Se esistesse il corrispettivo del Giuramento di Ippocrate anche per gli autori, molte frasi verrebbero da questa prefazione.

L'ultima frase di sicuro.


Edmond e Jules De Goncourt



Prefazione alla prima edizione

Dobbiamo chiedere scusa al pubblico se gli offriamo questo libro e avvertirlo di quello che vi troverà. Il pubblico ama i romanzi di fantasia: questo è un romanzo vero. Ama i libri che immaginano di penetrare nel gran mondo: questo libro viene dalla strada. Ama i piccoli lavori licenziosi, le memorie di fanciulle, le confessioni di alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo che si indovina da una copertina nelle vetrine dei librai. Ciò che sta per leggere è puro e serio. Il pubblico non si aspetti la descrizione scollacciata del piacere: lo studio che segue è la clinica dell’Amore. Il pubblico ama ancora le letture innocue e consolanti, le avventure a lieto fine, le descrizioni che non turbino né la sua digestione né la sua serenità: questo libro, con la sua triste e violenta novità, è fatto per ostacolare le abitudini del pubblico e per nuocere alla sua igiene.

Perché dunque l’abbiamo scritto? Semplicemente per urtare il pubblico e scandalizzare i suoi gusti?

No.

Poiché viviamo nel secolo diciannovesimo, in un’epoca di suffragio universale, di democrazia e di liberalismo, ci siamo chiesti se quelle che vengono denominate “le classi inferiori” non abbiano diritto al Romanzo; se questo mondo sotto un mondo, il popolo, debba restare sotto il peso dell’interdizione letteraria e sotto il disdegno degli autori che sinora non hanno parlato dell’anima e del cuore che il popolo può avere. Ci siamo chiesti se esistono ancora, per lo scrittore e per il lettore, in questi anni di uguaglianza in cui viviamo, classi indegne, sventure così miserevoli, drammi così sboccati e catastrofi di un terrore troppo poco nobile. È nata in noi la curiosità di sapere se questa forma convenzionale di una letteratura dimenticata e di una società scomparsa, la Tragedia, sia definitivamente morta; se in un paese senza distinzione di caste e senza aristocrazia legale, le miserie dei piccoli e dei poveri possano parlare all’interesse, all’emozione, alla pietà, tanto quanto le miserie dei grandi e dei ricchi; se in una parola, le lacrime che si piangono in basso possano commuovere come quelle che si piangono in alto.

Queste considerazioni ci hanno dato l’ardire di pubblicare, nel 1861, il semplice romanzo Soeur Philomène; e ci danno adesso quello di pubblicare Germinie Lacerteux.

E poco importa che questo libro venga ora criticato. Oggi, che il Romanzo si estende e si ingrandisce e comincia a essere la grande forma seria, appassionata, viva, dello studio letterario e delle inchieste sociali, ora che esso sta diventando, attraverso l’analisi e la ricerca psicologica, la Storia morale contemporanea, ora che il Romanzo si è imposto agli studi e i doveri delle scienze, può rivendicare la libertà e la franchezza. E il fatto che esso ricerchi l’arte e la verità; che mostri delle miserie capaci di non essere più dimenticate dai fortunati di Parigi; che faccia vedere alla gente del gran mondo quello che le dame di carità hanno il coraggio di vedere, quello che le regine di un tempo facevano sfiorare appena con l’occhio negli ospizi ai loro bimbi: la sofferenza umana, presente e viva che insegna la carità; il Romanzo abbia quella religione che il secolo scorso chiamava col nome grande e vasto di Umanità; gli basta: questo è il suo diritto.

                                                                                                           Parigi, Ottobre 1864

[Tratto da "Germinie Lacerteux"], Edmond e Jules De Goncourt (Fratelli Fabbri, Ed. 1970), Pag. 13

Emil che mi ricorda Eric

Emil Zatopek


"Emil si direbbe che scavi e si incavi, come in trance o come uno sterratore. Ignaro di canoni accademici e di ogni assillo di eleganza, Emil procede in maniera pesante, scomposta, sofferta, a scatti. Non nasconde la violenza di uno sforzo che gli si legge sul viso contratto, irrigidito, stravolto, continuamente distorto da un rictus penoso a vedersi. I lineamenti sono alterati, come dilaniati da una spaventosa sofferenza, a tratti ha la lingua fuori, come avesse uno scorpione in ogni scarpa. Sembra assente quando corre, lontanissimo da lì, talmente concentrato che pensi non ci sia neanche e invece c'è più di chiunque altro, e la sua testa, incassata fra le spalle, sul collo sempre inclinato dallo stesso lato, ciondola di continuo, ballonzola e traballa da destra a sinistra. I pugni chiusi, ruotando disordinatamente il busto, Emil fa cose senza senso anche con le braccia. E tutti sanno che si corre con le braccia. per dare più slancio al corpo, bisogna usare gli arti superiori per alleggerire le gambe dal peso: sulle distanze più lunghe, riducendo al minimo i movimenti della testa e delle braccia si ottiene un migliore rendimento. Emil invece fa tutto il contrario, pare che corra senza preoccuparsi delle braccia, la cui spinta convulsa parte troppo in alto e che descrivono bizzarre traiettorie, a volte sollevate o gettate indietro, ciondoloni o abbandonate in un'assurda gesticolazione, e pure le spalle oscillano, pure i gomiti sono esageratamente sollevati come se portasse un peso eccessivo. In corsa dà l'idea di un pugile che combatte contro la sua ombra, sicché tutto il suo corpo sembra un meccanismo scassato, sfasciato, sofferente, a parte l'armonia delle gambe che mordono e divorano la pista voracemente. Insomma fa tutto diverso dagli altri, che a volte pensano che faccia cose senza senso."
(Tratto da "Correre" di Jean Echenoz) 
 Che mi ricorda tanto la testa all'indietro di Eric Liddell e che esistono persone votate alla costanza e alla volontà ferrea di riuscire a raggiungere un risultato, senza per questo perdere il proprio lato umano. La faccia deformata dallo sforzo fuori, e il sorriso dell'uomo mite dentro.

Reminiscenze balorde al solo scopo di venare di malinconia la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi

Guardando la Edison e i suoi spot, mi è venuto in mente che alle Olimpiadi, oltre quelli che ci vanno e quelli che ci vorrebbero andare, ci sono anche quelli che ci sono andati ma non sono arrivati alla fine.

Uno per tutti.






Francisco Lazaro. Morto per insolazione alle Olimpiadi del 1912, al trentesimo chilometro della maratona. All’epoca era proibito dare beveraggi e rinfrescare i maratoneti.


Se nella realtà Francisco non ce l’ha fatta, Lisbona gli ha dedicato una via e idealmente anche la vittoria.


La potete vedere qui

E le stelle stanno a guardare


Breve diaristica dell’autore in pantofole.


Ed ecco che un bel giorno Eugenides, mentre fa colazione  con la marmellata di fichi e le fette biscottate, si illumina d’immenso e dice alla moglie: “Oggi cara, voglio compiere una buona azione. Renderò la vita facile ai recensionisti  di tutto il mondo. A quelle coraggiose pennucce che leggono il libro prima degli altri, e dopo passano le pene dell’inferno perché devono sempre stare attenti a quello che dicono, a come lo dicono, e quando capita che muoiano dalla voglia di sviscerare la storia come una patella, per spiegare, per smania di condividere, non hanno altra scelta (poverini) che autocensurarsi per non rovinare la festa a quelli che verranno, oppure dannarsi l’anima per rendere visibile anche ai ciechi la scritta “spoiler” a caratteri cubitali, prima delle loro dichiarazioni. Orsù, recensionisti, rianimatevi!  Per questa volta sarò io a spoilerare il libro. A partire dal titolo: Le vergini suicide. Ta daaaan, secco! Due parolette e via, la fine della storia è ben che servita. Anzi ,metti caso non fosse abbastanza chiaro..no perché io li conosco i lettori di oggi, sempre attenti a coglierti in fallo, a sproloquiare sull’esegesi delle virgole, dei puntini di sospensione, dio che rogna quando fanno così, ecco, metti caso non fosse abbastanza chiaro, lo ripeto loro ogni tre pagine che le sorelle Lisbon passano a miglior vita senza passare dal Via. “

Al che la moglie, apprensiva come tutte le mogli che vedono il proprio marito gettarsi a volo d’angelo nelle braccia del fallimento, ratta contesta: “Ma Jeffrey, mio caro, sei proprio sicuro che sia la decisione giusta? (le mogli partono sempre molto alla lontana). Non v’è certo bisogno che sia io a ricordarti, che se inizi un romanzo svelando già la fine, è rischioso e magari un cincinìn presuntuoso (le mogli sono molto esperte nell’infiocchettare graziosamente epiteti che in altro contesto, e con altro tono, risveglierebbero subito l’amor proprio ferito dei loro consorti), ecco dicevo, non trovi sia un tantino azzardato pensare di riuscire a tener desta l’attenzione del pubblico, dal momento che sanno già come va a finire? Non ne convieni anche tu, caro? “

Ma Eugenides è già uccel di bosco, e quando la moglie si gira per saggiare la reazione dello sposo avventato, altro non scorge che un angolo della vestaglia da camera di Jeffrey che esce dalla porta. Nell’aria solo il profumo di una decisione già presa.

Le conseguenze di quella fausta mattina.

Ad oggi sappiamo tutti come andò a finire, sia la trama del romanzo, sia la fortuna del libro. Karen aveva torto marcio. Aveva nettamente sottovalutato il talento di Jeffrey, e da quel momento in poi, decise di non interferire più nelle brillanti illuminazioni del marito.

Eugenides, inoltre, come capita spesso nelle menti degli artisti, sapeva che in realtà spoilerando il libro non avrebbe rivelato l’autentica verità della storia, ma al momento in cui prese quella famosa decisione mentre sgranocchiava la sua colazione, non avrebbe saputo spiegare alla moglie perché era così sicuro di avere un asso nella manica.

Quella brutta faccenda dei suicidi delle ragazze, sbattuti in faccia già dal titolo, ripresi nell’incipit, e ricordati ciclicamente lungo il corso della storia, è inserito in un meccanismo basculante di cui ho capito il funzionamento solo alla fine.  

Bisogna far finta di guardare il mare dall’alto. Da questa prospettiva è chiaro che non sono i singoli pesci a far da protagonisti, ma casomai interi banchi. Tutto è corale dentro questo libro, persino noi lettori. Ecco dunque cosa si profila all’orizzonte guardando questa distesa d’acqua buia.

I giovani vicini di casa delle Lisbon. Ragazzini come tanti in un’età critica, che incapaci di afferrare l’attimo propizio per infrangere la gabbia invisibile in cui vivono le sorelle, seguono con una maniacalità da feticisti, le vicende delle Lisbon. Sono loro la voce narrante che spiega cosa avvenne, e di come non riuscirono a cogliere i sintomi di una  tragedia preannunciata. Il sudario di salvatori mancati con cui Eugenides li avvolge affettuosamente, ha l’effetto di renderci solidali con la loro missione.

Gli adulti. Che non possono mancare, perché alla fine sono i veri tasselli fondamentali della vicenda. I borghesi vicini di casa, che perennemente intenti a tessere la trama perfetta della loro felicità domestica da middle class, trovano comunque il tempo di osservare, attraverso le maglie patinate della loro impeccabile condotta, cosa succede sul prato del vicino; smaliziati dall’età, bigotti fino al parossismo, esperti sussurratori di verità scottanti, preferiscono sottolineare le defaillance di casa Lisbon, rendersi complici del mistero, piuttosto che denunciarne l’orrore.

I genitori Lisbon. Microscopico specchio riflesso del vicinato, sembrano i reali artefici del disastro. La micidiale combo tra un lui apatico e una lei oppressiva, aumenta esponenzialmente la velocità dell’impatto catastrofico, ma è solo l’esasperazione di una realtà più ampia, condivisa (inconsciamente?) dai vicini di casa benpensanti.

La scuola. Propaggine istituzionale della beghineria circostante, quieta la sua coscienza promuovendo encomiabili iniziative sociali, mentre col piedino ficca il marciume sotto il tappeto.

Le sorelle Lisbon. Unite nello sforzo di reggere titanicamente  l’inquinato mondo ipocrita che le circonda, ma troppo giovani per lanciare la torbida palla altrove, lontano dai loro piedi e dalle loro giovani vite, verranno sopraffatte, e questa è l’unica cosa che sappiamo dal principio.

Cioè dal punto in cui entriamo in gioco pure noi, passivi spettatori della storia, ma avidi di sapere cosa le ha portate a quel punto. Sic rebus stantibus, non siamo molto diversi dai banchi di pesci citati. Il voyeurismo con cui seguiamo il conto alla rovescia che ci separa dalla catastrofe, è lo stesso dei vicini di casa delle Lisbon. Neanche i ragazzini sono esenti da colpe, innocenti nelle intenzioni ma portatori della stessa eredità dei genitori, invero è probabile che non fosse solo l’età che ha impedito loro di intervenire.

Ecco perché Eugenides sapeva che iniziare dalla fine non sarebbe stato un errore. Alla moglie quel giorno non lo seppe dire, ma contava su noi lettori. Non per fiducia istintiva accordata all’autore, ma per un fisiologico bisogno di spiare e di sapere. Come quello che ci fa mettere le mani davanti agli occhi davanti a un film horror, ma nella scena più brutale spiamo da dietro le dita.  Perché siamo tutti infimi complici e giudici dalla moralità esemplare, finché si tratta di guardare la vita degli altri.

Persino le stelle.

P.S. Volevo aggiungere due cose, non sia mai che la recensione vi sia sembrata troppo corta (già vi vedo: “Ma come? Solo queste 4 righe?). Ecco, senza che mi smadonniate alle spalle, due cosucce brevi, lo giuro.

Primo: la Coppola con questa storia è riuscita a fare un ottimo lavoro. Uno di quei rari casi in cui il film è esattamente all’altezza del libro.

Secondo: fare paragoni con Middlesex  è impossibile. Temi diversi per corpo e per gestione. Unica costante: il talento di Eugenides.

Amore in fricassea



2 è il numero di volte che ho letto il libro.

∞ è il numero di volte che ho visto e adorato il film.

Con questi presupposti, adesso vorrei tanto che voi mi spieghiate la panzana che spesso leggo nelle recensioni altrui, sul fatto che dovrebbe trattarsi di una storia d’amore. No davvero! Spiegatemelo, perché io proprio non ci arrivo. O meglio, da qualche parte arrivo, ma è tutto un altro approdo.

Partiamo dal principio. Jules e Jim, come i più informati di voi sapranno, è un’opera che ha goduto di una fortuna insperata, quasi esclusivamente grazie a Truffaut, che decise di farne un film.

Ma Truffaut, prima ancora di mettere su pellicola la storia del triangolo provenzale più famoso dell’epoca, era innanzitutto un grande amico di Roché. Avrei detto grandissimo, se non fosse che la prematura morte dell’autore  impedì l’evolversi di questa stima affettuosa e reciproca. A sua volta, non si può tacere sul fatto che  Henri-Pierre Roché, prima ancora di essere la mente del romanzo, era un dandy parigino, amante del collezionismo. Collezionismo di opere d’arte, ma anche di donne. E di questa cosa ne andava così orgoglioso, che teneva addirittura un “diario di bordo-letto” al fine di aver contezza di tutte le sue conquiste. La storia di Jules e Jim, non è quindi un racconto di fantasia, ma una delle storie di quel diario. Ovviamente una delle più importanti.  E siccome lui era il figo della situescion, inutile dire che lo si può riconoscere nel forte  Jim.

Messa così, l’origine della storia spiega anche quel tono didascalico del romanzo, che a molti può sembrare un po’-troppo-trattato-di-botanica, e che per chi ha visto il film, è inscindibile dalla voce di Nando Gazzolo, voce narrante della vicenda.

Ma il punto è un altro. Sia che si parli del libro o del film, la conclusione è una, ammessa da Truffaut, e dallo stesso Roché. Trattasi della storia di un’indissolubile amicizia tra uomini. Non la storia di un amore libertino, una terra promessa, dove crescono i nostri pensieri, e le utopie dei maschi galletti. Non la storia di una donna che ama due uomini, ma di due uomini che condividono tutto, dalla A di amante alla Z di zavorra (ché le storie così, qualche problemino collaterale lo creano sempre). Il tutto su uno sfondo bucolico, dove una donna molto “sportiva” e dal rampante egoismo (di cui in effetti non si può non rimanere affascinati), campeggia credendo di tener soggiogati due polli, mentre non sa, o non vuole vedere che è la sola amicizia tra i due che rende possibile il ménage a trois.

Quindi: che Kate stia sul gargarozzo a tutti, è giusto. Dev’essere così. Perché la sua funzione è principalmente quella di agire da controspinta, per evidenziare l’unico sentimento autentico presente nella storia. Quello tra Jules e Jim.

In conclusione, tanto di cappello a Truffaut, perché se la lucertola è la sintesi del coccodrillo, il film di Truffaut è la sintesi certosina della storia di Roché, filtrata, raffinata e depurata  dal carosello (a volte estenuante) di innumerevoli visi femminili presenti nel romanzo. E poi, ultima considerazione, ma non per importanza, ciò che lascia questa storia è l’amara consapevolezza che se da un lato è difficile, che nella realtà possa trovare concretezza, senza logorarsi e ingoiare i protagonisti nel vortice della gelosia, è praticamente impossibile possa accadere all’inverso. Cioè un triangolo tra due donne e un uomo. La competizione femminile è talmente forte che non c’è amicizia che tenga, davanti alla conquista dell’oggetto amato. Insomma, diciamocelo pure, di donne emancipate e libertine per convinzione come Kate, ce ne sono veramente pochissime. Tutte le altre sono Otelle. Ecco, in questa cosa, nella complicità fraterna e goliardica, gli uomini sono anni luce avanti a noi. E, a parer mio, è anche giusto così in fondo. È lo sforzo per compensare le diversità, che spesso traduce le unioni in amori riusciti. (Chiedo venia in anticipo per la chiosa stile-saggezza di Nonna Papera).

E buona gelosia a tutti!

Non c’è solo Barbara D’Urso




Tanto per cominciare, e ve lo dico subito, io quando vedo nelle vetrine, libri di Vip, cantanti, attorucoli eccetera, volto la faccia sdegnosamente. No, bugia, in realtà se è una di quelle giornate in cui mi sono svegliata col piede ludico, simulo pure il conato col dito in bocca, e do manate sul vetro per attirare l’attenzione del libraio scandalizzato. Quindi, per dire, a Bianconi 17 euro per il suo libro, non glieli avrei mai passati. Né volente, né nolente, né crepante. Poi Bianconi, parliamone. L’ombroso Francesco, è il leader dei Baustelle, e a me i  Baustelle piacciono, pure tanto. Quindi, di darmi la zappa sui piedi, comprando un libro che m’avrebbe fatto passar la voglia di ascoltare le loro canzoni per i successivi vent’anni, ecco, proprio non me la sarei mai sentita.

Ma com’è, come non è, questo libro l’ho vinto. Un bel po’ di tempo fa, avevo partecipato a un concorsino risibile della Mondadori , dove più che l’intelligenza e i contenuti delle  risposte,  veniva premiato chi riusciva a scrivere una frase senza errori di ortografia, e insomma e indeed, ho vinto, LO HO vinto. Mi è arrivato a casa, bellino bellino, con la sua copertina “famosa” (Ryan McGinley ha del talento ragazzi!) e dopo.. puf,  perso di vista. Sepolto da letture inequivocabilmente a mio parere più intelligenti, l’ho relegato in fondo alla pila dei sopravvissuti di fianco al comodino (sopravvissuti alla polvere, alle annusate del cane, ai calci durante il rifacimento dell’alcova, ai colpi di moccio, ecc).

Sennonché, circa un mese fa, in uno di quei pomeriggi tipicamente pre-estivi, in cui rimpiangi di non avere la  vita sociale di Paris Hilton, mentre pensavo a “Cosa ho fatto per meritarmi questo! Quanti interminabili meriggi ancora dovranno passare, a che io possa…” insomma mentre pensavo a cose di spessore elevato, mi cade lo sguardo sulla costa de Il regno animale.

Credo di averlo aperto  e letto le prime righe con la stesso entusiasmo di quando si leggono gli ingredienti dello shampoo per stimolare l’istinto lassativo. Ma com’è, come non è, in un paio di giorni l’avevo terminato.

Ora, ragionando obiettivamente, e spogliandomi anche della mia preannunciata simpatia per il gruppo toscano, veramente non capisco la durezza di quelle recensioni viste in giro, che gli hanno attribuito una valutazione tan fea. Ok, non sarà la Pietra Angolare della letteratura, ma il Bianconi che parte svantaggiatissimo, grazie alla mediocrità dei colleghi scribacchini, la sua sfida personale col pubblico l’ha vinta eccome. Anzi, scrive molto meglio di certi “scrittori per mestiere”.  Non indago sulla possibilità sempre latente, del ghost writer costretto alla scrivania da una pesantissima catena in ferro, che scrive al posto del Vip, che nel frattempo partecipa indolente a qualche festino, e in tono lamentevole racconta quanto sforzo e fatica gli stia costando l’impresa letteraria, ecco, su questa cosa proprio soprassediamo, perché altrimenti si entra nel circolo vizioso del cane che si morde la coda; quello che volevo dirvi è che se io scrivessi perlomeno così, non mi imbarazzerebbe per niente bussare alle porte degli editori in cerca di consensi.

Quanto alla trama poi: non ci girerò attorno, la trama non esiste, ma non trovo necessario condannarlo per questo. In fondo il Bianconi ha ragionato da cantante,  e come in un cd trovi quelle dieci tracce, che probabilmente hanno anche dietro un filo conduttore che il cantante spera tu colga, ma se non lo cogli fa niente, l’importante è che le canzoni ti piacciano, così ne Il regno animale, non è tanto la trama che deve rimanerti impressa, verso il quale l’autore stesso, mostra di non dedicare troppa attenzione, quanto i racconti-immagine (alcuni  un po’ acerbi è vero, ma altri, oltre che sufficientemente sviluppati,  persino notevoli) che compongono il mosaico finale; chi se n’è importa se alla fine è un po’ cubista e non sai da che parte metterlo per guardarlo. I tasselli ci sono, ben definiti, compiuti, gestiti con padronanza,  e dai colori netti. E questo, mi basta per poter dire che si è fatto un buon lavoro.

Perciò Francè, vedi di abbassare il prezzo del prossimo libro, perché è vero che questo m’è piaciuto, ma 17 euro e 50 per un libro della Collana  Strade Blu della Mondadori, notoriamente scadente in quanto a estetica della rilegatura e impaginazione, non li sborso manco se mi paghi tu.

P.S. Se dovessi dare una valutazione su una scala che va da 1 a 5, direi 4 per eccesso.Nel senso che non è un libro da quattro stelle piene, ma di sicuro manco da tre.

Sta in mezzo, come i cantautori stanno tra i cantanti e gli autori.

Marcello Fois è mio padre





[Prologo per pararmi il culo]: Senti Nuoro, hai ragione, scusami. Mi rendo conto, e confesso di essere una campanilista da strapazzo. Non vado mai in giro a curiosare tra i tuoi viottoli, non scopro angoli nascosti che evocano tempi andati, non magnifico le tue glorie, non ricordo le tue tante chiese, e quando voglio fare foto, esco da te. Un po’ però hai colpa anche tu. Sei diventata più grande e più grigia. Nella storia ti sei adagiata sugli allori dell’essere Provincia (*barrosa!) e non hai più mosso un dito per salvaguardare ciò che di buono avevi. Fortuna che esiste un Fois a rinfrescarci la memoria. Fortuna che c’è mio padre. Fortuna che esiste la memoria.

[Diamoci un contegno]: Ammetto di non saper parlare di questo libro, di sicuro so che il suo destino nello mio sgabuzzino mentale – disordinatissimo per carità, ma che vi frega, chi ci fruga dentro son solo io- è legato a due impressioni. La prima è che pare la versione ingentilita de Il giorno del Giudizio di Satta con il lessico ricco, poetico e famigliare della Morante ne L’isola di Arturo. La seconda, che più che un’impressione è una modificazione del mio stato d’animo, è che fa uscire la sarda che c’è in me. Perché questo grande paesone di oggi, un tempo, che non ricordo né io né voi, è stato un piccolo crocevia di anime, e se io fossi stata Borges, ah allora sì che avrei saputo come descrivere la Nuoro di cui si parla – dove austere casette s’avventurano appena/ offuscate da lontananze immortali/ a disperdersi nella fonda visione/ fatta di gran pianura e maggior cielo/ Tutte codeste, sono per il bramoso d’anime/ un pegno di ventura/ giacché al riparo loro/ tante esistenze s’affratellano/ sconfessando la prigionia delle case/ e fra esse con eroica volontà d’inganno/ procede la nostra speranza. – che per Borges poi, era la descrizione de las calles di Buenos Aires (capito? Buenos Aires, non Nuoro!), come a dire che tutte le città un tempo son state Rio Bo, e  come a dire che tutti gli uomini sperano; per Fois, il cui racconto sfrondato dai nomi fittizi, potrebbe essere un aneddoto dei tanti che ripete mio padre, come fossero mantra, forse per ricordarsi chi è stato e da dove viene, la speranza è quella di lasciare un segno, un’aspettativa universalmente umana, come si intuisce dalle parole di Borges, che ripeto, parlava di Buenos Aires, non del puntino che diede i natali alla Deledda. Così, se proprio dovessi sforzarmi di farvi capire, io che non sono Borges, né la Deledda, né mio padre, potrei dire che in questo libro si corre tra due strade parallele, una in cui arranca faticosamente il desiderio di creare “vestigia”, intese proprio come impronta, il voler forgiare la propria esistenza sapendo che qualcuno si ricorderà di cosa è stato e chi è stato, e una in cui procede spedito, il resoconto storico di una città antica, che sapeva di lentischio, mandorle e ginestra. Io e voi lettori, siamo lo spartitraffico in mezzo a queste due vie: voltandoci verso l’una, percorriamo le vicende sui cui si accanisce beffardo il destino di coloro che sperano, con lo stesso sguardo paterno del cielo di Pascoli – ricordate? ..E tu, Cielo/ dall'alto dei mondi sereni/infinito, immortale/ oh! d'un pianto di stelle lo inondi/ quest'atomo opaco del Male! – e osservando dall’altra, ci crogioliamo dentro la salubre scia di storie che non dovrebbero essere dimenticate. Due vie, due mondi, due realtà parallele, che possiamo far incontrare solo noi,  puntando lo sguardo ben fisso verso l’orizzonte, orizzonte che questa volta sì, è sia  il mio, sia il vostro, che quello del Borges di quasi un secolo fa.

*Barroso = termine sardo il cui significato è "arrogantemente vanitoso"

Sul cibo e altri demoni






"Io non la capisco questa cosa del mangiar poco. La trovo folle. Il cibo ha perso la sua funzione primaria, cioè il nutrimento. E anche quella secondaria, edonistica. Non è più né soddisfazione di un bisogno, né piacere puro. Il cibo è diventato accessorio, orpello. Non è più fame e non è più mito. È il bozzolo secco di una farfalla che era bella e che è volata via. E io lo so di chi è la colpa [...]

Tutto nasce con l'aperitivo! Col mangiare stuzzichini decongelati mentre si parla d'altro. Principalmente di lavoro, è ovvio. E via, tutti dietro come coglioni alla moda del mangiare in piedi, del mangiare poco, del mangiare disinteressandosi a quello che si mangia. Il cibo una volta era una cosa sacra e lussuriosa. Come il buon sesso, uguale! E che cazzo."




[Il regno animale, Francesco Bianconi]




* Cosa sono le Citazioni autosufficienti?

L'importanza di chiamarsi Ernest




Che poi, se ci si pensa, la grandezza del cinema sta proprio nel saperti vendere una buona storia.
Non importa quanto credibile sia, la cosa essenziale è che chi è stato nelle “shoes” del protagonista, ci si possa immedesimare, e uscire di casa con la sempreverde speranza  che qualcosa del genere possa pure capitargli.

Ma ahimè, è la ragione che ci difetta, è lei che ci rompe le uova nel paniere, che con un colpo di cimosa spazza via i nostri sogni ad occhi aperti.

Perché se è pur vero, che dopo i titoli di coda, speriamo di vivere travolgenti storie d’amore con partner bellissimi, affascinanti, misteriosi, o di essere gli eroi di thriller mozzafiato, dove usciamo vincenti e beffardi da scontri a fuoco, e male che ci vada, prima di morire pronunciamo il discorso più bello della nostra vita, ovviamente davanti  a testimoni con una memoria da Trivial Pursuit, capaci di ripetere parola per parola il nostro monologo di commiato, è anche vero che siamo perfettamente consapevoli di non essere né bellissimi, né maledetti, né conturbanti, né con il fisico di Jessica Alba o di Schwarzenegger in epoca avanti Governatore.  Sono tempi indubbiamente difficili per noi sognatori, oh noi tapini (!). La società odierna impone modelli troppo difficili da emulare; persino i nerd, in principio sfigati e brufolosi, ora subiscono miracolose metamorfosi non appena si tolgono gli occhiali.
Un tempo non era così. Ovvio, i belli ci sono sempre stati, ma non erano soli. C’eravamo anche noi. Non di rado infatti, capitava che anche i brutti anatroccoli fossero protagonisti di storie bellissime. E che addirittura rubassero la scena agli immortali dei dell’Olimpo. Ernest Borgnine era uno di loro. Di corporatura più larga che lunga, occhi tondi e sopracciglia mediterranee, finestrella in mezzo ai denti, è scomparso qualche giorno fa, portandosi dietro l’ultimo baluardo dei nostri sogni “fattibili”.  Una di quelle facce, che poteva essere la mia o la vostra. E i personaggi dei suoi film di riflesso potevamo essere noi, senza adattamenti cinematografici mentali che migliorassero il nostro sex appeal per esigenze scenografiche.

Giustamente mi si potrà obiettare che di brutti, è pieno anche il cinema di oggi. Ma ciò che manca, e si sente, è la versatilità: che faceva di Borgnine un grande caratterista, e faceva/fa di noi comuni mortali delle persone potenzialmente sorprendenti.

Ecco, forse dire che non si possono più fare i sogni di una volta  è eccessivo, ma che i colori dei nostri sogni fossero più vivi e puliti col cinema di ieri, rispetto a quelli di oggi, ecco, questo sì.

Buon viaggio Ernest 

Assolutismi estivi

Il reggiseno d'estate, mentre si dorme, is the new cilicio.


Se poi durante la notte, vi si slaccia e ve lo ritrovate sul collo, is the new gogna.