Di muri fatti a persona e viceversa


La mia casa al mare è al centro del paese. È così al centro che divide persino due piazze. Su una abbiamo il pianterreno, sull’altra quello che dovrebbe essere il primo piano. Due piazze a livelli diversi.  È bello stare al centro di tutto, ma come tutte le cose belle c’è anche il rovescio della medaglia.

La notte, nella piazza di sopra i ragazzi si riuniscono a sbevazzare a fianco al nostro muro, e tra una chiacchiera e l’altra riescono sempre a utilizzare la parete della nostra casa come lavagna per esprimere il loro malessere generazionale. Su quel muro c’è di tutto, dal messaggio alla Moccia, alla propaganda politica, dal disegnino fallico, alla satira a fumetti. Potrebbe essere il testamento artistico di un paio di generazioni, peccato che invece è solo un muro imbrattato male.

I miei si sono anche rotti un po’ le palle di imbiancare casa, ché tanto, tempo 2 giorni e quel muro magicamente ha di nuovo da dire qualcosa, una morosa da mandare affanculo, un poeta da citare, una barzelletta sporca da esemplificare, una nuova posizione del kamasutra da spiegare e via dicendo. Così è da anni che quando arriviamo alla casa al mare, facciamo finta di niente e fischiettiamo spavaldi mentre portiamo i bagagli dentro casa.

Adesso però abbiamo (forse) trovato una soluzione. Assolderemo (e dico assolderemo perché ormai si tratta quasi di una battaglia all’ultimo sangue, una vendetta privata) un muralista. Egli, colui che ci salverà dalle nostre sciagure, farà un grande murales che occupi tutta la facciata, di quelli che adesso vanno tanto di moda e che riportano in auge le tradizioni regionali. E che in effetti sono proprio belli.

Per non so quale legge metafisica o per quale strano scherzo del destino, i giovanissimi confondono a tal punto le cose, da giudicare il lavoro di un muratore o imbianchino meno di zero, mentre quello di un muralista diventa un’opera da esibire al Guggenheim, una cosa di tutto rispetto, anche rappresentasse la morte violenta di tutti coloro che appena hanno un pennarello in mano scrivono cazzate sui muri. Mah, cose da Ggiovani appunto.

Non so come andrà a finire, se finalmente riusciremo a toglierci di dosso la piaga di questi ragazzini che sembrano abbiano sempre meno cose da dirsi e molte da scrivere, però ripensando al mio caro e vecchio muro tutto ferito, e al murales che potrebbe vantare orgoglioso, mi sono detta: ma sta a vedere che il mio muro è come le  personcine, che quando vogliono chiudere un capitolo doloroso della loro vita, si riverniciano a fresco, si dedicano finalmente a se stesse, danno un taglio netto al passato e vanno dal parrucchiere, si iscrivono a un corso di pilates, e diventano improvvisamente più belle, più sicure, come muri immacolati e luminosi. Sta a vedere che il mio muro aveva solo bisogno che gli dessimo il via per  sbocciare di nuovo, bello, sfrontato e finalmente felice.  

La qualità di contenuti spiegata dal mio uomo



Ma tu preferisci giocare una partita di calcetto dove vengono a vederti tutti i tuoi 350mila amici, oppure andare alle Olimpiadi, dove se sei fortunata vengono a vederti solo mamma e papà?

(No, io preferisco te, che inventi sempre metafore che siano alla portata della tua fidanzata, blogger insicura e lagnosa per definizione)

Pubblicità Progresso: non vedo proprio perché io debba spostarmi da qui, e voi da lì.



La Sardegna fa schifo. Non ci venite mai. 

In fondo cos’è che non abbiate già visto? Un canovaccio di terra circondato dall’acqua. E allora? Prendete una paperella di gomma, immergetevi nella vasca e sarà la stessa cosa. E poi quel mare trasparente, e quell’acqua cristallina, vogliamo parlarne? Dopo un po’ rompe le balle persino a guardarla: quella distesa marina tra il blu e il verde che riflette i raggi del sole, che fin dove la guardate  è tutta luccicante, eccheppalle, mettetevi una mirror ball appesa al soffitto della camera da letto, ed ecco che anche voi avreste lo stesso effetto, poi quando siete stufi di fissare il gioco di luci sui muri, spegnete la luce e chi s’è visto s’è visto, e non dovrete neanche togliervi la sabbia dalle mutande. E poi tutti quei profumi di mirto, di oleandri, di sughero, di olivi, pensate che accozzaglia di aromi, una roba nauseabonda. Fa venire il mal di testa solo a pensarla. Che poi voi direte, beh però al chiuso almeno si sta bene. No, assolutamente! Peggio che mai!  L’ospitalità dei sardi è rinomata, ma se uno va in vacanza è per provare anche nuove emozioni, perciò perché venire in un posto che vi fa sentire come quand’eravate piccoli a casa dei nonni! Boh, a me pare un controsenso.  E poi, avete presente i nuraghi  e le domus deiana? Tutti specchietti per le allodole. Il più delle volte dovete camminare buone mezz’ore per arrivarci, magari in un pomeriggio torrido e immersi fino al collo nella natura ancora vergine (!), e chissà cosa potrebbe spuntare da quelle ginestre in fiore a bordo sentiero!Ma chi ve lo fa fare dico io! In vacanza ci vuole relax per la miseria! Un’ amaca di quelle comode,  piazzata in balcone tra due pluviali e starete da Dio! E se avete la tv nella traiettoria giusta, potete persino guardarla da lì. Si certo, c’è anche da dire che c’è stata parecchia gente famosa qui nell’isola. Ma si tratta indubbiamente di sbagli clamorosi, oppure di gesti dovuti alla follia. Prendete ad esempio Garibaldi e la sua Caprera. Si sa benissimo che Garibaldi che comanda fu ferito ad una gamba, e tanto a posto non era.  E non dimentichiamo poi l’idioma locale. Quell’astruso e oscuro linguaggio che usano i nativi. Ma chi ve lo dice che già mentre passeggiate nelle loro piazze, quelli là, gli indigeni, chiusi in crocicchio non stiano già tramando alle vostre spalle certi di non essere capiti!

Poi vabbè, arriviamo alla spina nel fianco, la gente che scrive sulla  Sardegna come Vittorini e il suo libro. Adesso, senza che vi dica niente, facciamo una cosa: io vi piazzo qua l’introduzione scritta dall’autore ad apertura del suo libriccino, e dopo mi dite sinceramente cosa ne pensate.

“Io so cosa vuol dire essere felice nella vita, è la bontà dell’esistenza, il gusto dell’ora che passa e delle cose che si hanno intorno, pur senza muoversi, la bontà di amarle, le cose, fumando, e una donna in esse. Conosco la gioia di un pomeriggio d’estate a leggere un libro d’avventure cannibalesche seminudo in una chaise-longue davanti a una casa di collina che guardi il mare. E molte altre gioie insieme; di stare in un giardino in agguato e ascoltare che il vento muove le foglie appena (le più alte) di un albero; o in una sabbia sentirsi screpolare e crollare infinita esistenza di sabbia; o nel mondo popolato di galli levarsi prima dell’alba e nuotare, solo in tutta l’acqua del mondo, presso una spiaggia rosa. E io non so cosa passa sul mio volto in quelle mie felicità, quando sento che si sta così bene a vivere: non so se una dolcezza assonnata o piuttosto sorriso. Ma quanto desiderio d’avere cose! Non soltanto mare o soltanto sole e non soltanto una donna e il cuore di lei sotto le labbra. Terre anche! Isole! Ecco: io posso trovarmi nella mia calma, al sicuro, nella mia stanza dove la finestra è rimasta tutta la notte spalancata e d’improvviso svegliarmi al rumore del primo tram mattutino; è nulla un tram: un carrozzone che rotola, ma il mondo è deserto attorno e in quell’aria creata appena tutto è diverso da ieri, ignoto a me, e una nuova terra m’assale.”

Ebbene, avete visto no? Anche senza essere fini psicologi, si capisce benissimo che è un caso in cui l’autore è stato chiaramente costretto a scrivere quelle cose.  Traspare perfettamente come il testo sia stato redatto sotto tortura, forse addirittura dettato. Non oso neanche pensare ai terribili patimenti che questo andar contro la propria volontà abbia prodotto su Vittorini. Un uomo segnato a vita definitivamente.

E allora, mi chiedo, cosa devo ancora fare per convincervi  che è mille volte meglio un monoloculo in un quartiere di periferia a Milano, magari con vista su sottopassaggio che fa tanto underground, che un mese di vacanza in questa isoletta dimenticata persino dai terremoti tanto è vecchia e ancorata al globo terrestre?

Come? Io? Perché non mi trasferisco? Bè, che discorsi, qualche anima audace dovrà pur restare per allertare i malcapitati che arrivano ignari della loro sorte. Anzi sentite, adesso devo proprio scappare che ho da accendere il falò in spiaggia per scoraggiare gli approdi notturni. Non sapete che tedio, tutto quel cielo e tutta quella sabbia, e tutta quella Via Lattea! Del resto, se è questo  il sacrificio che mi si richiede per salvare i continentali da questa amarezza infinita, ebbene sia! Il mio martirio sarà alla fine servito a qualcosa.

Vi chiedo solo una cortesia: fate che i miei sforzi non siano vani, statevene a casa. Qua è bruttissimo e noiosissimo. E poi ci sono troppe pecore. 

Nuoro è salva

«Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, entrarono nella città santa e apparvero a molti»

La Resurrezione di Cristo?

Macché. Oggi ho messo per la prima volta la benzina da sola nella mia Micra. Senza mandare a fuoco la città e senza trasformarmi in una torcia umana.

Orsù, procedete con la mia beatificazione.
Mi avvio indubbiamente verso un'emancipazione senza ritorno.



P.S. Comunque per paura di sbagliare, ci ho messo solo 5 euro, che sfigata! Mò Lunedì mi tocca tornare.


Sul potere devastante di certi film insospettabili




Ragazze mie, avete rotto. È dal 2001 che ho questo rospo in gola e adesso finalmente ve lo posso dire. Non che potessi dirvelo prima, che io sono una di quelle che sulle cose arriva sempre un po’ tardino. Però ora mi sono illuminata e ho visto la Luce. La Poulaine vi ha rovinato. Da quando è uscito Il favoloso mondo di Amelie (alias Nani da giardino che vincono il Premio Pulitzer per le foto in vacanza) vi siete montate la testa.

È un compito difficile il mio, ma qualcuno doveva pur dirvelo. E Dio ha scelto me per farlo.
Si ok, dalla vostra parte c’è che un film del genere, prima di allora non era mai uscito. Almeno non così, che portasse alla ribalta le ragazze timide e introverse della porta accanto  con tutte quelle doppie farciture di surrealismo romantico e quelle spolverate di  realtà caramellose. Però adesso basta, non è che su quel film dovete costruire la vostra campagna pubblicitaria esistenziale. Non è che tirare sassolini nel fiume o infilare le mani in un sacco di ceci vi eleva a uno stato di beatitudine e fa di voi delle creature mitologiche da venerare come dee. Il fatto di immedesimarvi nella lieve vita di Amelie, non vi dà il diritto di credervi esseri speciali  in via d’estinzione,  e neanche quello di sbandierarlo a mezzo mondo. No perché altrimenti, siete esattamente come le classiche modelle altezzose, che siccome sono fighe e hanno gambe chilometriche  vanno in giro con mini mozzafiato giusto per ribadire il concetto.

I maligni adesso diranno due cose:

1) che la blogger farneticante è un over trenta acida e invidiosa. Potrebbe essere.

2) che la blogger saccente semplicemente non ha visto il film, e quindi parla per sentito dire.

E qua vi sbagliate. Perché io il film l’ho visto un miliardo di volte, e mi piace esattamente come la prima. Perché è ottimista, è leggero, è lenitivo e ha un effetto provenzal-consolatorio che solo i francesi riescono a creare. E se mi piace così tanto, vuol dire che anche io mi ci sono immedesimata.  Embè?

Questo fa di me un unicorno? Non mi pare.  Però non vorrei neanche che fraintendiate: il buono di quel film è che rivaluta riuscendoci appieno tutte quelle persone che spesso sembrano invisibili per il solo fatto di non avere lo stesso impeto di altre nell’affacciarsi in quell’affollata piazzetta che è il mondo. Ed è vero che anche quelle persone sono speciali. Ma esattamente come le altre.

Mò vi spiego: anche io ho letto decine di libri seduta su una panchina al parco con le mie ballerine rosse e la borsina piena di fiducia nel mondo. Ed è probabile che in quei momenti io mi sentissi bella e speciale, e innamorata della vita. Ma il tossico che si fermava a chiedermi una sigaretta vedeva in me solo un potenziale distributore di Camel. Strano? No, normale. E ne converrete anche voi, non sarebbe stato opportuno interrompere il suo trip spiegandoglielo. Oppure:  voi che siete inciampati qui, lo vedete coi vostri occhi che ho un blog con un sacco di rubrichine a lato in cui si intuisce che ho una visione tutta mia del mondo. Ma non pubblicizzo il blog da nessuna parte.  I miei amici manco lo sanno che scribacchio in giro, e il mio fidanzato se lo ricorda solo perché a volte tardo a rispondergli su skype (stavi scrivendo tutte le tue cosine da scienzata eh? Sì, ha un’alta stima di me, un po’ troppa ma non oso contraddirlo). Mi piace anche cucinare e a volte mi perdo dietro i colori degli ingredienti, e trovo che ci sia anche una gran dose di poesia nell’atto di creare un piatto dal nulla o quasi, ma questo lo so io, voi che lo state leggendo adesso, e  quei pochi attenti che mi hanno osservato mentre preparavo qualche piatto (casi veramente rarissimi). Anche io faccio foto a cose che sembrano animali poffettosi, ma quando le vede mia mamma dice che per fortuna uso una digitale e non devo sviluppare tutte le cretinerie che vedo e immortalo. E comunque è una cosa che non mi interessa dire al mondo.  E poi, parliamoci chiaro, io non sono solo questo. Posso anche fare le foto più belle dell'universo, leggere tutta la vita appollaiata romanticamente su uno scoglio, scrivere cose bellissime e dolcissime, aiutare un cieco ad attraversare la strada, ma in altri contesti sono anche egoista e petulante , posso sciorinare serie infinite di parolacce inenarrabili se sbatto il mignolo del piede sul comodino, e quando sono da quattro ore in fila alle Poste, non so quanto volentieri dico di sì al vecchietto che mi chiede di cedergli il posto.  Quindi  l’aspetto della ragazza incompresa, timida e meravigliosa dentro, è appunto solo un aspetto. Vale fino a un certo punto e non serve  sbandierarlo in giro come  fosse un biglietto da visita da presentare con lo sguardo conturbante di un rappresentante di aspirapolveri.


Cosa che invece fanno tutte le donnine post-Amelie. Finalmente consce di essere speciali nella loro normalità te lo sbattono in faccia prima ancora di dirti il nome. E così la bellezza delle piccole cose va a puttane a braccetto con la modestia.

-  No, il mio nome non ti deve interessare, sappi solo che sono una ragazza qualunque. Sai, io amo leggere al tramonto, adoro lo sguardo dei clown tristi per la strada, mi commuove la poesia di un braccialetto di perline,do un nome a tutte le piantine che ho sul davanzale e ho un mondo tutto mio che aspetta solo di essere scoperto.

E chi se ne sbatte!

Le qualità sono belle soprattutto quando qualcuno le scopre e te le fa notare. Io non voglio dire a tutti che ho un blog, non lo spaccerò in tutte le bacheche di Fb né sulla mia, voglio che chi è interessato lo scopra, e magari mi dica che lo trova interessante, altrimenti non vale. Così per la lettura, per la fotografia, la cucina e qualsiasi altra passione coltivi per me stessa e non per gli altri. Perché la cosa che vi sfugge care donnine dei miei stivali, è che la magia delle cose come anche quella delle persone è uguale uguale alla paura. Appena la dici in giro, l’effetto esorcizzante di averla confessata la fa scappare. Quella fa puf e poi sparisce. Anche il carpentiere dalle mani ruvide che in pausa pranzo mangia voracemente il suo panino con la cotoletta mentre schiaccia giulivo le formichine che passano, avrà qualcosa di magico. Lui di certo non ne è consapevole  e non ve lo dirà. Ma sono sicura che la moglie  che gli ha preparato il panino lo sa.

Pensieri a margine che caso strano girano e girano, e poi approdano sempre al supermercato

Sapete cos’ho scoperto? Che le abitudini fanno girare il mondo.

Perché di abitudini ce ne sono un sacco, non basterebbe un mio post di quelli logorroici ad esaurirle tutte. Prendete ad esempio quelle legate all’età: i bambini che si sporcano mentre mangiano il panino con la cotoletta, hanno l’abitudine di pulirsi le manine sulla maglietta. Se non lo fanno, sono indubbiamente dei mostri o degli ufo travestiti. Che poi a pensarci bene, c’è anche quella storia del pallone, che quando un uomo -che sia imberbe oppure in età da pensione - se lo vede in mezzo ai piedi, sbucato fuori da chissà quale cortile, non ce la può fare a prenderlo con le mani per restituirlo. Proprio non gli riesce, gli deve dare un calcio, e quella cosa lì in effetti non è mica legata all’età. Poi invece, ci sono quelle abitudini di massa legate alle tradizioni nazionali. È facile for example, che gli inglesi mi freddino con un bel colpo alla nuca, se vedessero come io mi scolo il tè. Perché io proprio me lo scolo, lo trangugio, al massimo tò, posso rallentare la velocità d’inverno, quando  mi godo il calduccio della tazza sulle mani mentre osservo dalla finestra le persone imbacuccate che cercano di non scivolare sul ghiaccio. Di sicuro non vedo nel tè un rituale preciso né un modus vivendi. D’altro canto un italiano imparerebbe seduta stante il rituale espiatorio dell’harakiri pur di non subire il supplizio di una tazzina di caffè annacquato a colazione. E poi, infine, ci sono quelle abitudini, che sembra siano un modo per sentirsi in pace con se stessi, e invece non sono altro che sofisticati stratagemmi del nostro subconscio per farci sentire a casa, e solo allora diventano uno strumento per sentirsi in armonia col mondo.

Ma adesso voi direte: ma non bastavano l’afa, le zanzare, Bolt che festeggia, la recessione, il governo tecnico ladro? Dovevi proprio arrivare tu a fare filosofia spicciola sulle abitudini sociali del mondo, a cicalare sulle sinergie cosmiche? Eppure, checché ne diciate, non era mia intenzione assillarvi alla vigilia di Ferragosto con i miei struggimenti personali, ma il problema è proprio questo. Questo quale, voi direte.

 Ferragosto!

Perché io mi ero convinta che stamattina, anzi ieri mattina dato che scrivo alle due di notte, fosse LA MATTINA di Ferragosto! E così tutta allegra sono andata da mia mamma e le ho detto:

- Che cuciniamo oggi?

Domanda assolutamente retorica, dato che è da quando son nata che a Ferragosto mangiamo porcetto arrosto  che fa pure rima, non prima di aver litigato per un’ora e mezza su come sia meglio tagliarlo.

Ma sorprendentemente mia mamma cosa mi risponde?

- Mah! Potremo fare un po’ di riso in bianco!

E insomma a me è preso lo sconforto, che va bene che i miei hanno passato gli ottanta e non è che possono mangiare le stesse cose colesterolose di dieci anni fa, però se rinunciano al porcetto a Ferragosto, come a Natale, vuol dire che siamo messi maluccio, che stanno invecchiando e mi lanciano segnali di fumo per farmelo capire. E allora ho pensato che non c’è bisogno di questi mezzucci, e ho pensato che lo so che piano piano si stanno incurvando parecchio e che adesso devo mettere sempre le cose sul primo ripiano dello scaffale, altrimenti non ci arrivano;  lo so che hanno i loro begli acciacchi più o meno gravi, so che non comprano più il giornale perché ci vedono male e si stufano a leggere, ma un conto è vedere segni graduali che le cose cambiano e che ti devi preparare a svegliarti un giorno senza di loro, un conto è vedere questi cambiamenti all’improvviso. E per me vedere mia mamma che a Ferragosto pone come alternativa riso in bianco, cioè non so se mi spiego, riso in bianco, non una spaghettata tranquilla con pomodori e basilico, RISO IN BIANCO! Che sì, sarà anche buono, ma è di un ospedaliero che solo il semolino riesce a stargli dietro! Ecco, per me vedere che  i miei rinunciano a una tradizione connaturata alla loro esistenza, è come scoprire che le sigarette hanno di nuovo alzato il prezzo: prima mi stupisco, poi ci rimango male, infine mi abbatto.  Perché uno le abitudini se le crea e se le alleva come fossero bambini al solo scopo di sentirsi a casa, e per me porcetto vuol dire casa come le piante di mirto vogliono dire Sardegna.

E allora sono andata a farmi un giro in macchina, con questo sottile malumore che non riuscivo a focalizzare del tutto e rimuginando sul come dargli contorni precisi, e non so quand’è che mi sono accorta che i negozi erano tutti aperti, che la città era vigile e produttiva, che i tabacchini aspettavano solo me e che non era Ferragosto, bensì appena il 14.  E improvvisamente è stato come il 1° Febbraio del 1977, che non ero ancora nata ma fa lo stesso, un mondo improvvisamente pieno di colori; come la notizia che l’esame che devi dare è stato spostato e hai ancora 2 settimane di tempo per studiare, come la brezza del mare dopo una giornata afosa, insomma un gran sospiro di sollievo. E così, ringalluzzita da questo nuovo io consapevole, sono andata a fare spesa, pronta a stravolgere il menu familiare del giorno e a superare lo scetticismo dei miei per tutto ciò che non conoscono.

Perché poi si sa, tutto il mondo è Paese, e chissà che i cinesi che hanno preso in affitto l’appartamento al quarto piano non si sentano anche loro un po’ a casa, sentendo l’odore dei noodles mentre passano davanti alla porta di casa mia.

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Noodles con verdure (dosi per tre persone)

Ingredienti:

- mezza cipolla

- due zucchine

- due peperoni

- germogli di soia

- pomodorini ciliegina (una dozzina)

- olio

- salsa di soia

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Preparazione:

- Tagliate a dadini le zucchine e i peperoni (ma potete anche farli a striscioline) e versateli insieme alla cipolla tritata in una padella abbastanza capiente (dovete considerare che alla fine ci farete saltare dentro i noodles). 

- Aggiungete i pomodorini tagliati a metà, e dopo aver aggiunto l’olio, fate cuocere lentamente. Se vedete che si sta asciugando troppo, aggiungete un po’ d’acqua.  Quando vi rendete conto che la verdura è quasi cotta, aggiungete i germogli di soia. (la quantità dipende dai vostri gusti).

- Mettete l’acqua a bollire come se steste preparando dei normali spaghetti. Ricordatevi però che NON DOVETE SALARLA. Quando l’acqua è giunta a ebollizione, spegnete il fuoco e buttate dentro i noodles.

- I sette minuti che impiegheranno per cuocere, voi li impiegherete per separarli come fareste per i nidi di tagliatelle all’uovo. (il formato che troverete in vendita infatti è a blocco).

- Quando sono cotti, scolateli e buttateli nella padella delle verdure. Innaffiate con la salsa di soia (la quantità è a vostra discrezione. Ricordatevi solo che viene utilizzata al posto del sale, perciò assaggiate prima di esagerare) e fate saltare a fuoco vivo per qualche minuto.

- Dopo averli impiattati aprite la finestra e urlate: BANZAAAAAAAAAAIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!! Qualcuno vi risponderà certamente (non garantisco sul fatto che la risposta possa corrispondere alle vostre aspettative).

Zhu ni hao wei kou!






Dietro un’apparente cattiveria può nascondersi, a volte, una persona davvero malvagia




Così diceva Giovanni Soriano in Maldetti. Pensieri in soluzione acida. E non aveva tutti i torti.

Ci sono un sacco di cose che mi rendono nervosa e irascibile, ma poche mi fanno veramente imbestialire. Oltre ai soprusi su chi non si può difendere, oltre all’accanimento della malasorte su chi ha già le reni spezzate dalle proprie sciagure personali, oltre alla violenza gratuita, una cosa che mi fa infuriare è l’invidia cattiva dei sentimenti.

Quindi non l’invidia di cose, che quella la conosco bene anch’io. Alle elementari mi sarei ammazzata per avere il righello cangiante della compagna di banco, da adolescente avrei pagato per passare un fine settimana senza genitori, adesso potrei regalare un mignolo del piede (di quello sinistro, dove l’unghietta è meno carina di quella del piede destro), per avere una Nikon D3, insomma state parlando con una professionista dell’invidia di cose.

Però poi c’è  anche una categoria intermedia, quella dell’invidia di attività, e anche in quello sono un’espertona, non mi faccio mancare niente. Per dirne una, tipo quella che mi fa rodere il fegato quando vedo gente che col mio stesso percorso di studi ed esperienze, è già arrivata. In questo caso mi spingo a labirintici sogni di realtà parallele, dove gli invidiati vengono sbugiardati davanti a un pubblico dove io campeggio in prima fila, dove scivolano su bucce di banane mentre tengono conferenze importanti – è notoria la presenza di bucce di banane alle conferenze- , ecco insomma, la fantasia malevola la faccio galoppare anche io, ma mai mi spingo ad esempio ad augurare loro la morte. Anche quando si passa a scenari ben più raccapriccianti, come le notizie serie del Tg, i pedofili che distruggono la vita di bambini innocenti, gli attentati terroristici, gli omicidi ingiustificati eccetera, ecco, anche in quel caso, la prima cosa che mi viene in mente è una lurida gattabuia di cui non si trova più la chiave, e  se nei casi peggiori, arrivo a immaginarmi la morte dei carnefici, non mi soffermo mai sulla modalità, ma su un vago: “persone del genere dovrebbero sparire dalla faccia della terra”, ma detto quasi come un Padrenostro alla comunione dei figli degli amici, detto a memoria, il significante senza il significato.

E poi c’è l’invidia cattiva dei sentimenti, che è proprio un’altra cosa. È vedere l’esternazione della beatitudine altrui, invidiarla,  e quindi adoperarsi per distruggerla. E non fermarsi davanti all’abbattimento dell’esternazione, ma procedere oltre e distruggere la causa di quella serenità felice. Questa cosa mi atterrisce e allo stesso tempo mi manda in bestia. Primo perché non arrivo proprio a concepire l’invidia CONCRETA di una cosa astratta come può essere la felicità, la serenità, la gioia. Insomma, è una cosa che fallisce per inesistenza dei presupposti. Perché non è mica detto che ciò che rende un individuo felice, sereno e gioioso, su di noi sortisca lo stesso effetto. Quindi ok, si può sospirare e dire “Ah, beato lui, ah, che vita misera la mia, ah, la nequizia dei tempi!!!”. Però poi basta, ci si ferma lì. Passare allo stadio successivo ed escogitare macchinosi piani per distruggere quell’individuo, ha il sapore dell’insanità mentale.  Non parliamo poi del dispendio di energie per elaborare un piano di cui non si possa dire successivamente che siete voi i responsabili. Eppure di gente del genere ce n’è. E non così poca come ci si augurerebbe.

La Farisea di Mauriac non solo è  una di quelle persone, ma è molto peggio, perché giustifica la propria cattiveria spacciandola per la messa in pratica di ideali elevati e religiosi, e nasconde il proprio egoismo dietro una falsa devozione che irriterebbe anche il più buon cristiano. Un misto tra la cattiveria cristallina della matrigna di Biancaneve, e la sensibilità castrata dell’ispettore Javert dei Miserabili.

E quindi, cara la mia Brigida Pian, a me la tua redenzione finale non mi scompiffera proprio un bel niente. È vero che è accompagnata dall’espiazione, ma hai tirato troppo la corda. E secondo me neanche Mauriac ti ha perdonata del tutto. Il tuo peccato di presunzione sfocia in un ammissione di colpa solo alle ultime pagine, troppo tardiva per farmi credere che l’autore prenda le tue difese, e troppo esigua per esigere dal lettore un perdono pieno. In compenso Mauriac è l’amico che vorremmo avere: un autore umanissimo, cupo nella descrizione del dolore, ma delicatissimo nell’aprire piaghe e ferite che potrebbero essere di tutti. Non è un libro che colpisce per perfezione, ma per spontaneità. Per quanto ne so io, potrebbe essere persino autobiografico, di certo è una cosa “sentita”. E quindi capace di dare e lasciare qualcosa a chiunque lo legga.

Perché io l'attesa, prima la cucino e poi me la mangio

Negli ultimi anni mi sono scoperta fan della parola “attesa”.

Mi spiego: anche a voi di sicuro, sarà capitato leggendo qualsiasi cosa, dal romanzetto estivo al Codice Civile, di soffermarvi su un passo che cattura la vostra attenzione. Magari qualcuno ve lo siete trascritto, e lo portate nel portafoglio insieme alle foto del vostro fidanzato, marito, figli. O forse lo avete semplicemente trascritto su un pezzo di carta a quadretti e ogni tanto rispunta dal cassetto della scrivania mentre cercate la tessera sanitaria o l’ultima dichiarazione dei redditi.

Ecco: io che sono consapevole della mia distrazione e allo stesso tempo mi lascio colpire anche da innocui puntini di sospensione a seconda di come vengono usati, trascrivo tutto sul computer, e ultimamente ci ho anche costruito sopra una sorta di bloggarello, giusto per scongiurare l’ipotesi neanche troppo improbabile, che l'hard disk improvvisamente mi abbandoni al mio destino.

Rileggendo le frasi che ho salvato ultimamente, mi sono resa conto che tantissime riguardano lo spinoso momento dell’attesa. Spinoso perché è un termine voltagabbana e insidiosamente ambivalente come del resto molti altri termini: “digestione”, “scherzo”, “amore”, eccetera: liberatorio, se breve e si arriva presto a chiudere il cerchio, snervante, se troppo lungo e senza luce in fondo al tunnel.

Così, mi è venuta da pensare una cosa mica tanto originale. E cioè che è da 34 anni che la mia vita è fatta di attese: l’attesa di finire gli studi, l’attesa di rivedere la persona amata, l’attesa di trovare un lavoro, l’attesa che i capelli diventino lunghi, l’attesa di avere un futuro certo, e via dicendo.

Però mi sono anche resa conto che la mia attesa ha un’eredità italica tutta particolare: come l’italiano medio riesce a dare del suo meglio quando è immerso nella cacca fino al collo, ed ex abrupto tira fuori un’insospettabile attitudine nell’arte di arrangiarsi, anche io nelle mie attese divento freneticamente produttiva. Il problema è che, nell’arco del tempo, l’ago della bilancia si sta spostando in modo iniquo. Se prima facevo cose di piccolo medio impegno per ingannare attese lunghe, che so, lavoretti cretini mentre finivo di studiare, corsi trimestrali di qualsiasi cosa nell’attesa del Principe azzurro, studiare in attesa di smaltire l’ultima delusione amorosa, adesso faccio cose ancora più piccole per attese sempre più lunghe.

Allo stato attuale signori miei, la situazione è quindi questa: nell’attesa di capire chi sono e perché occupo un posto al mondo rubandolo forse a qualcuno sicuramente migliore di me, mi sono ridotta a scattare qualche foto, scrivere qualche post per far finta di essere una persona intelligente, leggere cose che si accumulano nella mia mente senza uno sfogo proficuo, e altre cosucce che mi impegnano poco e mi distraggono meno di quanto vorrei. E vi dico un’altra cosa: quella storia che con la vecchiaia si affina la pazienza è una balla colossale. Se prima le attese mi snervavano, adesso mi sfibrano, mi logorano e mi innervosiscono come fossi perennemente in fase pre-mestruale (per la gioia immensa del mio fidanzatuccio). E così, anche le mie distrazioni sono a tempo determinato, una cinquantina di foto per una sessione di scatti, post che si possano leggere nel tempo massimo di dieci minuti, e poi via che si ritorna a far galoppare l’immaginazione in un vortice di pensieri torvi mentre mi torturo i capelli davanti alla finestra.

Ma ritornando alla storia delle frasi che salvo nel computer, ve ne incollo per comodità un paio, che ci riporta finalmente allo scopo di questo post mezzo delirante.

Una è questa, che racchiude in pochissime righe quello che ho cercato di spiegarvi fino ad adesso:

Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. […] Io non so aspettare e non voglio farlo, nell’attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi. [Lo spazio bianco], Valerio Parrella

L’altra è questa che si sofferma invece, su un modo a me molto caro per ingannare l’agonia del tempo che scorre.

Mi ricordavo di aver letto da qualche parte, molto tempo prima, la storia di un uomo che stava aspettando qualcosa, e non faceva altro che mangiare. Dopo averci riflettuto a lungo, finalmente mi venne in mente che si trattava di un libro di Hemingway, Addio alle armi. Il protagonista (di cui non rammentavo il nome) era riuscito a passare la frontiera italiana in barca, e aveva infine raggiunto una piccola città della Svizzera, dove attendeva che la moglie partorisse. Nel frattempo entrava in continuazione nel caffè di fronte a bere e a mangiare qualcosa. Non mi ricordavo quasi la trama del libro, tutto ciò che mi tornava in mente era quel passaggio verso la fine, in cui il protagonista in un paese straniero, aspettava che la moglie partorisse, mangiando di continuo. Se quella scena mi era rimasta impressa tanto bene nella memoria, era perché vi avevo sentito un forte realismo. Il fatto che a uno in quelle circostanze venisse un appetito straordinario mi sembrava letteralmente più credibile, più verosimile che non il contrario, non riuscire a mangiare niente per l’apprensione. [L’uccello che girava le viti del mondo], Haruki Murakami



Mangiare, mangiare a quattro palmenti è uno dei migliori modi che io conosca per spiazzare il tempo e me stessa. Ma anche per abbattere il mio corpo a suon di Magnesie Bisurate. Ecco perché, negli anni ho capito che l’alternativa migliore era, ed è, cucinare. Vi assicuro che è ancora meglio di mangiare: rilassa, richiede una certa dose di concentrazione, è una gioia per gli occhi, crea flussi circolari di pensieri che vanno di pari passo con la direzione del mestolo, e soprattutto dà una grande soddisfazione ogni volta che la ricetta viene come la vedete nella spettacolare foto del ricettario.


Ecco perché vi ho inchiodato qui, in quest’angusto angolino a chiacchierare delle mie ansie esistenziali: per dirvi che oggi era un giorno di attesa, di affetti che vorrei vicino e che oggi saranno meno lontani, e che nel frattempo che aspettavo ho preparato una mousse di pomodori rossi, un antipasto freddo delizioso, dove i crostini di pane diventano ciliegie perché uno tira l’altro. E in perfetta sincronia con quanto detto poc’anzi, serve a ingannare l’attesa. Del primo. Ma anche del secondo volendo.

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Mousse fredda di pomodori rossi



Ingredienti:

- 8 pomodori rossi

- 100 g. di maionese

- 200 ml di panna

- 1 vasetto di yogurt bianco

- 1 spicchio d’aglio (mezzo spicchio se l’aglio è molto grande)

- ½ cipolla (1/4 se state utilizzando una cipolla grande)

- qualche ciuffetto di basilico (vi servirà solo per la decorazione)

- sale, pepe

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Procedimento:



- Lavate i pomodori, sbollentateli, spellateli, privateli dei semi, salateli e capovolgeteli perché perdano un po’ l’acqua di vegetazione.


- Passateli al mixer insieme alla mezza cipolla e allo spicchio d’aglio.

- Raccogliete il ricavato in un recipiente e incorporate delicatamente la maionese, poi lo yogurt e la panna. Aggiustate di sale e di pepe (non esagerate col pepe).

- Versate la mousse in due coppe, e mettetele in frigo almeno un paio d’ore prima di servirle.

- Servite la mousse nei punti strategici della vostra tavola affinché i commensali si ingozzino, accompagnata da crostini di pane nella quantità che preferite. Mettete i ciuffetti di basilico in pose lascive sopra le coppette e il gioco è fatto. L’antipasto pure.

N.B. NON siate generosi con l’aglio e la cipolla. In questa mousse i due ingredienti famosi per essere i nemici namber uan del romanticismo, si sentono subito. Quindi meglio aggiungere alla fine casomai, piuttosto che pentirvi di aver creato degli strumenti ammazza vampiri. Il risultato è un contrasto tra l’acidulo dello yogurt, il piccante del mix aglio/cipolla e la dolcezza della maionese/panna. Potrebbe sembrare una combo micidiale, invece è di un delicato incredibile. Provare e mangiare per credere. E cosa da non trascurare è una gran gioia per gli occhi.






Pensavo di essere malata, invece è solo Agosto

Agosto è il mese più freddo dell'anno. Se non è vero che hai paura, non è vero che ti senti solo, non è vero che fa freddo, allora perchè tremi?

A Panda piace

Giove e Mercurio ospitati da Filemone e Bauci, Johann Carl Loth



Lo sconfinato rispetto che i miei genitori si mostrano vicendevolmente, non interrompendosi mai l'un l'altro mentre si raccontano per la millemiliardesima volta lo stesso aneddoto giovanile che anche le piastrelle sanno a menadito, e ascoltando il racconto del consorte, tutto,  fino alla fine, senza mai sbuffare, né alzare gli occhi al cielo, né mostrando impazienza.

Cose che mai nessuno vi dirà




Era una notte buia e tempestosa, due masnadieri  e uno yo-yo, in preda all’oscurità attendevano.

Uno di loro disse:

- A Giovà, ma tu li conosci i Fratelli De Goncourt?

- Chi, quelli che fanno ridere?

- No quelli sono i Marx.

- Ah, allora quelli del cinema.

- No, quelli sono i Lumière.

- Sei sicuro? A me pareva si chiamassero diversamente.

- Ho capito: tu parli dei Cohen. Comunque no, non intendevo loro.

- Ah, allora vuoi dire quelli della canoa.

- No, quelli sono gli Abbagnale.

- Ah, allora boh!

- Bontà divina, che razza d’asino mi tocca avere come fratello! Ma perché la prossima volta che dobbiamo fare una rapina  non ti porti dietro un libro, che male di sicuro non ti fa?

- E perché tu invece di fare il saputello, non mi dici chi diavolo sono questi Gourmet e la fai finita?

- Gourmet!!!!! Cosa odono le mie orecchie! Va, va, siediti e taci che ti erudisco io.

(Giovanni si siede mansueto nel cono d’ombra dietro il muro della banca; impossibile vederlo ma c’è, si sente l’odore delle Camel blu che fuma aspirando lentamente, e lo suiiiiisc dello yo-yo che tiene il tempo;  pazientemente aspetta che suo fratello Pietro incominci a raccontare).

E Pietro iniziò.

- Edmond e Jules De Goncourt erano due orfanelli incredibilmente fortunati. Quantunque la sorte li privò presto dei genitori, essi si consolarono a vicenda e crebbero all’ombra di una poderosa eredità. Inoltre non vivevano a Quarto Oggiaro ma in un quartiere della Parigi bene, e questo se sei orfano, è un dettaglio rilevante. Con i culetti al calduccio, e senza problemi economici, già da giovincelli incominciarono a collezionare opere d’arte,  anche orientali. Questa passione per il Giappone si estese fino alle loro abitudini quotidiane. Tant’è vero che la mattina mentre Jules prendeva il sole in kimono, Edmond progettava un giardino zen dietro il patio di casa.

I Goncourt si volevano un gran bene. Ed erano così affiatati che facevano tutte le cose assieme. Si svegliavano alla stessa ora,  uscivano per fare colazione insieme, compravano un giornale che tenevano un lato ciascuno per poterlo leggere contemporaneamente, avevano gusti identici, e si dividevano tutto. Persino Maria, l’amante, una levatrice che abitava vicino a casa loro, doveva fare i salti mortali per accontentarli tutt’e due in modo soddisfacente. Ma Edmond e Jules, che avevano un sacco di tempo a disposizione e un cervello creativo, decisero di avere nell’Arte un ruolo attivo, e si misero a scrivere. Scrivevano dappertutto e avevano da dire la loro su ogni cosa. Prima sull’arte e la pittura, poi saggi storici, infine romanzi e non solo. Nel 1851 infatti, iniziarono a scrivere il Journal, un vero e proprio almanacco sulla società letteraria del tempo, ove non c’è nome di artista su cui loro non avessero da parlare e anche da criticare. C’è chi disse che lo spirito  “da comari” avesse prevalso sulla critica genuina, e che in fondo il Diario (questo il nome italiano dell’opera), fosse un’antologia dei vizi altrui. E infatti si fecero anche dei nemici. A dire il vero se ne fecero parecchi, gli unici su cui non ebbero da dire furono Daudet e De Nittis, quest’ultimo noto per essere un pezzo di pane, e quindi inattaccabile. Ad ogni modo, ad Edmond e Jules non gliene fregava un tubo, e come molto spesso accade a chi lo sa fare (di fregarsene con stile) ebbero un gran successo. Quando passavano per strada, la gente gli lanciava fiori, ai bistrot gli offrivano il caffè gratis, i giornali chiedevano il loro parere su questa o quell’altra questione. Insomma erano degli intellettuali seri  e ricchi. E poi c’è anche da dire che il Diario venne pubblicato solo, e parzialmente, dopo la morte di Jules, il quale si perse un sacco di cose interessanti oltre alla pubblicazione della sua fatica a quattro mani: la Torre Eiffel, il Moulin Rouge, il Decadentismo che gli sarebbe piaciuto un sacco, e altre cose che per mancanza di tempo non sto qui a elencare. In compenso vide prendere forma la Parigi Haussmanniana, e questo basterebbe a chiunque per rimanere stupefatto per decenni. Insomma i Goncourt erano degli ottimi partiti.  Non c’era dama che al loro passaggio non facesse gli occhi dolci, gli inviti a cena erano immancabili, e a volte dentro le baguette,  Jules ed Edmond trovavano missive d’amore appassionate, e anche un po’ concitate. Ma i fratelli erano troppo legati per separarsi a causa di sciocchi affari di cuore. Perciò rimasero uniti e misogini. E com’è prevedibile ogni qualvolta si tratta di zitelle e scapoli convinti, anche maniacali. Si dedicarono anima e corpo al cosiddetto Naturalismo, e stabilirono che non sarebbero caduti mai nella vile tentazione di scrivere romanzi dove i protagonisti fossero di maniera, come fece invece “quel bimbominka di Hugo” (i testimoni riferiscono che si espressero proprio così). Perciò, con costanza e dedizione scrissero numerose opere, tenendo sempre ben presente la causa a cui si votarono: il realismo più puro, anche a costo di perdere l’occasione di una trama allettante e romanzata, secondo il gusto del grande pubblico. Sulla porta di casa fecero appendere un’insegna con su scritto “In Goncourt veritas”, e ogni  volta che si suonava il campanello, un meccanismo sofisticatissimo faceva partire un carillon sulle note di un jingle, che successivamente diventò famoso in tutto il mondo: “Nessuno ci può giudicare nemmeno tu, la verità ti fa male lo so..zan zan” . La loro collaborazione, fin quando rimasero vivi entrambi, fu felice e  assidua. Anche perché Edmond e Jules avevano uno strano modo di lavorare assieme. Ogni volta  che scrivevano qualcosa, si rinchiudevano in stanze diverse,  e cadauno buttava giù la stesura dello stesso capitolo ignaro di ciò che avrebbe scritto l’altro. Poi a cena, se li leggevano a voce alta, e all’ora del grog serale li fondevano in un’unica definitiva versione. I maligni erano certi che alla morte di Jules, il meccanismo sarebbe andato in tilt. Invece no: anche dopo la morte dell’adorato fratello, Edmond tenne alta la cifra stilistica delle sue opere, ma soprattutto la tenne uguale. Un mistero sui cui ancora adesso Piero e Alberto Chiara si arrovellano ogni notte, interrogandosi senza sosta ma con buona pace delle mogli che tanto li mandano a dormire in salotto, sugli aspetti tecnici della collaborazione fraterna, chi ideava la trama, chi faceva le descrizioni, chi sceglieva il titolo eccetera eccetera.

Per quanto tutte le loro opere siano degne di essere menzionate, quella più famosa è certamente Germinie Lacerteux, il calvario di una donna del popolo, la loro domestica. Germinie era quindi reale, e come tutti i personaggi avvolti dal ruvido panno della realtà, agli occhi del lettore ancora più sfigata. Ma la cosa che forse suscita più clamore, è che l’osservazione scientifica delle sventure di Germinie, avvenne solo dopo la morte della poveretta. Edmond e Jules, infatti, mai si erano accorti, pur vedendola tutti i giorni, di quale fosse la sua vita reale. Per loro fu un colpo atroce. Inutile dire che per farsi perdonare la svista macroscopica, i fratelli raddoppiarono lo zelo con cui indagarono a posteriori sulla sfortunata esistenza della loro domestica. Uno sforzo su cui anche i maldicenti contemporanei ebbero ben poco da dire, talmente l’opera venne eccellente e perfetta.

Nonostante la creatività di Edmond, dopo la morte di Jules, l’esistenza del fratello maggiore prese una piega vieppiù misera e ad esiti alterni. Ma prima di morire, Edmond fece in tempo a fondare L’Académie Goncourt, a cui lasciò tutto il suo patrimonio, affinché ogni anno venisse premiato il letterato che avesse prodotto la migliore opera d’immaginazione in prosa. Le condizioni che vincolavano il lascito furono ferree: il premio doveva essere assegnato solo dopo un pantagruelico pasto in ristorante, e il vincitore avrebbe dovuto brindare all’Accademia Goncourt e spernacchiare all’Académie Française. Il premiato inoltre non poteva vincere due volte. Unica eccezione fu Romain Gary, il quale vinse per la prima volta nel 1956, e la seconda nel 1975, quando  per sbaglio, mentre faceva gli anagrammi della Settimana Enigmistica in bagno, utilizzò il retro della busta in cui aveva messo il manoscritto, per annotare gli appunti dell’ultimo quesito della Sfinge. Sicché, l’opera raggiunse l’Accademia firmata da un certo  Émile Ajar, e vinse.

- A Piè, bella ‘sta storia, e se scrivessimo anche noi un libro? Già lo vedo scritto nel firmamento, “Le avventure dei fratelli Manofiacca”. Eh? Che dici? Si può fare no?

(Ma dall’oscurità, improvvisamente, i fari di una volante presero vita, il suono della sirena si levò alto e quasi canzonatorio. Che risposta diede Pietro non si seppe mai. Dello yo-yo nessuna traccia, anche se qualcuno giura che nelle notti più nere, si senta ancora uno suiiiisc stridulo e cadenzato ).

È tutta colpa di Google, lo giuro.

Dopo aver appreso con malcelato disgusto, che Schwazer è stato trombato perché scoperto positivo al doping, prima ancora che dessi corpo agli smadonnamenti mentali e a un sottobosco di parolacce inaudite, mi sono lasciata prendere da un istinto voyeuristico nonché comaresco-sghignazzante di guardarmi le foto con quella creatura mitologica che si ritrova come fidanzata, metà muso equino, metà pattini. Ma prima ancora che digitassi il nome della morosa tutta gengive e denti, Google mi ha anticipato e ha parlato per me.





Leo ed Henri culo e camicia




Nonostante questo libro continui a non piacermi un granché, ci sono validi motivi per leggerlo, oltre naturalmente al fatto che la vostra amica Noce Moscata l’abbia letto e quindi anche voi vorrete fare altrettanto. (vero?)

A) Stilisticamente parlando, Tolstoj avrebbe scritto bene anche col delirium tremens o con una pistola puntata alla testa.

B) Inizia con una normale e casuale conversazione in treno. Normale un par de palle. L’ultima volta che ho preso il treno (era quello Fiumicino-Roma), se fossi salita, con addosso solo Chanel N.5° e avessi lanciato in mezzo al vagone una bomba al fosforo bianco, per poi dileguarmi senza fretta, facendo ondeggiare le mie  guerrafondaie chiappette tra le macerie, i sopravvissuti mai e poi mai avrebbero potuto descrivermi, dato che TUTTI eccetto la sottoscritta, per TUTTO il viaggio hanno trafficato intensamente sui loro palmari, tìcchetìcchetìcchetàc, portatili, tìcchetìcchetìcchetàc, iPad, tìcchetìcchetìcchetàc, iPod, iMiei cojoni, senza mai alzare, e dico mai, il loro intelligente sguardo ad altezza conversazione normale. Insomma una scena che già ai vostri cugini più piccoli sembrerà antidiluviana. Di sicuro irrealizzabile al giorno d’oggi, a meno che non paghiate sottobanco il controllore per scambiare quattro paroline mentre vi chiede il biglietto.
Quindi, è un’opera da tenere a portata di mano insieme ai gettoni per la cabina telefonica, alle audiocassette e al Bravo della Piaggio, per sorprendere  i vostri nipoti con reperti paleolitici.

C) Tolstoj è una persona seria. Se la terza età di oggi, ripensando alla dissolutezza di certi errori giovanili, espia le proprie colpe, piantando ravanelli in giardino, Tolstoj no. Tolstoj ci pensa così tanto che sente il bisogno di purgare le proprie colpe, sviscerandole fino a trovarne l’origine, scrivendole (ma mica così, tanto per non dimenticare qualche punto, no no, lui fa le cose come dio comanda) e cercandone la soluzione.

Il problema è che Tolstoj s’è fatto un po’ prendere la mano. Un po’ l’ascetismo, un po’ l’arteriosclerosi, ha iniziato bene e a finito per scantonare. Alla fine della fiera, il quadretto che riesce a dipingere in un centinaio di pagine non so se faccia più ridere o piangere. A quanto pare la vita dell’uomo è dominata più che da un bio ritmo, da un appetito sessuale inestinguibile. I ragazzi perché sò ragazzi, le ragazze peggio: passano da uno stadio di innocenza imbecille, ove sognano principi azzurri e cavalli bianchi, ma vengono immediatamente instradate dalle madri (tutte figlie di buona donna) verso un’ipocrita rettitudine, e saltano dunque con balzo felino e per niente ingenuo,  allo stadio di meretrici navigate,  che altro scopo non hanno che quello di accalappiare il partito migliore. Quindi si sposano. I coniugi sono bene o male entrambi soddisfatti. Lui perché ha carne fresca a disposizione, lei perché domina lo sposo attraverso il sesso. Ma c’è anche l’ora della ricreazione: i figli. Unico motivo che riesce temporaneamente a distrarre gli sposi (già non più tanto felici), ma non a frenare la vanità dei genitori che cercano di educarli per farne dello loro copie. E si ricomincia daccapo. La soluzione? Tolstoj la spiega in lungo e in largo. L’astinenza più totale. Ma non in forma di cintura di castità e unguenti urticanti sul pipino, ma proprio come modo di pensare. Il fondo di verità c’è eccome, però Tolstoj ne ha fatto praticamente una malattia. Va bene che era tormentato dai suoi sbagli, va bene che sentiva così tanto le pastoie della società russa dell’epoca, che doveva per forza, per purificare se stesso e noi (perché Leo era pure altruista), trovare un causa e una soluzione che ci portasse alla redenzione. E così, sfruttando la sua bravura tecnica ha utilizzato il rapporto lettore-autore per indottrinare il pubblico, sperando che le sue idee Ratzingeriane attecchissero. Lodevole il suo tentativo, però alla fine sempre di idee esacerbate si tratta. E alla fine quando chiudi il libro, lo vedi che sulle ginocchia è rimasto l’alone di delirio. E mica ti si leva facilmente eh! Perché di logica, a dispetto delle idee radicali, in questo piccolo libro ce n’è da vendere.

Solo che, bè ecco, come dire, a doverlo riassumere, fatemi trovare le parole, insomma, cioè, bo, ecco sì, per dirla alla Henri Bergson: “la persistenza della pippa”.