Nel Deuteronomio così si legge


Noterai questo libro sugli scaffali della Feltrinelli, e il titolo ti ricorderà qualcosa, forse qualcuno te ne avrà parlato bene, forse ne avrai letto una recensione entusiasta. Arriverai alla cassa, deciso a comprarlo, consapevole del fatto che nella scelta è stato determinante –non oserai negarlo spero- il numero delle pagine (109 paginette, adesso saprai cosa fare alla fermata dell’autobus). 

Lo porterai a casa e inizierai a leggerlo di buona lena dopo cena, in un’afosa giornata estiva, e invidierai e ti lascerai coinvolgere dai paesaggi “da brughiera”   descritti con stile asciutto e didascalico, e che fanno tanto noir. Darai immediatamente fiducia all’ispettore Barlach con cui non ti sarà difficile simpatizzare, forse per quel suo fare introverso che ti ricorda tanto il risoluto Marlowe di Chandler. 

A metà libro, mentre ti dirigerai al frigo per prendere una lattina di birra, ti lascerai sorprendere dal primo colpo di scena, quando il cattivo  si rivelerà e giocherà immediatamente a carte scoperte, e tu penserai mentre cerchi qualcosa di fresco e di solido che accompagni  il biondo elisir ristoratore - Ma tu guarda! Quanta sfrontatezza, quanta audacia nel sottolineare il lato edonistico della malvagità - . E controllerai a che pagina sei, e ti rammaricherai perché ci saranno ancora 40 pagine per capire se è veramente il cattivo l’assassino, e ti dispiacerà per quel funesto mal di stomaco che affligge il tuo ormai caro e vecchio amico Barlach. E condividerai la sua ostinata volontà nel voler intrappolare quell’uomo, il cattivo, che non ti parrà più una persona, ma un concetto, il Male, la parte marcia del genere umano, quella che dovrà essere estirpata senza rimpianti. 

E spronerai mentalmente il fidato collaboratore del vecchio ispettore, che riconoscerai come solerte, ma comunque non empaticamente vicino come Barlach. E quando sarai finalmente alle ultime tre pagine e tutto sembrerà risolto e quasi ti sentirai deluso per la facilità con cui si è conclusa la faccenda, eccolo là, il COLPO DI SCENA. Dentro di te ti maledirai, ché tanto lo sapevi che dovevi aspettartelo, ma accidenti - Non così, non volevo una mazzata così grande-  così dirai, mentre appoggerai la birra mezzo vuota sul tavolino. 

E ti inciamperà tra i denti il detto Il fine giustifica i mezzi, e ti accorgerai subito che è solo il tentativo di concludere la serata in pace, perché era questo che volevi, non un tarlo che picchietta insistentemente sui tuoi dubbi morali. Ma non avrai scampo, e ti toccherà riflettere, e sfoglierai nuovamente le prime pagine del libro, alla ricerca di un indizio che possa giustificare il tuo eroe, e in fondo anche i tuoi ideali.  
E non ne troverai, e non ti sorprenderai, che tanto lo sapevi che di via d’uscita non ce n’è. Ché tra carnefici, giudici e vittime, c’è una costante. La natura umana, imperfetta come la giustizia. E proprio non potrai evitarlo, di ricordare un vecchio film. “Ma in nome di chi si vendica la legge?”

Così è scritto. Amen.

Attenzione

[Annuncio a tutte le gonnelle in piena crisi ormonale estiva]

Vorrei ricordare a tutte le narici frementi che nitriscono quando vedono pubblicità come questa




che nel 1953, è uscito un film, che da questo punto di vista (cioè la sana e genuina molla fornicatoria), si era già portato per benino avanti col lavoro, e non ha niente da invidiare a questi pallidi tentativi di emulazione, che andrebbero apprezzati più per le location, che per i Big Jim dagli addominali d'amianto e le espressioni di plastica.

[Da qui all'eternità], Fred Zinnemann
[Da qui all'eternità], Fred Zinnemann

[Da qui all'eternità], Fred Zinnemann
[Da qui all'eternità], Fred Zinnemann


E codesta perfezione di corpi e di scene non è l'unica cosa memorabile del film, c'era anche dell'ottima musica che non andrà mai fuori moda al contrario (si spera) del costume (mutandesco) del modello pubblicitario.







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La mia idea era quella di far finire il post qui, scagliare il s(e)sso e nascondere subito il mouse, ma non resisto alla tentazione di lagnarmi qui con voi di quanto segue. Questo film vinse su 13 nomination, ben 8 premi Oscar. Cioè tre in meno, e sottolineo tre, e sottolineo in meno, di quella fetecchia di Titanic, che a sua volta ha vinto lo stesso numero di Oscar di Ben Hur, cioè avete capito? Ne ha vinto 11 come Ben Hur (!!!!) Verguenza!!



Non mi dilungo in ulteriori imprecazioni, perché risulterebbero retoriche. Vado piuttosto ad affogare il mio sdegno in un bicchiere di te freddo. Ou revuar

Breve biopic sulla blogger di questi tempi assente

Abito sotto questo cielo



a fianco a questa casa..




Vivo con questo gene della narcolessia ambulante..



Costeggio tutti i giorni questo muro..



Mi impiglio sempre su questi ferri..



Osservo ogni giorno scene di ordinaria piccioneria..



Leggo cose che parlano della mia città, e in cui mi riconosco..



E mi dispiaccio sempre del fatto che le ortensie durano troppo poco.