A proposito del 25 Aprile

Nel 1974, in altri luoghi, altra gente inseguiva un'altra la stessa libertà degli altri.

25 Aprile 1974, La Rivoluzione dei Garofani


"In una rossa fraternità di garofani gli uomini hanno salutato la rivoluzione. E’ in questo rapimento affascinante degli occhi che le iene esercitano la loro missione di preparare cadaveri…”(N.Correia).


Sull'intelligenza come modo di essere




E non di dire e di fare.

Nessun aneddoto piccante, né una biografia esaustiva.

Solo Franca declinata in modo autentico, a tratti compiaciuto, ma sempre dentro gli schemi. I suoi chiaramente. Non i nostri, evidentemente stereotipati in confronto ai suoi assolutamente liberi e vulcanici.

Una fotografia ironica e brillante che solo la sua mano avrebbe potuto scattare.

Da lei non ci si poteva aspettare niente di più, niente di meno.

Squi-libri


Monti e Cary Grant

"Il benessere di un paese è nel benessere della sua popolazione, sia spirituale che materiale.
Non si tratta di abbassare il nostro standard di vita, ma di aiutare gli altri a migliorare il loro.
Se tutti i popoli della terra, potessero raggiungere un tenore di vita, almeno simile al nostro, non ci sarebbe invidia nel mondo; e di conseguenza non ci sarebbero le guerre. Quando si incoraggia un popolo a sfruttare le proprie risorse naturali, non si mette solo cibo nelle loro bocche, si mette dignità nei loro cuori."


Chi avrà mai pronunciato questa perla di saggezza?


Gandhi?


Mandela?


Marshall?

Monti?


Macchè!

È una frase di Cary Grant in una commedia rosa del 1962, Il visone sulla pelle


Tesi 1: siamo un popolo di boccaloni.
Dimostrazione: se io adesso la facessi girare su un qualsiasi socialcoso dicendo che è una lettera di Keynes al Times del 1932, il passaparola sarebbe garantito. Probabilmente riceverei anche messaggi privati di congratulazioni per averla scovata, io naturalmente risponderei che la so perché ci ho fatto la tesi di laurea. Nessuno mai si sognerebbe di chiedermi delucidazioni su una tesi così inusitata rispetto alla mia laurea in giurisprudenza.
Tesi 2: il buon senso non passa mai di moda.
Dimostrazione: nel discorso del buon Cary, ci sono parecchi passaggi che tornano ciclicamente nei discorsi di qualunque giornalista, statista, storico, economista, politico e così via. Il buonsenso perciò è una cosa astratta che abbiamo tutti da prima degli anni sessanta. Talvolta lo esterniamo attraverso  fatti, spessissimo con le parole (vedi economisti, giornalisti, statisti, politici, storici ecc).
Conclusione: tra il dire e il fare c'è di mezzo "e il" più il mare.
Lo sapeva Cary Grant, lo sa Monti.
Lo sappiamo noi.

Dobbiamo parlare del B-52




Il mondo si divide in due categorie:

gli approssimativi e i pedanti. Io mi classifico nel mezzo a seconda dell’anabasi delle mie paranoie notturne.

Se quelle che riesco a ricordarmi la mattina sono più di due, l’ago della bilancia si sposta pericolosamente sulla seconda categoria. Oggi è una di quelle giornate, perciò prima di insegnarvi a fare un ottimo B-52, devo prima avvertirvi che quando mi ripeterete la lezione, non voglio sentirvi chiamare il B-52 come fanno tanti, uno short, ma casomai un cocktail servito in bicchieri shot, e ho detto shot stavolta, non short.

So che vi sembro snob sciorinando quest’elenco di nomi, che ai non addetti ai lavori possono sembrare inutili , ma cercate di concentrarvi piuttosto sul fatto che la pedanteria di questa premessa, è compensata dall’avervi fornito la miglior scusa di sempre, per poter andare dal barman più figo della vostra città e chiedere delucidazioni sulla terminologia da bar. E alla peggio, se proprio non doveste riuscire a rimediare un appuntamento,  un cocktail aggratis ve lo beccate di sicuro.

Ingredienti:

1/3 di liquore al caffè

1/3 di Baileys

1/3 di Grand Marnier

Prima di versare gli ingredienti nello shot, tenete a mente la locuzione “filosofia da bar”. Vi aiuterà a fare le cose con calma e atteggiare la vostra espressione a consumati viveur.

Prima versate il liquore al caffè, poi il Baileys, e per evitare l’effetto miscela dovuto alla caduta del liquido, fatelo scorrere lungo il retro del cucchiaino da cocktail. Mi raccomando: mentre svolgete questa operazione, cercate di non distrarvi ammiccando fascinosamente verso la preda, che seduta sul divano aspetta con faccia maliziosa il suo esperto“sommelier”.

Ripetete gli stessi movimenti per versare il Grand Marnier, sempre facendo attenzione a non “disturbare” gli ingredienti già nel bicchiere.

Una volta preparato il B-52, dirigetevi lentamente (e sinuosamente se siete donne) verso il vostro ospite. Solo, e ripeto, solo una volta arrivati a destinazione, decidete se dare il tocco coreografico finale, infiammando il Grand Marnier.

Se per caso vi viene la malsana idea, di mettere una cannuccia nello shot, ricordatevi che dovrete: o intimare all’ospite di prendere un bel respiro e “aspirare” tutto il contenuto, prima che la cannuccia si sciolga, oppure elaborare una frase romantica ad effetto, e dire all’ospite di esprimere un desiderio prima di soffiare sullo shot per spegnere il fuoco.

Non baciatevi prima di aver soffiato, altrimenti rischiate di non trovare più niente da soffiare e da bere, quando vi staccherete per boccheggiare ansimanti.

Voilà! Ora siete pronti per invitare gente a casa, e per concludere degnamente qualunque cena abbiate intenzione di preparare. Contenti?

Cosa? Kevin? Il libro?

Ah beh, il libro non potete assolutamente leggerlo.

Come perché? Perché ha più controindicazioni del bugiardino di un antidepressivo:

-se siete donne incinte, non potete leggerlo. L’allegra disinvoltura con cui potreste lanciarvi dalle scale, pur di non scodellare il pargolo, non sarebbe consono alla vostra mole.

- se abitate davanti a una scuola non potete leggerlo. In tribunale, non ci crederebbe nessuno alla storia delle strisce pedonali stinte e i freni dell’auto rotti, proprio quando i ragazzi stavano uscendo dall’edificio.

- se siete single spensierati, che vedono il loro futuro roseo e ottimista, con una famigliola felice e una villetta dotata di giardino,  non potete leggerlo. L’incremento di massa di omosessuali, lesbiche, e drag queen risulterebbe sospetto.

- se siete felici non potete leggerlo. Non è delicato e non sta bene, rovinare l’umore di tutti coloro che vi stanno vicino,  solo perché non sopportate il peso delle vostre letture.

- se siete tristi non potete leggerlo. La tendenza odierna è giustificare qualsiasi morte con la frase “È colpa dello Stato”, non certo con la parola “libro”.

Come potete vedere voi stessi, non esiste una condizione ottimale che possa rendere il dolore materno accettabile, come non esiste una condizione favorevole per poter tollerare senza coinvolgimento una rabbia filiale così fredda e arrogante. Non c’è in definitiva niente che possa edulcorare il disagio di non volervi per la prima volta nella vostra vita, immedesimarvi con nessuno dei protagonisti di questa storia disperata.

Anzi, forse una possibilità c’è. Quella di leggerlo bevendo un B-52. E siccome uno non basterà, e il gonfiore dei portafogli è di solito inversamente proporzionale alla voglia di annegare i pensieri in un bicchiere, è indispensabile che impariate finalmente a farvelo da voi.

Prosit.

Sull’intrinseca utilità del colapasta




Le foglie non lo sanno che il loro cadere in autunno è uno spettacolo poetico per chiunque si fermi a guardarle.

Così come il vecchio, non sa che il tozzo di pane che sbriciola per i piccioni mentre si gode il primo sole primaverile, suscita in chi lo vede, commozione e voglia di visitare tutti i parenti over 60, fino al terzo grado.

Ma Gary, sarà stato consapevole di che effetto ci fa osservare Jacques, borghese a tutti gli effetti e innamorato di una donna molto più giovane, e sbirciare indiscretamente ciò che lui vive come una personale tragedia, l’essere sull’orlo di una vecchiaia incipiente? 

Dietro quell’infinita poesia e crudo realismo con cui il magico Romain contorna e scontorna la vicenda, con una bravura pari a quella di un esperto di Photoshop, ciò che rimane è una considerazione ovvia e scomoda, proprio come i segreti spiati  attraverso il buco della serratura.

Hai voglia di sbandierare lo slogan “L’importante è rimanere giovani dentro”. 

Dipende.

Dipende se da anziano sei seduto su un canapè in giardino, con testine bionde e  ricciolute ai tuoi piedi, che ti chiedono di raccontare ancora, di quella volta che il telefono aveva la rotella, oppure se sei immerso fino ai tuoi, sempre più delicati femori, in un’intensa storia d’amore con una giovane donna palpitante,  che non aspetta altro che concedersi a te.  E al diavolo se lei ti dice che no, non è mica importante fare sesso dalla mattina alla sera, che comunque ciò che regge il mondo è l’amore e non il tronchetto della felicità; è comunque tuo compito, da bravo esemplare maschio, soddisfarla: in tutti gli amorosi e acrobatici sensi. Ne va sia del tuo orgoglio che della conservazione della specie.

Inutile dire che, se questo libro girasse in qualche meetup di fanatiche femministe, ansiose di raggiungere l’agognata equiparazione dei sessi, tempo un quarto d’ora, e avremmo docili donne che si scambiano ricette per fare un’ottima torta Pasqualina. 

Ma quello che più rimane, oltre l’infinito amore dei protagonisti, inevitabilmente, porto e approdo di questa storia, è l’amara consapevolezza che tutti, uomini e donne, a un certo imprecisato punto della nostra esistenza, diventiamo colapasta.

Dopo una certa età, per quanto cerchiamo di mantenerci sodi e briosi, il nostro fisico non va più di pari passo con la gioventù dei sentimenti. E di per sé, già questo è un guaio. Ma se per caso il destino ci appioppa una fantastica storia d’amore, con tanto di farfalle che svolazzano dentro lo stomaco, allora può essere devastante.

E così ci ritroviamo a essere un utensile pieno di forellini, che trattiene l’anima e il sentire, ma lascia passare le energie fisiche e il vigore. 

Tutto sta, come in tutte le cose, nel saper incassare il colpo. 

Certo: io ve l’ho messa malissimo. Anzi, forse ve l’ho spiegata anche peggio di come avrei potuto fare. E poi a me parlare della vecchiaia manco piace, forse neanche a  Gary garbava tanto, in fondo s’è suicidato… Il punto è che, dovete proprio leggerla la sua versione, così maschile, così reale, così cruda, ma così sentita che anche un bambino potrebbe capirla e assimilarla.

Perché poi, la morale della favola, che è quella che continuiamo a cercare dalla notte dei tempi, è che il colapasta, il suo sporco lavoro lo fa comunque.

Perché ciò che ci sorregge, che ci nutre, che ci tiene in piedi e ci dà le forze, sono comunque quei 500 grammi di pasta che rimangono intrappolati dentro, e non l’acqua che passa. 

Ché quella prima o poi finisce nel lavandino.