’io ormai ero entrata  in tacita armonia col ritmo e  la vita spartana di questo piccolo nucleo familiare, inizia il degrado, un flusso costante di perdite.

La madre perde innanzitutto il marito, e già questo, da parte del Destino è un colpo basso, seppur prevedibile.  L’ ho osservata mentre si reinventava in un duplice ruolo, quello della madre che deve crescere da sola la prole, e quello del marito che lavora nei campi. Ma è solo l’inizio. Poi perde la suocera, e si trova orfana senza esserlo veramente. Poi la giovinezza, quindi  la dignità, poi ancora l’orgoglio, infine i figli.

Una discesa agli inferi, un calvario senza fine, e mano a mano che procedevo con la lettura, quasi speravo  in un miracolo, oppure in un definitivo cataclisma, purché si ponesse termine a tanta sventura. Invece no. Quella donna che porta nel corpo solo il segno di uno stillicidio di pene consecutive e costanti, ancora non aveva finito di sorprendermi . Ho letto compatendola, le pagine in cui la vita le toglieva tutto, la femminilità, gli affetti, la serenità, e ho provato quasi sollievo quando impietosa, l’ha lasciata lì abbandonata a se stessa, certa che il tempo le avrebbe dato il colpo di grazia. Ma non sapeva, e manco io lo immaginavo, che al di là della donna, ormai distrutta e annichilita, riemerge prepotente l’unico punto di forza di questa creatura senza nome per tutto il libro. Il suo essere madre. Il biblico e inesauribile istinto materno che la fa risorgere dalle sue stesse ceneri. Un epilogo che diventa poesia  per il cuore del Lettore, e affonda le sue radici nel cuore della Lettrice.

Aveva ragione mia mamma: questo libro parla di una madre, La Madre.

P.S. Questo, è uno dei pochi libri, che in quasi tutte le edizioni, anche in quelle di nazionalità diverse, vanta copertine meravigliose. Nel post precedente ad esempio, ne ho messo una che mi piace tantissimo

Ma la mia, quella che ho in casa, nell'edizione del 1955, è forse quella che trovo più bella, quella che dà un ritratto della madre esattamente come lo immaginavo. Su internet non sono riuscita a trovarla, perciò a mali estremi, estremi rimedi: cuccatevi le foto.







Visual Poetry #3

La Madre, Pearl Sydenstricker Buck

Sul confine tra leggere e scrivere

Italo Calvino



C'è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall'altra quelli che li leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un'altra cosa, che non è quello che voglio io. È una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori. Certo, anche i lettori diventano più numerosi, ma si direbbe che quelli che usano i libri per produrre altri libri crescono di più di quelli che i libri amano leggerli e basta. So che se scavalco quel confine, anche occasionalmente, per caso, rischio di confondermi con questa marea che avanza; per questo mi rifiuto di metter piede in una casa editrice, anche per pochi minuti.

[Se una notte d'inverno un viaggiatore], Italo Calvino (Ed. Oscar Mondadori 2011/ Brossura), Pag. 90


Profondo rosso

E ora parliamo di Kevin



Una delle cose belle della lettura è che ti permette di allargare gli orizzonti. Qualunque cosa si legga, sia un romanzo, una rivista, un saggio, la rubrica delle parole crociate, c’è sempre in agguato una nozione nuova, un argomento di cui non sapevamo nulla, un nome che non abbiamo mai sentito nominare, una citazione che ci apre gli occhi su cose a cui non avevamo fatto caso. Un tam tam che a seguirlo, può essere infinito.

Internet amplifica quest’ effetto-domino all’ennesima potenza. Qualunque sito visitiate, ci sarà sempre un link di rimando o una voce che vi stimola ad approfondire. Il pregio di Internet è soprattutto questo: che se viene usato bene può rendervi persone più colte. Indubbiamente  se non ci si sa imporre un limite al vortice della navigazione, si rischia di poter sfoggiare le nozioni imparate solo col postino, perché il web sarà anche una bella cosa, ma fa perdere anche un sacco di tempo, e così addio vita sociale.

Ma veniamo alla ragione di questo post, che non è certo la funzione pedagogica di Internet.

Mesi fa lessi un libro: Dobbiamo parlare di Kevin. Ne ho parlato qui, e nonostante dal commento non sembri, è un libro che mi è rimasto impresso per la capacità di sollevare domande che dovremmo sempre tener presente, e la facilità con cui ti trasporta nei panni di persone al cui ruolo pensiamo difficilmente.

Tempo dopo che ho letto il libro, ho visto anche il film, uscito proprio quest’anno nelle sale. Lo aspettavo con ansia: un po’ per ravvivare le sensazioni che avevo avuto dalla lettura, un po’ per vedere come la regista se la sarebbe cavata nel trattare un argomento talmente spinoso. Mai scelta fu così azzeccata. Un film tanto doloroso quanto bello, una Tilda Swinton che buca lo schermo dalla bravura, una gestione della trama impeccabile, e una fotografia imbarazzantemente azzeccata e tagliente.

E qui arriviamo al punto: guardando il film ho scoperto una cosa nuova. La scena d’apertura presenta un mix di sequenze che nel contesto della vicenda si carica di oscuri presagi, ma che prende spunto da una manifestazione di massa reale. La Tomatina.

La Tomatina è un avvenimento tutto iberico, che si svolge a Buñol, in quel di Valencia. È una vera e propria guerra rossa, ma non prevede né fazzoletti rossi, né banderillas, né tori accecati dalla rabbia, né comunisti con falce e martello. È una vera e propria guerra di pomodori, ed è nata come spesso succede nelle tradizioni, da un evento del tutto casuale. Cioè quando, nel mezzo di un’altra manifestazione, quella dei Giganti e Testoni, scoppiò una rissa finita col lancio di pomodori. Ma si parla ancora degli anni quaranta. Anno dopo anno però, quel lancio che doveva rimanere un episodio isolato, si è ripetuto perpetuandosi nel tempo, finché nel 2007 la manifestazione è stata dichiarata d’interesse culturale internazionale.

La cosa che più colpisce di questa manifestazione è la dimensione. Le persone che partecipano a questo battaglia annuale, rossa solo per vivacità, sono migliaia. E il delirio di pomodori si consuma nell’arco di un’ora.  Se visitate il sito di Buñol, vi farete anche quattro risate leggendo le regole. Infatti  tra i vari consigli, leggerete che è meglio munirsi di occhialetti da immersione per evitare che il succo arrivi negli occhi.  Esso infatti “provoca prurito, ma lascia la pelle pulita come non mai” Insomma un toccasana tutto bio, altro che estetista. Dietro la manifestazione c’è ovviamente una preparazione adeguata, che permette alla folla di divertirsi per un’ora nel modo più sano possibile. Di mattina i partecipanti si radunano nel posto adibito al lancio; l’atmosfera viene riscaldata ( o meglio rinfrescata) dagli abitanti di Buñol che lanciano dalle finestre secchiate d’acqua sui futuri guerrieri. A metà mattina si aprono le danze: arriva il camion dei pomodori. Coloro che si trovano sul veicolo hanno il felice compito di provocare gli astanti lanciando i primi ortaggi maturi. Poi l’intero contenuto del camion viene riversato sulla folla. E da lì inizia il vero duello all’ultimo San Marzano. Sessanta minuti dopo, uno sparo avverte che la festa è finita. Agli intrepidi guerrieri non rimane che contemplare il profondo rosso che si son lasciati dietro, e scattare foto.

La manifestazione si svolge sempre l’ultimo mercoledì di Agosto, perciò quest’anno è capitata il 29. E guardando le foto del The BigPicture non ho potuto fare a meno di ripensare al libro e al film, a brindare alle nuove cose imparate, e a ripromettermi che un giorno alla Tomatina ci voglio andare anche io. Con o senza macchina fotografica. Magari col fidanzatuccio però.

Tomatina 2012, The Big Picture

Di pamphlet non richiesti e di sensazioni agrodolci

A volte raggiungo i minimi storici dei pensieri, quelli per cui mi ricordo che non mi piace assolutamente sentirmi in dovere di fare qualcosa. Bella scoperta. A nessuno piace.

Ieri parlavo col fidanzato di cosa ci piacerebbe fare quando staremo insieme. Abbiamo costruito minuziosamente le nostre vacanze  e i nostri giorni quotidiani per circa due ore. Siamo bravissimi anche a considerare gli ostacoli e a sventarli con mosse da supereroi. Abbiamo un sacco di fantasia. Soprattutto lui. Spesso gli lascio più spazio, perché nel campo delle ipotesi,  dove il suo “io” è allo scoperto solo in modo condizionale, mostra senza imbarazzo quel lato romantico che tenta di nascondere quando parla al presente.

Al di là della fantasia, delle congetture e dei sogni ad occhi aperti, siamo però due esseri umani. Diversi e imperfetti.

E ci vogliono giorni di musi e di rabbonimenti a rate, per superare i nostri lati più oscuri quando vengono a galla. I professionisti del lieto fine direbbero che stiamo insieme per i nostri lati positivi, quelli per cui all’inizio ci siamo scelti e innamorati.  Una cazzata galattica. Proprio volendola considerare, la successione casomai  è inversa. Ci siamo innamorati e quindi scelti.

La verità è che stiamo insieme anche per i nostri difetti e per le nostre mancanze, e perché ci conosciamo abbastanza  a fondo, da poter dire che non siamo solo quello. Perché sappiamo chi c’è dietro un broncio ingiustificato, o dietro un telefono riattaccato in malo modo.  Tra noi è tutto gratuito e spontaneo.  Divergenze d’opinioni e arrabbiature incluse.

Non esiste il dovere di fare buon viso a cattivo gioco, esiste casomai il voler superare la distanza per trovare un accordo tra umori, giornate e vite diverse. Non c’è il dovere di essere presenti, c’è la fiducia di soprassedere all’assenza dell’altro perché sappiamo o immaginiamo qual è l’impedimento che ne ostacola la presenza.

Non siamo perfetti e neanche bellissimi agli occhi del mondo. O meglio, siamo belli solo l’uno per l’altro, ma  insieme,  toh guarda, diventiamo graziosi, simpatici e gaudenti anche per il resto dell'universo.

Questione di equilibrio e di sostanza (se c’è il sentimento si va dove si vuole), raro in amore come in amicizia. E infatti: di fidanzato ne ho uno, e di amici pochissimi. Insieme al fidanzato, le mie amicizie non arrivano a coprire tutte le dita di una mano. Tutto il resto è acqua che scivola addosso. Può dare una rinfrescata, ma sotto il sole dei rapporti autentici, s’asciuga subito. A volte, addirittura lascia la pelle secca.

Difficile indovinare una persona al primo sguardo, alla prima chiacchierata. Facilissimo scambiare l’empatia per qualcosa di solido. Ancora più difficile accettare le persone per quello che sono, amandole lo stesso. Scontatissimo poi che il 99% della gente si limiti a criticare la prima ombra e  a pretendere che venga cancellata insieme alla snaturalizzazione del rapporto. Sono intermezzi estivi di persone che ti vogliono solare e disponibile sempre, anche nei nove mesi restanti. Considerazioni ovvie, che mi fanno apprezzare l’ermetica chiusura a ghigliottina deicompartimenti stagni, e il fruscio gradevole di quando si volta pagina. Sensazioni agrodolci che tornano con la stessa frequenza del ciclo mensile. E che mi fanno venire una gran fame. 



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Cipolle in agrodolce

Ingredienti:

- 250g di cipolle
- 25g di burro
- due cucchiai di zucchero
- 50ml di aceto balsamico, o di aceto di vino bianco (io ho provato tutt’e due le versioni e ho capito che preferisco quella con l’aceto balsamico)
- alloro
- chiodi di garofano (facoltativi)

Preparazione:

Sbucciate le cipolle e affettatele  ma non troppo finemente. Sciogliete in una padella antiaderente il burro con lo zucchero. Versate nella padella le cipolle e fatele rosolare per cinque minuti, dopo aggiungete l’aceto, l’alloro e i chiodi di garofano, coprite col coperchio e abbassate il fuoco al minimo. Lasciate le cipolle a cuocere almeno per una mezz’ora.  Spegnete solo quando vedete che sono appassite per bene.
Voilà, sedetevi a tavola, e riconsiderate le vostre conoscenze alla luce della metafora gastronomica che avete appena preparato.


la  mia ciotolina per le salse è quasi più bella delle cipolle :D

Visual Poetry #2

Visual 
[La peste] Albert Camus

Piccole insofferenze crescono

Ad esempio, il video qua sotto avrei voluto farlo io.

Ma puta caso non aveste il tempo di vederlo, o non ne aveste voglia, vi dico solo che nella mia personale classifica di coloro che getterei dalla Rupe Tarpea, quelli che usano il piuttosto che al posto dell' oppure, sono addirittura un posto avanti rispetto alle signorine fini ed eleganti che nelle foto da mettere nel profilo fanno la duckface, e di tutti coloro che usano la X al posto di per all'interno delle parole (xché, xò, ecc).


Se invece volete un esempio di come lo si usa correttamente, guardate qui (anzi: se non l'avete mai visto, procuratevi e guardatevi tutto il film che è un piccolo capolavoro).


Autocelebrazioni

[Il coraggio del pettirosso], Maurizio Maggiani

Di apparenti arrabbiature e di strade espiatorie lastricate di castelli in aria




Reazione a caldo:

Briony, ti auguro partite di  vasetti di Durian aperti, per sette generazioni.

Reazione a bagnomaria:

Cara Briony, che diavolo hai fatto? Ti meriteresti acqua di colonia al Durian ogni volta che hai una cena fuori.

Reazione a freddo:

Se dovessi dire in una frase sola, cosa mi ha dato questo libro, direi che mi ha caricato di grosse aspettative,  e quando alla fine le ho viste distrutte da un epilogo a sorpresa, ho capito che era proprio quello che mi aspettavo. Un libro equo nonostante l’ingiustizia.

Parrebbe una frase sibillina e controsenso, ma in realtà è una verità molto semplice, anche empirica se vogliamo.

Come suggerisce la logica sottostante il titolo, Espiazione, tutto parte da uno sbaglio, un grosso e imperdonabile sbaglio. Briony, ragazzina tredicenne con una fantasia da far impallidire Tolkien e una convinta aspirazione a diventare scrittrice, si autoproclama burattinaia dei destini di un paio di persone; fatalità, proprio due giovani di belle speranze che senza di lei avrebbero potuto  vivere felici, contenti e innamorati.

Da qui la necessità di espiare, e sempre da qui  il famoso carico di aspettative che nutrivo dopo aver assistito impotente,  alla bugia iniziale da cui tutto ha inizio. Le mie illusorie speranze sullo svolgersi del filo narrativo successivo, erano molto semplici: McEwan col mantello svolazzante del paladino della giustizia avrebbe dovuto fieramente fissare l’orizzonte e decretare con un solenne autodafé la condanna di Briony per le sue colpe, cioè una ruspante e salutare vita di merda, più il bonus track di un pomposo matrimonio tra i due amanti bistrattati. Semplice ed efficace. Ma l’autore si chiama McEwan appunto, non Liala, di conseguenza la vicenda si svolge in ben altro modo. (ahimé pensavo all’inizio).

Non posso dire io abbia cambiato idea alla fine del libro, perché in effetti l’ho capito molto dopo la parola Fine che la conclusione architettata da un McEwan in splendida forma (nettamente superiore al cinico e sarcastico Solar, unico altro libro che ho letto dei suoi), è un’opera di giustizia e coerenza dell’ingranaggio, non di giustizia della storia in sé.

Che Briony si sia macchiata, inconsapevolmente all’inizio e dopo sempre meno, di una colpa terribile, questo è un fatto. McEwan su quell’errore ci ricama sopra senza stancarsi, né stancarci per metà libro. Ma l’espiazione vera, quella che mi aspettavo  con tanto di ghigno ad hoc sulla faccia,  matura in quello che rimane dopo la lettura.   E questa volta senza ghigno cattivo. Nello scoprire che è un libro ad altezza 1,63, cioè la mia ( che per carità non mi permetterei di parlare anche per voi).
In fin dei conti il percorso dell’espiazione è molto lineare ed è intrecciato a doppio filo con quello delle conseguenze. A proposito di queste ultime, Calvino diceva: 

Devo però tener conto che ogni mia mossa per cancellare avvenimenti precedenti provoca una pioggia di nuovi avvenimenti che complicano la situazione peggio di prima e che dovrò cercare di cancellare a loro volta. Devo quindi calcolare bene ogni mossa in modo da ottenere il massimo di cancellazione col minimo di ricomplicazione.

Un modo elegante per dire che una volta fatto l’errore, è difficilissimo ritornare indietro.  Ma questo non lo diceva solo Calvino. Anche il diritto è informato al principio per cui, per esigenze di giustizia, se non puoi ricreare lo status quo precedente al danno (proprio per quelle dannatissime conseguenze così difficili da cancellare), ti tocca risarcirlo. Ora, siccome qui non si parla di bicchieri andati in frantumi, di cocci che se li porta a casa chi li ha rotti eccetera, ma di colpe gravi che pesano sulla coscienza dal giorno in cui le compi fino a quando non esci da casa in posizione orizzontale, le alternative sono due. O ti applichi all’esecuzione di fioretti a vita in favore della persona danneggiata, che comunque è già sulla via del perdono se ti permette di rivolgergli il tuo desiderio di affrancamento dal torto, oppure ove  la persona offesa sia irraggiungibile, perché morta, perché non ti vuole vedere manco dipinto, perché t’ha giurato odio eterno, perché sulla sua tomba farà scrivere “È solo colpa tua”, allora ti dedichi all’unica alternativa possibile. Immaginare. Diventare il Javier Marìas della situazione e navigare nell’oblio delle ipotesi possibili. Quelle che ti permettono di creare dal nulla un futuro parallelo in cui non solo non hai fatto ciò che hai fatto, ma anzi, sei lontanissimo anche dalla possibilità di farlo. Oppure fai di più, lasci anche nella fantasia la colpa intatta, dura e palpabile come è veramente, e ti fai deus ex machina inventando di sana pianta un piano salvifico e miracoloso. McEwan ha fatto qualcosa del genere ma con più perizia.

Briony riesce a salvare Cecilia e Robbie dalle grinfie di una fine ingiusta, grazie alle uniche due cose che sono state anche il principio di tutto: una fervida immaginazione e il talento nello scrivere. Una giocatrice leale questa volta. Che usa le armi, da sempre in suo possesso,  in una battaglia a volto scoperto. All’inizio mi era sembrato solo un tentativo di espiazione, ma chi sono io per dire che lo sforzo di Briony nel combattere il proprio errore non sia una vera espiazione, dato che dura una vita intera?

E chi siete voi per dire che ho torto se non avete letto il libro? Nessuno. Perciò purgate pure voi, procurandovelo e leggendolo. Poi ne riparliamo.

P. S. Non si senta giustificato chi ha visto il film e basta. Nonostante i potenti mezzi cinematografici che avrebbero potuto farne un ottimo film, non raggiunge le vette di lirismo del libro (interpretazione della Redgrave a parte, che potete vedere qui solo se sapete già la storia). Una gran perdita.

Intervallo (Spot promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali Moscatiane)

E così io avevo tutto un intento ben specifico. Lanciare nell'aere un messaggio cultural-emancipato e all'uopo anche un pochetto artistico. 
Dopo un'ora e mezza che salivo e scendevo dalla pila che col caldo delle tre del pomeriggio stava diventando piRa, questi sono stati i miseri risultati.






Il titolo doveva essere "La cultura vi eleva", invece sarà "Provate anche voi la collezione cultura-estate 2012: tagli e rifiniture fatti apposta per slanciarvi - solo su sfondo panoramico chiaro- e rendere frivoli e svolazzanti i vostri vestiti, apertura no stop (escluso il lunedì)".

(La blogger oziosa, non contenta ha prodotto altre fesserie che potrete sbirciare qui)