Quando Google giustifica le mie ossessioni, ricordandomi vecchie e nuove lezioni.

Oggi il doodle di Google mi ha cambiato la giornata.



Ricordandomi la nascita di Rossini, mi ha servito su un piatto d'argento la scusa per tirare fuori tutti i dischi di Gioacchino e ascoltare i miei preferiti.

Siccome non credo abbiate voglia di ascoltarmi mentre  snocciolo titoli, date e versioni predilette, ho deciso di omaggiare il compositore, ricordando un altro uomo, che in quanto a genialità non ha niente da invidiare a Rossini: Emanuele Luzzati, che le opere rossiniane le conosceva molto bene, dato che su alcune ci ha lavorato cinematograficamente e illustrativamente.

Fortuna vuole che io abbia dei genitori avidi di letture (entrambi), ma anche melomani (soprattutto mio padre) e cinefili (soprattutto mia madre). A quest'incontro di hobbies e passioni più o meno coltivate, devo la sterminata video/disco/libro- teca che ci ritroviamo in casa, per la gioia dei nostri piaceri e anche degli acari, che tra scaffali nascosti, stanze piene di dischi e scatoloni pieni di vecchi VHS, fanno allegramente rave-party ogni giorno dell'anno, certi che le nostre manie di pulizia non riusciranno a debellarli definitivamente in un colpo solo.

Va da sé, che i miei non potessero privarsi nel corso degli anni, né della musica di Rossini, né degli adattamenti cinematografici che ne fece Luzzati insieme a Gianini. E mi pare anche ovvio, che da piccola, i miei, preferissero piazzarmi davanti alla tv per vedere queste famigerate cassette anziché i classici cartoni animati.

La mia opera preferita della Trilogia rossiniana firmata Luzzati/Gianini (che nel 2010, la Gallucci, Dio l'abbia in gloria, ha ben pensato di onorare facendo uscire un cofanetto comprensivo di DVD più libro) , era indiscutibilmente la Gazza ladra,


 che in realtà ha una storia, seppur imbastita sulla sinfonia della celebre opera, che non ha niente a che vedere con il turbine di equivoci in cui cade la povera Ninetta, che come in tutti melodrammi, anche quelli semiseri come questo, inneggiano al trionfo della sfiga. 
E comunque, se per Ninetta il lieto fine è assicurato, anche i piccoli e grandi spettatori che avranno la fortuna di vedere questa chicca, andranno a letto contenti, e impareranno inconsapevolmente un' ouverture di tutto rispetto, a beneficio delle loro orecchie.
E così, oggi Google, ha preso due piccioni con una fava. Da una parte ha contribuito a rimettermi di buon umore, e dall'altra mi ha ricordato che come Rossini aveva capito che i suoi contemporanei erano ormai troppo provati dalle guerre, e che arcistufi di identificarsi nei dubbi amletici di Ifigenia,  avevano urgenza di sperare in un lieto fine che li ripagasse, sia sul palcoscenico che nella realtà, delle tragedie vissute in prima persona, Luzzati aveva già intuito che per avere un buon orecchio, bisogna allenarsi, e se il background culturale dei genitori non aiuta ad avvicinare i piccolissimi alla buona musica, allora è la buona musica che deve avvicinarsi a loro, mostrando quella capacità di adattamento che le è propria.
* Chi volesse godersi gli altri Luzzati/Gianini cartoons, su YouTube può trovare anche L'italiana in Algeri e Pulcinella

Quest'anno l'Oscar l'hanno vinto Grace Kelly e Audrey Hepburn



Purtroppo non ho molto tempo, altrimenti vi esporrei tutte le mie teorie sugli Oscar di quest'anno, ma sapendo che  tanto nel corso dei prossimi dieci mesi, qualche sassolino dalla scarpa me lo leverò di sicuro, mi limito a dire che sono contenta che The Artist abbia ricevuto cinque statuette, (un po' meno che Hugo Cabret ne abbia preso altrettante, a parità di condizioni è un buon film, ma non quanto quello di Hazanavicius). Certo, nonostante la bravura di Dujardin, non è un film dalla trama eccezionale, anzi, a dirla tutta, è decisamente scontata, ma solo per il fatto di omaggiare la cinematografia muta, in un'epoca in cui il 3D sembra essere l'unico must capace di rendere trendy un film, meriterebbe applausi a scena aperta.

Girare un film, che pur senza dialoghi, senza parolacce, senza scene né di sesso, né di violenza, riesce a catalizzare il pubblico per un'ora e mezza, è un risultato che ha del miracoloso. Dev'essere una gran soddisfazione vedere manipoli di sedicenni che entrano al cinema pensando - Oddioccheppalle, un film muto, speriamo almeno di limonare- e vederli uscire con la faccia trasognata, come se avessero assistito all'estinzione dell'ultimo dinosauro. Mi pare proprio un incoraggiamento per il cinema e chi ci lavora, che non può passare inosservato.

Il povero Kim Ki Duk ci aveva già provato a puntare sul non dialogo, ma ancora adesso viene considerato un regista di nicchia, ed è un peccato. Ferro 3 è un bellissimo film dalle atmosfere Murakamiane, e 
Primavera, estate, autunno, inverno.. e ancora primavera, oltre a essere una validissima pellicola, vanta un'ambientazione talmente paradisiaca (il lago di Jusan precisamente), che gli effetti speciali quando gli passano vicino svengono per la vergogna. E di suoi ce ne sono molti altri che riguarderei all'istante godendomeli come fosse la prima volta.

Ma ritornando al cast del film francese, ecco, magari una statuetta anche al cagnolino (meraviglioso quando corre per chiamare il poliziotto, credo anche sia l'unica scena d'azione di tutto il film), gliel'avrei data, ma keep calm, in realtà anche lui ha avuto il suo sudato riconoscimento

Perciò, The Artist è il film dell'anno? Sursum corda. Mi auguro solo, che sia l'inizio del ritorno al buon gusto,
quello privo di fronzoli, ma sempre di classe, elegante a prescindere dall'epoca, come gli abiti della Kelly e della Hepburn.

Concentrato d’amore su piatto piano




Difficilmente mi piacciono i libri piccini picciò.

Non che io sia una di quelle “o mille pagine o niente” per carità, però ho sempre pensato che spesso proprio perché piccolini, i libri concepiti così, si autolimitino, perché non hanno la possibilità di presentarsi e di rimanere impressi nella memoria in maniera radicata e profonda. Naturalmente tengo fuori dal novero i libri di aforismi, ovvio, che quelli si sa, la caratteristica è proprio quella, due paroline, una botta di vita, e volano di bocca in bocca come la freccia dall’arco scocca.

Eppure questo, è un gioiellino che sullo scaffale va messo di facciata e non di costa. Grande quanto un portafotografia 10 x 13 e sottile quanto un foglio di colla di pesce, ha il dono nelle sue poche pagine, di rivolgersi a tutti coloro che amano i libri, e non solo. 

Mendel è un uomo innamorato. La sua mente e il suo cuore, sono da sempre dediti a un mondo fatto di carta e di caratteri stampati.  Ed è un amore puro, che lo fa commuovere davanti a edizioni pregiate, e nella lettura, lo porta a isolarsi da tutto ciò che lo circonda, di cui Mendel non sa e non vuole sapere niente, perché tutto ciò che gli serve per vivere ed esistere ce l’ha davanti, oltre i suoi occhiali, in un universo fatto di cellulosa.

Ma una passione talmente elevata, va anche trattata come un’ amante, e se Mendel sa benissimo cosa significa essere fedele a questo amore, la Storia invece irrispettosa nella sua brutalità, si fa beffe di lui e gioca col suo destino, calpestando il senso della vita e della memoria. Ed ecco che l’incanto si infrange sullo scoglio della realtà, e Mendel non è più Mendel dei libri, ma mendel e basta, senza neanche un carattere maiuscolo,  a testimonianza di un’identità strappata in malo modo.

È una lezione commovente, non solo per chi ama rifugiarsi nei libri, ma anche per coloro che in qualche modo ne vengono a contatto: i librai, troppo presi dalle regole del marketing per ricordarsi il valore di ciò che vendono; i bibliotecari, troppo annoiati per illuminarsi davanti a una richiesta di aiuto; i lettori, a volte troppo assetati e distratti dalla ricerca di una trama, per godere della lettura in se stessa; e infine gli spettatori, che troppo annoiati nel guardare chi legge, spesso non rispettano quel rifugio che il lettore si crea da tutto e da tutti, alla ricerca di un conforto e ristoro che sfuggono agli occhi di coloro che non sono avvezzi a combattere l’oblio della memoria.

Stasera ho voglia di guardarmi un film

Ma non è questo che voglio dirvi.

È che come si sa, spesso la mente gioca brutti scherzi. Si parte pensando una cosa, e si finisce col ragionare su altro.

Quello che volevo raccontarvi, a dispetto del vostro interesse per i fatti miei, è che da brava figlia unica, ho sempre trovato espedienti per non annoiarmi con me stessa. 

Perciò è da sempre che io coi monologhi ci vado a nozze, e sempre da brava cinefila, quando ne trovo uno in qualche film che vale la pena sentire, e risentire, e ancora risentire, non mi risparmio. Lo ascolto, lo guardo, ci faccio i fermi immagine, chiamo il fidanzato e glielo recito, do le gomitate al mio cane perché non si addormenti mentre lo guardiamo assieme sul divano, insomma che vi devo dire!! Io per i soliloqui ho proprio una gran passione.

E quindi sono qui per lagnarmi. 

Perché oggi me ne sono ricordata uno a cui sono molto affezionata, e mi sono accorta che non ci sono più i film di una volta, e tanto meno i monologhi di una volta.

E questo è uno di quelli tra i più preziosi che ricordo.

“Caro Nessuno, morire non è poi la cosa peggiore che possa capitare a un uomo.

Guarda me, sono morto da tre giorni e finalmente ho trovato la pace.
Dicevi sempre che la mia vita era appesa a un filo.
Beh, adesso anche la tua è appesa a un filo.
E sono in molti a volerlo tagliare quel filo.
Ma a te piace rischiare. È Il tuo modo di sentirti vivo.
Ecco vedi, forse la differenza tra te e me è tutta qui. Io, quando capivo che c’era un guaio in vista, se potevo lo evitavo, tu no.
Se il guaio non c’è te lo inventi. E poi risolvi tutto lasciando il merito a un altro.
Così puoi continuare ad essere nessuno. Non è mal pensata sai? Ma stavolta hai giocato grosso. E sono già in troppi a sapere che sei qualcuno.
Così finirai anche tu per farti un nome. E allora vedrai che non avrai più tempo per giocare, e sarà sempre più dura. Finché magari troverai anche tu, uno che ti vuole mettere nella storia.
E per tornare a essere nessuno, si può solo morire.
Beh, d’ora in poi dovrai camminare nelle mie scarpe.
E forse ti passerà un po’ di tutta quella voglia di ridere che c’hai.
Ma una cosa la puoi ancora fare.
Conservare un po’ di quell’illusione che faceva muovere noialtri. Quelli della vecchia generazione. E anche se lo farai col tuo solito tono da burla, te ne saremo grati lo stesso. 
Perché in fondo ai miei tempi eravamo dei romantici. Credevamo ancora di poter risolvere tutto faccia a faccia con un buon colpo di pistola, allora il West era immenso, sconfinato, deserto; un posto, dove non si incontrava mai due volte la stessa persona.
Poi, beh, poi sei arrivato tu, ed è diventato piccolo, affollato, ci si incontra continuamente.
Eppure, se tu puoi ancora andare in giro acchiappando mosche, lo puoi fare anche perché prima ci sono stati quelli come me.
Si, quelli che devono finire sui libri di scuola, perché la gente deve pur credere in qualcosa, come dici tu. Ma non potrai farlo di certo, per molto tempo ancora.
Il Paese è cresciuto, è cambiato. Io non lo riconosco più. E già mi ci sento straniero.
Ma quello che è peggio, è che anche la violenza è cambiata. Si è organizzata.
E un buon colpo di pistola non basta più. Ma tu lo sai già. Perché questo è il tuo tempo. Non più il mio. 
A proposito: ho trovato anche la morale della storiella che raccontava tuo nonno.
Sì, quella dell’uccellino, che la vacca aveva coperto di merda per farlo star caldo, e poi fu tirato fuori e mangiato dal coyote. È la morale dei tempi nuovi.
Non tutti quelli che ti buttano della merda addosso, lo fanno per farti del male. Non tutti quelli che ti tirano fuori dalla merda lo fanno per farti del bene. Ma soprattutto, quando sei nella merda fino al collo, sta zitto.
Perciò, uno come me deve andarsene. E devo dire la verità, la tua è stata una buona idea, all’altezza dei tempi nuovi.
Con il tuo finto duello, hai trovato il modo più pulito di farmi uscire dal West; del resto io sono stanco, e gli anni non fanno dei sapienti, fanno solo dei vecchi.
È vero che si può anche essere come te, giovani di anni, e vecchi di ore.
Sto sputando sentenze eh? ma è colpa tua. Come vuoi che parli, un monumento nazionale?
Ti auguro di incontrare uno di quelli che non si incontrano mai, o quasi mai.
Così potrete farvi compagnia. Per me è difficile che il miracolo si ripeta.
Ma come si dice.. la distanza fa più cara l’amicizia, e l’assenza la fa più dolce.


Ma adesso che non ti vedo da tre giorni, comincio già a sentire la tua mancanza.
Beh, ora ti devo proprio lasciare. E anche se sei un gran ficcanaso, rompiscatole, impiccione, grazie di tutto.
Ah, dimenticavo, quando vai dal barbiere, assicurati che dietro al grembiule, ci sia sempre la faccia giusta.”
(La lettera finale che Jack scrive per Nessuno)









Il mio nome è nessuno è un film di Tonino Valerii, forse il più prossimo a quelli di Sergio Leone (che ne ha diretto solo qualche scena). Henry Fonda ha sempre una gran classe, e Terence Hill, ha sempre una gran faccia da schiaffi. Con la musica di Ennio Morricone, nella cui persona vorrei reincarnarmi in una prossima vita,  è uscito una piccola “memorabilia”. 



Caro Fabio ti scrivo







Non per distarmi un po’, ma per distrarre il pubblico con le mie farneticazioni letterarie.

Togliti la giacca e mettiti pure comodo che tanto parto da lontano.

Hai presente quando hai un problema di cuore e telefoni alle due amiche a cui tieni di più, che manco stessero seguendo un copione, avranno quasi sicuramente caratteri e modi di fare completamente diversi? E hai presente, quando dopo esserti consultato con loro, la notte vai a letto e ripensando al tuo problema, passi le ore a dirti - epperò la Clara c’ha ragione, in fondo chi se ne frega, anche se la Lisetta non c’ha tutti i torti a dire che dovrei affrontare la questione senza girarci attorno, vabbè dai per stavolta faccio come dice la Clara - e poi la mattina dopo ti svegli,  e telefoni alla Lisetta per dirle che ti sei risolto a fare, come t’ha saggiamente consigliato lei? Ecco, con questo libro hai raggiunto lo stesso risultato.

Perché devi sapere che nella lettura del tuo secondo romanzo, sono stata preceduta da due persone, le cui letture seguo costantemente e fedelmente, per la capacità che hanno di cogliere il nocciolo della questione, non so se mi spiego. Hanno sempre delle visioni illuminanti su tutto ciò che leggono.  E in questo caso hanno adottato delle posizioni non diametralmente opposte, ma divergenti di sicuro.

Ok, ok, mea culpa, io ho fatto lo sbaglio di aver letto le loro opinioni prima di iniziare il tuo libro, ma alla resa dei conti è stato un bene.

Perché se è vero che “la trama fa fatica a decollare per 150 pagine che non sono altro che una lista di episodi simpatici e commoventi”, dall’altra parte è anche vero che “Fabio ci prende per mano e ci porta dentro il cuore, i pensieri, i desideri, le abitudini degli anziani, dei pensionati, gli invisibili del titolo”.

E così a metà strada, o libro, mettila come vuoi, ho deciso che io sono d’accordo con tutt’e due.  E a fine libro mi sono accorta senza ombra di dubbio che la storia mi è piaciuta, anche se di stelle gliene darei una in meno di quelle date a Giulia1300 e altri miracoli, di cui ancora adesso sono innamorata.

Ma il problema più grande casomai, è spiegare a te il perché del mio giudizio.

In questi giorni ci ho pensato a intermittenza, ma la vera folgorazione l’ho avuta stamattina ascoltando la radio. Precisamente mentre ascoltavo l’ennesima rivisitazione di “Nel blu dipinto di blu”, sulla cui esecuzione cerco di sorvolare per non lanciarmi in dissertazioni sul modo di cantare dei novelli urlatori nostrani.

Il punto è che, (eh, abbi pazienza, t’avevo avvertito che l’avrei presa alla lontana),  prima di sentire questa canzone alla radio, ho pensato che in effetti il tuo libro facesse facile presa sui lettori, per l’uso di temi arcipopolari che fanno leva su ossessioni comuni. E siccome a me è piaciuto, un pochetto mi seccava di essere la solita allocca di turno che basta che gli dai un argomento tenero e un finale dolce perché subito cada in salamelecchi  e urli al miracolo.

Solo che non mi tornavano i conti sul tema dell’anzianità , e ascoltando “Volare” ho capito perché. La canzone di Modugno, oggettivamente bella, è una di quelle canzoni che insieme a molte sue contemporanee costituiscono le pietre miliari delle canzoni classiche per antologia. Così ciclicamente ecco che qualcuno ne fa una cover, qualcun altro la improvvisa in un concerto e così via. Perché in fondo sono canzoni in frac, che non vanno mai fuori moda.

Lo stesso si può dire riguardo ai romanzi. Ci sono temi che pur riproposti mille e più volte non stancano mai.  L’amore, la politica, l’amicizia e quindi anche la vecchiaia. Nel tuo caso però c’è una grattugiata di originalità.  Perché la vecchiaia sarà anche un tema scontato per guadagnare consensi, però è uno di quegli argomenti che il frac lo indossano nell’anima, non all’esterno.  Ti spiego: non so se sono io talmente ignorante da non aver mai letto libri che abbiano come oggetto esclusivo la senilità (si ok, tralasciando Il vecchio e il mare, che poi se stiamo a guardare, Santiago c’aveva un cipiglio che manco un ventenne), ma anche se ce ne fossero di famosi, ci metterei la mano sul fuoco  che vengono trattati in modo molto serio e di conseguenza doloroso.

Insomma, a parte le pubblicità sul sociale, gli apparecchi dell’Amplifon e i pannoloni per incontinenti, come diceva Jung, essere vecchi è estremamente impopolare, almeno a livello di coscienza letteraria. Ecco perché secondo me è un classico dell’anima. Perché pur non essendoci ampio materiale narrativo nel senso più leggero del termine (escludo quindi dall’elenco i saggi e i trattati geriatrici), è qualcosa che dai 25 anni in su ci punzecchia la mente, prima di sfuggita, poi di lato, poi in modo sempre meno velato, e alla fine ce lo ritroviamo dietro la tenda della doccia mentre pensiamo alla scaletta giornaliera degli appuntamenti. Eppure spesso e volentieri, ci si gira dall’altra parte e si fischietta facendo finta di niente. Va da sé, che è abbastanza insolito che a qualcuno venga in mente di farci un libro, perché da qualunque parte lo consideri è un tema a rischio. O ne parli con grande competenza e serietà, oppure lo dissacri.

Ed ecco che arriva la grattugiata di originalità:  tu hai scritto un libro che pur facendo leva su una cosa che ci smuove dentro, in modo più o meno pressante, riesce a commuovere e a divertire il lettore senza traumatizzarlo. Perché hai un modo garbato di far riflettere sulle cose che costituisce almeno la metà del tuo talento (l’altra metà è proprietà indiscussa della tua capacità di saper intrattenere). È per questo che la trama che decolla appena a metà libro  non mi dà fastidio più di tanto, come non mi dà fastidio il complotto per rapire Berlusconi, che sembrerebbe estremamente fazioso e popolare, e invece è ben equilibrato con il rimpianto dell’estinto “sano ideale comunista”. Perché è sempre delicato, ma non per questo superficiale. Per intenderci, se ad esempio mi dovessero dare una brutta notizia, io spererei che me la dicessi tu. Perché sei capace di addolcire la pillola, senza nascondere la verità.

Perciò sì: io il tuo libro lo trovo proprio bello; non sarà folgorante come il primo, che era rivitalizzante come un frappè energetico a metà mattinata, ma ha comunque la capacità di avvolgerti e scaldarti in un amorevole abbraccio come un rum più cioccolatino alle undici di sera, con tanto di copertina patchwork sulle ginocchia.

Inutile dire che a questo punto mi aspetto che il tuo prossimo libro sia come una spaghettata alle tre di notte dopo una serata alcolica, ma questo è un altro discorso su cui ci accorderemo più avanti, non c’è fretta.

E quindi caro Fabio, ti saluto,  scusa in anticipo se questa mia screditerà il tuo libro, che da adesso in poi verrà acquistato solo da ultra ottantenni, e merci por la proumenade, agam.



* Di Bartolomei ho letto anche:

Le associazioni mentali sono tante, milioni di milioni, così direbbe Negroni




Il bambino lo troverà bellissimo, specie se lo portate prima a vedere il film. Leggere il libro sarà l’estensione formato carboncino del suo entusiasmo.

L’adulto medio lo troverà brillante e originale nel pregevole tentativo di omaggiare la settima arte e il pioniere degli effetti speciali: George Méliès con consorte (prima attrice francese in assoluto).

L’adulto che ha alle spalle spanciate di graphic novel, giudicherà i disegni ben fatti, ma troppo dickensiani e impressionisti nella mancanza di tratto originale. E comunque penserà che sarebbe stato meglio eliminare la parte affidata alle pochissime pagine in cui le parole accompagnano il testo, per farne direttamente un vero e proprio fumetto.



Noce Moscata invece apprezzerà il libro, deciderà che del film poteva anche fare a meno, per quanto abbastanza fedele, e noterà infine una cosa che le frullava nella testa già dal primo accenno a Méliès. E cioè che, in tempi non sospetti, qualcun altro aveva avuto inconsapevolmente la stessa idea, pur navigando in un campo decisamente diverso da quello della narrativa o della cinematografia. E cioè la musica.

Sto parlando di Freddie Mercury. Il libro invero, potrebbe essere la versione approfondita di un’idea che parte dalla combinazione di due suoi video: Heaven For Everyone in cui c’è molto più Méliès che in tutto il film e/o libro di Hugo Cabret, e il video di Innuendo, dove lì sì, che c’è una sapiente alternanza tra le immagini e le parole della canzone. A stare attenti, c’è anche una sequenza in cui un aereo sembra uscire fuori dallo schermo. L’analogia con il treno, che nella pellicola dei fratelli Lumiere impressionò sì tanto la platea, perché dava l’impressione di bucare lo schermo, è evidente, e fa pendant col tono gitano e bizzarro del video.

Insomma: come fare felice un bambino e rendere nostalgico un adulto. Non sarà un capolavoro, ma apprezzo sempre chi riesce a riunire all’ombra di emozioni anche così variegate, due categorie talmente lontane, ma intimamente uguali nella capacità di farsi sorprendere, anche solo da un déjà vu.

Pan(ta) rei



Io già avevo capito tutto. 

Non starò qui a spiegarvi come e quando, ma già lo sospettavo. Mi sono accorta benissimo che Roma ha su di me un fascino ancestrale. Sento già sotto il brusio delle amiche onniscenti pronte a dire: “Ovvio, tuo moroso ci abita”. Ecco, tacciano ora ma non per sempre. Questa volta il fidanzatuccio non c’entra. 

Cioè c’entra, ma all’interno di un articolato rapporto causa-effetto. Secondo me infatti è un segnale che mi sia trovata l’aMMore proprio in capitale. E non è neanche un caso che ogni volta che vado a trovarlo, la linea A della metropolitana si inceppi, o per un suicidio (andato bene), o per sciopero, o per allagamento ecc ecc. Non è destino avverso il mio, è che Roma ha qualcosa da dirmi. 

Come non è un caso che questo libro mi sia capitato tra le mani. Girava e rigirava tra i miei contatti e mi attirava con la forza di un panino alla porchetta. E così, mentre Alemanno faceva finta di spalare la neve in qualche posto imprecisato della metropoli, io leggevo cos’è che ribolliva sotto la candida coltre.

Adesso gli allarmisti e gli attenti che hanno subito sbirciato di che libro si tratta, diranno “Ah, vabbè, ma sta facendo una delle sue classiche pantomime. Sta parlando di un fantasy”. 

Embè?

E quindi?

Non è che possiamo prendere per oro colato tutto ciò che proviene da saggi autorevoli o romanzi seriosi, e liquidare il resto come favolette. In fondo che le donne amano andare con gli stronzi era una cosa che diceva anche mia nonna nel 1922, però quando l’ha detto Marco Ferradini in una canzone, che dal punto di vista musicale è anche oscena, tutti a gridare alla scoperta del secolo. Da quel momento in poi, tutti a citare il famoso Teorema,  quando i poveri Flaubert e Balzac s’erano fatti un mazzo tanto per dire la stessa cosa (peraltro decisamente opinabile).

Quindi pane al pane, e vino al vino. 

Qualunque scoperta è ben accetta, purchè valida nel contenuto e non mi colga addormentata a due passi dallo svelare il profondo insegnamento. E se questo libro mi conferma ciò che io so, e che anche voi sapete in fondo, e cioè che l’ombelico del mondo siamo noi uomini, e  che il libero arbitrio ce l’abbiamo, non per scegliere se giocare al Mahjong classico o quello livello esperti, ma per poter dire di essere padroni delle nostre vite, e che il Bene, almeno nelle sembianze umane  non può essere esclusivamente bene, come il Male non può essere mai male assoluto, allora ben venga. 

E sono ancora più contenta se a spiegarmelo sono fate transessuali, fauni esibizionisti, orsetti graffitari, punk sarcastici e bambini perduti.

Ma badate bene: non è che l’indoramento della pillola sotto forma di storia allegorica, mi renda più simpatica la morale e di conseguenza anche ciò che l’accompagna.  Anzi, se vogliamo dirla tutta un neo questo libro ce l’ha pure.

E cioè che Dimitri, o si è lasciato prendere la mano dall’entusiasmo di vedere l’opera finita, e ha accelerato sul finale, che secondo me poteva essere un po’ più compiuto nell’inevitabile chiusura del circolo, oppure ha scritto la storia di getto, non avendo previsto prima l’evolversi degli eventi. E se da una parte la cosa gli fa onore, perché significa che è stato lui il primo a crederci, dall’altra va da sé che prima o poi ci si debba scontrare col baratro del “e adesso, come la faccio andare avanti?”. 

Eppure, al di là di tutto questo, che in altri libri mi avrebbe fatto abbassare notevolmente il giudizio, non mi sento di levargli che mezzo punticino arrotondando persino per eccesso, perché comunque Pan è un libro scritto benissimo, coinvolgente nonostante l’abbondanza di personaggi, ironico senza esagerare (ode sempiterna al fauno Temidoro), crudo ma senza scioccare, attuale come uno spread, sorprendente come un buono sconto alla Standa, e senza i buonismi esagerati del tutti vissero felici e contenti

Leggetelo. Anche senza andare a Roma. 

Ma se per caso ci andate, guardatevela con attenzione questa caput mundi, ove “mundi”  è suscettibile di essere declinato in Aspetti diversi, quello della Carne, quello dell’Incanto, e quello del Sogno. Sta a voi decidere da che parte stare.

E se siete come me, che ho imparato subito la lezione e dato che lo sciamano sciamaneggia, il lampione lampioneggia non vedo perché io non possa Noceggiare, allora potreste accorgervi già quando arrivate alla Stazione, di una cosa che ogni volta che la vedo mi fa sorridere dentro. Che secondo me è un po’ un messaggio di benvenuto a chi entra in questa città a qualunque condizione.




Potrei sempre cancellare l’account




Questo pomeriggio li sentirò suonare alla mia porta. Guarderò attraverso lo spioncino e li vedrò.

Saranno loro e lo saprò prima ancora di aprire. Quindi, spalancherò la porta all’inevitabile: i lettori entusiasti della Kristof.

Saranno lì, tutti ammassati sul pianerottolo e lungo le scale. Saranno tantissimi e la fila di gente proseguirà fuori in strada.

Avanzeranno minacciosi senza darmi il tempo di accampare scuse. Io arretrerò lentamente. Uno di loro si farà più avanti degli altri e mi schiaffeggerà. Dritto e rovescio. Io penserò: ok, se fanno tutti così, ne uscirò viva. Con la faccia di Sora Lella, ma viva.

Sarò ottimista, consapevole che è solo speranza. Dopo il primo, avanzeranno tutti insieme, in massa, e mi metteranno con le spalle al muro, anzi, alla finestra. Aperta, perché oggi è una bella giornata di sole dopo tante tristi e grigie, e io avrò aperto la finestra per disegnare l’ultimo cono di sole sul mio destino. 

Dopo sarà questione di secondi. Mille mani mi afferreranno e mi lanceranno giù dal quinto piano. Loro osserveranno il mio breve volo sporgendosi dal davanzale e incrociando gli sguardi con coloro che dalla strada alzeranno gli occhi per accompagnare la mia caduta.

Seguiranno congratulazioni, pacche sulle spalle, poi velocemente si dilegueranno così come sono arrivati. Lasciandomi in una pozza di desideri inespressi.

Tutto ciò però accadrà solo questo pomeriggio; potrei ancora salvarmi. Potrei cancellare l’account e dileguarmi con le mie ricchezze, un tostapane comprato a rate, e un segnaposto fatto di argento riciclato,  potrei iscrivermi ad altri socialcosi, creare un nuovo blog con un altro nick, che so, Pepe Rosa potrebbe passare abbastanza inosservato. Oppure potrei mentire. E dire che porca paletta, mai libro migliore fu scritto. Che sì, la Trilogia mi era sembrata un tantino sopravvalutata, ma  che adesso sì, adesso ho finalmente capito il talento della Kristof. Che quella scrittura che tutti dicono scarna e tagliente, non è elementare come mi era venuto il sospetto che fosse, ma lucida e asciutta. Che la storia non è per niente prevedibile,  e che intrinsecamente affiora una poesia che rasenta la lirica. Oppure che quell’impossibilità di vedere un futuro alternativo schiaccia il lettore sotto il peso  della disperazione.

E invece per spirito da bastian contrario, e non certo per eroismo, dirò la verità. Venite pure a prendermi, fans appassionati di Agota. 

A me il libro è piaciuto meno che zero, il piccolo bambino che cresce povero e derelitto con una madre prostituta non ricorrerà nei miei sogni, l’amore folle e disperato è emozionante quanto una pinzatrice comprata dai cinesi, e la fine è degna del libro. Unnecessary. Una replica di una puntata di Hazzard, mi lascerebbe più provata. Soprattutto se Bo e Luke venissero fatti prigionieri.

Ah, la commozione dimenticavo. La sigla finale de “La Balena Giuseppina” mi ha strappato più lacrime e turbamento. Vi posto il link, ma non l’ascolto perché sarei tentata dall’ascoltare anche la chiosa finale parlata. Straziante. Altro che Ieri.

Ecco, Ieri avrei fatto meglio ad andare a letto un’ora prima, anziché leggere questa storiella. E adesso salutiamoci, ricordatemi come una personcina solare. E sulla lapide fate incidere questa iscrizione:
“A saperlo prima, l’assicurazione dell’auto non l’avrei pagata”.
P.S. Scherzo, una cosa del libro mi è piaciuta, l’incipit. :)
* Della Kristof ho letto anche:

Tema: leggere seduti su un porcospino. Svolgimento: Trilogia della città di K




Prima parte: la bozza di un racconto di Lovecraft.

Seconda parte: la saga familiare dal punto di vista di un cuore infartato.

Terza parte: la versione figa de “La solitudine dei numeri primi”, così come Giordano l’avrebbe voluta scrivere, ma dopo il titolo non è riuscito ad andare avanti.

Potrei aver detto tutto già così, ma siccome sto bevendo il caffè in santa pace, ed è Domenica, e ho poco da fare, mi dilungherò oltre il necessario.

Se io, oppure voi che avete già letto questo libro, lo dovessimo raccontare a qualcuno, anche senza essere dei “fini dicitori” faremmo un figurone.

Chi ci ascolta starebbe già pensando alla libreria più vicina per andarlo ad acquistare.
Ma il punto è proprio questo.
Un conto è raccontare la storia, un conto è leggerla.

E’ come se io vi dicessi che ogni mattina alla radio fanno un programma bellissimo. Così voi incuriositi, la mattina dopo accendete la radio, ma siccome abitate tra due grattacieli, vi tocca ascoltare tutta la trasmissione con la voce che viene  e che va, o con un “Bzzzzzzzzzzzzzzzz” disturbante di sottofondo. La trasmissione riuscite ad ascoltarla lo stesso, ma non ve la godete perché disturbata. 

La trilogia della città di K è la stessa cosa. Ve la godete di più, una volta chiuso il libro, e ripensandoci col senno di poi, oppure sentendo la vostra voce mentre la raccontate a qualcun altro.
In fondo quel disturbo di fondo  che caratterizza il libro, è la caratteristica che fa di voi dei semplici narratori, e Agota Kristof una scrittrice. ( pace all’anima sua, che mi è morta proprio il giorno che avevo preso il libro o _O)

Purtroppo, se da una parte ne riconosco i grandi pregi, la prosa severa, il distacco da reporter con cui descrive le atrocità della guerra, la sovversione del concetto di bene e di male, dall’altra non riesco a osannare questo romanzo come tanti di voi, sarà superficialità? Eccessiva sensibilità a certi temi? O forse sarà semplicemente che a me piace leggere stando sul letto a pancia in giù, coi piedini incrociati, e non stando seduta su un porcospino? 

Fate voi, anzi! Leggete voi, e dopo raccontatevela a mente di nuovo, rimarrà quella solitudine che forse la Kristof voleva trasmettere, o il malessere generale che si deposita irrimediabilmente sulla psiche di chi ha vissuto una guerra.

Il problema non è tanto quando Teresa si è arrabbiata, ma quanta ragione avesse!




Questo è uno di quei libri di cui non si può dire assolutamente bello o terribilmente brutto.

Il suo destino è quello di essere versatile come i giudizi dei suoi lettori. 

È quindi d’uopo riportarvi i giudizi di alcuni rappresentanti della categoria, personalmente intervistati in strada per voi.

Il lettore intellettuale: Jodorowsky è imprescindibile. Le sue tematiche finalmente scevre dal qualunquismo letterario, e intrise di un’ineluttabile senso di misticità sociologica, rappresentano il percorso di un popolo verso la sua forma definitiva, cioè l’anti esistenzialismo della massa, che preso nella sua forma più alta può condurre al destino irreversibile dell’uomo-individuo. Un libro da leggere ai propri bambini quando vanno a letto, perché la cultura va e deve essere assimilata fin da piccoli in tutte le sue forme. E comunque Viva il Che!

Il lettore ingenuo: veramente si può stare nove mesi dormendo senza mangiare? 

Il lettore abbonato a Vogue: ma vi rendete conto? Non si lavava da giorni e a un certo punto si è messo l’abito di un morto di cui non sapeva né nome né cognome!! E sapete di che colore era il vestito? Tutto verde, capito, verde! Mioddio che sacrilegio, lo sanno tutti che gli abiti verdi senza accessori, sono come una tarantola senza peli!

Il lettore consumatore abituale di droghe: Cazzo che trip! Troppa roba raga!

Il lettore bigotto: non ho tempo di rispondere, sto scrivendo al Santo Pontefice per denunciargli quest’ammasso di blafemie. Questo scempio non è tollerabile. Bisogna agire subito se non vogliamo che queste scene sacrileghe si diffondano.

Il lettore splatter: ma hai letto di quello che si mangiava le sue budella? Che storia, sembrava quasi di vedere gli zampilli! E di quello con le orbite piene di vermi? Troppo macabro, che figata!

Il lettore trendy: Parbleu, non ci ho capito niente, ma chi se ne frega! Jodorowski è un must! Ti aspetto giù che andiamo a farci un ape.

Il lettore ebreo: AHAHAHAHAH, oddio ho le lacrime gli occhi. È stupendo, ma chi l’ha scritto? Auslander dopo una sbornia colossale? AHAHAHAHAHAH! Non vedo l’ora di regalarne qualche copia in giro. 9,00 euro? Va bè, dai, lo presterò. 

Il lettore sessuomane: bè, tutto sommato anche la scena in cui la vecchietta viene stuprata ha un suo perché! Però quella tizia diafana lunga due metri, ummm, non so, io preferisco quelle piene col boschetto incolto.

Il lettore purista: e comunque il titolo originale è La via del Tarot che ha decisamente più senso. Peccato, altrimenti gli avrei dato il massimo dei voti. Invece adesso mi tocca metterlo nella libreria del corridoio, anziché in quella del salotto.

La lettrice Noce Moscata, con i baffi finti per non farsi riconoscere: non ho scusanti. Avevo già visto Jodorowsky in azione come regista. Sapevo già che avendo alle spalle la visione, per certi versi apprezzata, di Santa sangre, non potessi aspettarmi qualcosa di meno surreale, grottesco e caricaturale . Sapevo anche, che tutto si può dire, tranne che Jodorowsky non sia bravo a mantenere una coerenza magistrale nella sua lucida follia, eppure per quanto ne ammiri lo stile, devo ammettere che 300 pagine di questo tran tran di eccessi nel ben e nel male, mi hanno sfiancato, pur avendolo letto a piccole dosi. Nel suo genere è indiscutibilmente bravo, ma non è un libro né per benpensanti, né per schizzinosi. Ecco, diciamo che letto un suo libro, poi è terapeutico fare pausa per un paio d’anni. E comunque una cosa è certa: Teresa aveva ragionissima ad arrabbiarsi. Cacchio se aveva ragione!!!

È nevando.

Eccomi qua anche io. A fare un post su un argomento di cui non si parla mai, la neve.


Il fatto è che purtroppo a me piace moltissimo la neve, ma abito in un posto dove la si vede raramente. 


Perciò quando ac-cade, non posso esimermi dall'immortalarla. 


E così qualche giorno fa, mi sono bardata come si conviene ad una che è abituata ai climi temperati e son partita con l'mp3 nelle orecchie e tanta voglia di bighellonare.


Ciò che mi consola, è che sono stata  l'unica cittadina originalona ad avventurarsi per lande sconosciute (in realtà il percorso che faccio quando vado a correre) al solo scopo di testimoniarne il candore.




E così, mi sono fatta un po' di cazzacci miei, pensando a quello che mi capitava, aiutata dalla radio in sottofondo.




Ad esempio ora so già, che ricorderò per sempre, che mentre fotografavo quest'albero, la Camilla Raznovich, raccontava a Radio Deejay del coraggio delle sue scelte professionali, e di quanto difficile sia, fare la mamma. 







E mentre immortalavo il gusto bicromatico dei Nuoresi, che evidentemente amano il colore giallo e arancione per dipingere le loro case, ho scoperto quasi con orrore, che c'è una canzone di Tiziano Ferro che tutto sommato non è poi così male (seguono solo sette anni di sventura per chi la ascolta, e io praticamente ho già il futuro segnato).




E intanto che cercavo la posizione adatta per riuscire a prendere la chioma di quest'albero escludendo l'antenna sullo sfondo, senza ricorrere all'aiuto di Photoshop, ho scoperto che l'ultimo album di Daniele Silvestri, ha un che di grecale che caratterizza quasi tutte le sue canzoni, cosa che io apprezzo tantissimo soprattutto d'estate, perché riesce a dare ai suoi pezzi quella spensieratezza profonda che si insinua sottopelle, e poi ti ritrovi a pensarci in autunno davanti  a una tazza di te.



E proprio nel momento in cui mi accorgevo che anche i rovi, ricoperti di neve, hanno un loro perché, ho sentito alla radio una deejay romana che parlava dell'ultimo libro letto, che ora non mi ricordo, ma che mi ha fatto venire in mente, che la prossima volta che vado a Roma, voglio proprio fare un tour delle librerie, e se mi scappa, comprarmi qualcosina. 






E mentre tornavo a casa e riprendevo la faticosa e rischiosa salita delle scale di un signore, che negli anni ormai mi son fatta l'idea che faccia il professore, mi sono ricordata che non avevo ancora portato fuori la Bruni, il mio cane alto 10 cm, e che anche col vestitino, che odia cordialmente, sarebbe stata un'impresa farle apprezzare la neve. 




Così dopo aver constatato la sua perplessità






ho deciso di portarla su in terrazza dove avrebbe potuto abituarsi e scorrazzare senza essere investita dal gatto delle nevi.






Alla fine, dopo più di un'ora e mezza, sono tornata a casa, con l'idea di voler fare un post su tutte le cose che avevo visto, cercando di trovare il modo di raccontarvi com'è bella la neve, e come solo lei sappia armonizzare le forme ed esaltare le geometrie. 


Poi sono entrata su internet e ho scoperto che qualcuno l'aveva già pensato e detto molto meglio di me.




"Perciò l’acqua preferisce la delicata neve, che l’aiuta ad avverare la sua speranza piú segreta:
quella di fissare la forma di tutto ciò che non è acqua, le case, i prati, le montagne, gli alberi."

(Julio Cortazar)





Quindi, dato che sono relegata a un destino di pensieri banali e per niente originali, vado a lavare i piatti, che tanto è inutile che la neve se la tiri così tanto. Basta esagerare un pochino col Sole Piatti che l'effetto è lo stesso. Tiè!

Treni strettamente somiglianti





Siccome mi son resa conto che spesso e volentieri scrivo recensioni troppo lunghe, per questa volta ho deciso di appoggiarmi a scorci letterari e visivi che non sono miei.

“Provavo un'irritazione simile a quella di chi dal finestrino di un treno che corre a tutta velocità, cerca di leggere il nome delle stazioni. La stazione si avvicina e tu pensi: stavolta devo stare attento a leggere il cartello, ma non ce la fai. La velocità è troppa, La scritta si intravede, ma è impossibile decifrarla. Un attimo, ed è già alle tue spalle.” (Murakami)

Eppure Buhamil, dal suo finestrino, ha fatto in tempo a vedere quella piccola stazione ferroviaria, e a scorgere l’ironia e il grottesco di certi esseri umani, che l’attimo prima di morire quasi per caso, si accorgono che siamo tutti sullo stesso treno, che guardiamo le stesse cose, che tutte ci ricordano casa, e che siamo gocce d’acqua in un mare a senso unico.

Dal libro di Buhamil è stato tratto anche un film, che a parer mio poteva vincere l’Oscar come miglior film straniero, solo per la locandina, e avrebbe invece dovuto essere censurato, per la scelta del titolo italiano (Quando l’amore va a scuola o_O)


E sempre il libro, mi ha inevitabilmente ricordato il passaggio di un altro film, questa volta  di Don Camillo, personaggio che amo da sempre.

È un film che parla di altre cose, di altri tempi, di altre differenze ideologiche e di altri luoghi, ma c’è una frase detta in mezzo alla neve russa, che rimanda allo stesso messaggio lanciato da Buhamil. (mandate avanti fino al minuto 9,14)




Gli uomini piangono tutti allo stesso modo.

Murakami in un click

Che a me piaccia fare foto e guardare immagini di qualsiasi tipo, è cosa arcinota al mio cane, ai miei genitori, al vicinato, alle piante sotto casa, agli amici, al fidanzato, ma forse non a voi, a cui non ho ancora stracciato i maroni con le mie foto.

Pensandoci bene, già da piccola avrei dovuto capire che a parte fotografare le cose che vedo, avrei avuto un'insana passione per i disegni, i cartelloni della pubblicità, i film, visti e fermati al fotogramma milioni di volte, eccetera eccetera.

Meno ovvio era che di pari passo coltivassi anche la passione per le parole e i libri. Eppure questo è.

La conseguenza naturale del connubio tra queste due mie passioncelle, è che tendo a badare più del solito alle copertine dei libri, alle facce degli scrittori e via dicendo.

E visto che l'anno scorso ho scoperto Murakami, figuriamoci se potevo lasciarmi scappare l'occasione di spulciare tra le sue foto.

Innamorata per molto tempo di questa foto, che qua non vedete molto bene, ma potete osservare meglio all'interno del suo libro "L'arte di correre",


qualche giorno ne ho trovato una che a parer mio è fenomenale.

Non vi allego apposta la foto, primo perché altrimenti andreste subito a sbirciare, secondo perché sono una persona cattiva. :D

Partendo dal presupposto che è difficile fare foto che significhino più dell'oggetto che si cerca di intrappolare nello scatto, ancora più difficile è, attraverso un click, spiegare a chi vede la foto, tutto quello che uno scrittore dice. Specie se è Murakami.

Io ad esempio, se qualcuno mi ingaggiasse per fotografarlo, raccomandandomi di trasmettere nell'istantanea le sue tematiche principali, credo suderei freddo. Probabilmente, dopo essermi scervellata per settimane, l'ultimo giorno disponibile, farei foto a casaccio, o creerei finti e posticci paesaggi di sfondo  per poi disperarmi, distruggere tutto, e scrivergli sulla fronte con l'Uniposca, "surrealismo". Di più non credo potrei fare.

Rimandare l'osservatore a mondi non consuetudinari, dove lo spaesamento è totale e  la solitudine fa da protagonista, ed è a portata di mano, magari nell'angolo della nostra stanza, e ci è amica nel rendere naturale il nostro metterci a nudo, e rende l'aria rarefatta mentre noi siamo impegnati a cercare noi stessi, insomma, e sti cazzi, non è facile.

Eppure questa foto ci riesce. Con uno scatto banale, il fotografo (che non so chi sia e manco ho voluto informarmi), è riuscito a immortalare, quella sensazione di stare sul filo della realtà, tra normalità e introspezione, quella solitudine che ti isola dal mondo anche se sei tra la folla, quella consapevolezza interiore che ti fa capire che c'è dell'altro e basta allungare la mano per toccarlo, quella visione in bianco e nero, tendente al blu, che caratterizza certe atmosfere ospedaliere di Murakami, con un solo scatto, capite? Geniale.


Adesso siete abbastanza curiosi?

Volete vederla?

Eccola qui

Parlare di Gesù, è come cucinare spaghetti al pomodoro.





Un piatto, che nonostante l’ovvietà, va sempre bene a tutti. E tutti continuiamo a parlarne, a cucinarlo, e  a volerne godere, rifiutandoci categoricamente di considerarlo un piatto trito e ritrito.

Ben vengano le rivisitazioni, quali ad esempio decidere di fare il sugo alle polpette anziché il ragù,  oppure aggiungere tenere fogliette di basilico  e una spruzzatina di timo.

Nella storia sofferta di Gesù, il nostro rametto di timo è Pilato. 

Prefetto romano, antipatico e sgradevole per principio, ci dà finalmente la sua versione dei fatti per bocca di Schmitt. 

E non è una versione buonista; casomai è umana, probabile, e indubbiamente originale come il profumo del timo, se si considerano le angolazioni con cui siamo abituati ed assuefatti ad osservare la vita dell’Eletto. 

Poi… Eletto si fa per dire. Perché non è mica tanto detto che Gesù sia nato consapevole di essere il Messia, con la tavola da surf in mano casomai si fosse stancato di camminare sulle acque, e con il manuale dei miracoli  divisi per categoria in bisaccia. In fondo, se sulla croce si è abbandonato alla disperazione, chiedendosi se Dio l’avesse abbandonato, figuriamoci quanti di quei dubbi aveva già dovuto sciogliere in passato.

E allora perché adagiarsi nella faciloneria di voler attribuire  l’esitazione e il dubbio tipicamente propri della natura umana, soltanto a Gesù e ai suoi apostoli, e non estenderla a chi è stato protagonista della vicenda al pari loro?

La bravura di Schmitt quindi in cosa consiste? Nel raccontare la favoletta che già tutti sappiamo?

No di sicuro. La sua genialità sta nell’aver considerato in modo diverso ciò che avevamo già sotto gli occhi, ma a cui ancora non avevamo mai pensato. 


Pilato, esattamente come Gesù, è prima di tutto un uomo, e in secondo luogo, è al potere. Poteri diversi, indubbiamente. Se il Messia decide di fare surf in orari poco consoni, ecco che Pilato in veste di gestore dell’interesse comune può impedirglielo. Una volta stabilita e compresa la similitudine, vien da sé accettare di buon grado i dubbi di un uomo innanzitutto politico, che da una parte cerca di vincere i tentennamenti dovuti all’enigma della resurrezione, e dall’altra sente l’esigenza di conservare la razionalità necessaria per salvare se stesso e mantenere l’equilibro tra le forze centripete dell’infida Giudea.

Ecco la chiave che ha usato Schmitt. Raccontarci la storia da un punto di vista nuovo e ragionevole, senza calcare troppo la mano, e dopo, darci il colpo di grazia rendendoci gradevole l’evidenza dei fatti. Cioè che il mistero di Gesù morto e risorto è rimasto intatto e insoluto fino ai giorni nostri. E come ci siamo arresi noi, così ha dovuto fare Pilato davanti  all’esistenza di qualcosa che ci sovrasta ed è impossibile da dominare. Non importa a questo punto che sia la fede, Dio, o semplicemente l’amore verso l’altro. 

Importa invece che Gesù non è un piatto di spaghetti. Come Pilato non è una bacinella d’acqua con due mani che si lavano l’un l’altra. Piuttosto  sono due uomini, entrambi costretti a scegliere, entrambi condannati dalla Storia,  ma chi ce lo dice che non siano tutt’e due, casi di sospetta innocenza?

Per i curiosi: sappiate che Schmitt di questo romanzo, ne ha fatto anche una versione teatrale, a cui  secondo me, si dovrebbe assistere solo dopo una prima lettura del libro. La rappresentazione scenica infatti, data la ristrettezza dei tempi, ha il brutto limite di comprimere le giuste pause di riflessione a cui invece costringe il romanzo, e ad ogni modo l’applauso a scena aperta se lo meritano  tutt’e due, e senza bisogno di miracoli.


* Di Eric Emmanuel Schmitt ho letto anche: - Oscar e la dama in rosa;

Manifestazioni in piazza, Italia paralizzata, il malcontento lievita e le torte dicono “No!”




Stamattina l’Italia si è svegliata col più dolce degli aromi, quello delle torte in forno e delle paste alla crema. Purtroppo non è tutto oro quel che odora.  Ma sentiamo cos’ha da dirci il nostro inviato.

- Sì, buongiorno, qua la situazione è critica. All’inizio sembrava una qualsiasi manifestazione pacifica, ma le forze dell’ordine non erano preparate a un tale incremento di manifestanti.

Ci sono cortei chilometrici divisi per prodotti. Adesso sono in mezzo a quello delle torte glassate, ma se la camera riesce a inquadrare, ecco vedete là in fondo verso l’incrocio, quello è il corteo dei cioccolati fondenti. E non basta, vedo striscioni di protesta anche da parte dei singoli ingredienti. 

Stiamo cercando di sentire un po’ tutti per capire qual è l’opinione generale, anche se ormai sembra chiaro che lo scontento sta dilagando.

Ecco, ecco, una fetta di torta al limone, che vi ricordo, è parte della classe più interessata dagli eventi, si è appena staccata dal suo gruppo, vediamo se riusciamo ad avere qualche risposta in più.

-Salve, Signora Fetta, allora? Avevate previsto tutta questa affluenza?

- Ma certo! Ma le pare che potessimo stare in silenzio davanti a questo affronto? Secondo lei è cosa da poco scrivere un libro del genere e rimanere impuniti?

- Ma cos’è che più vi ha dato fastidio nella posizione della Bender?

- Ah, si figuri! Della sua posizione niente, dato che non ne ha preso. Casomai di quella che CI ha attribuito. Ma si rende conto!!! Viene finalmente alla luce, dopo i cinquant’anni di segreto di Stato imposti, il retroscena di quella che fino ad ora era sempre stata una frase banale , che sembrava ormai proprietà indiscussa delle nonne, vista la tendenza a non saper più mangiare..ecco insomma, finalmente si spiega la dietrologia della frase “Si vede che l’hai cucinato con amore”, e la Bender, cosa decide di fare? Di sollevare il polverone senza fornire spiegazioni. Ma le pare? Siamo indignati per questa totale indifferenza e mancanza di rispetto. E non solo nei nostri confronti. Come vede, ci siamo quasi tutti. Ah, ma stavolta non la passa liscia, vogliamo una censura, un decreto salva-torte, un emendamento, qualcosa che ci grantisca la giusta soddisfazione. 

- Ma scusi, in fondo la Bender non dice niente di male su di voi, anzi, in un certo senso parteggia proprio per la buona cucina! E poi i temi principali della vicenda non siete solo voi, vi siete dimenticati del fratello della protagonista?

- Ecco, appunto, bravo! Lo vede che c’è arrivato pure lei? Mi stupisco di come ancora non siano scesi in piazza, armadi, letti, credenze, tavoli e sedie. Sa cosa penso? Che la Bender si sia dhrfcsgr…

- Prego? Se parla così a bassa voce non la sento.

- CHE SI SIA DROGATA, ecco cosa!!

- Non le pare di esagerare?

- Macchè esagerare. Anzi, è proprio perché sto cercandole attenuanti, altrimenti non si spiega che dopo aver parlato di noi, svelando il mistero che lei sa, ci abbia abbandonato così, senza aver risolto niente, e si sia dedicata a parlare del fratello e di quei suoi poteri da strapazzo.. Ah, poveri mobili, saranno chiusi in casa dalla vergogna, poveretti, che pena. Almeno noi, abbiamo trovato la forza di protestare..

- Ma mi scusi, Signora Fetta..

- Signora Fetta di Torta al Limone prego..

- Ah, certo, chiedo scusa, Signora Fetta di Torta al Limone, io capisco il vostro disappunto. Immagino che sarebbe stato molto meglio parlare di voi approfondendo la questione, così come anche per i mobili, ma certi scrittori si sa, che lasciano le cose sospese, proprio perché rimanga quel certo alone di magia….

- Ma quale magia e magia! Qua non si tratta di magia. Si tratta di non saper argomentare, si tratta di non saper raccontare, si tratta di riandare alle elementari e ripassare il capitolo dove si parlava dei temi. Se lo ricorda? Quando davano il tema d’italiano, c’era il titolo, e sotto l’alunno scriveva: SVOLGIMENTO. 

La Bender le ha fatte le elementari? Pare di sì, dato che lo stile che usa nel libro è da elementari. Gliel’avranno pure insegnato che quando deve svolgere una storia la deve dire tutta e non deve lasciare niente al caso. E soprattutto non deve mai e dico mai abbandonare il lettore così, con un palmo di naso, senza spiegargli qual è il punto, qual è il bandolo,  che se parla di magia poi deve anche spiegare dov’è che sta questa benedetta magia. Eh? Lo sa? Gliel’hanno insegnato? Ma sì, sti scrittori di adesso sono una manica di imbroglioni, e gli editori pure, Tsè! Fanno il botto con una trama che sembra originalissima, e quella della Bender in effetti lo era, e pensano che basti per farne un buon libro. Senza che ci sia dietro una morale, una sottotrama, un tessuto narrativo valido. Niente.

- Certo certo, capisco quello che intende, però forse ragionandoci sopra, quello che la Bender voleva dire con la sua storia sconclusionata è appunto questo. Una metafora di quello che vorremmo dire e che non diciamo perché non veniamo ascoltati, perché i rapporti affettivi, soprattutto quelli familiari, sono retti da equilibri sottili, fragili.

- Ma mi faccia il piacere. Fragile sarà quella zucca dell’editore dopo che gli avremo lanciato dietro una vagonata di tortiere antiaderenti. La verità sa qual è? È che esistono tantissimi modi di raccontare le proprie insoddisfazioni. (vedi Kafka, se lo ricorda Un’artista del digiuno? Ecco, quello era un modo un po’ macchinoso per parlare di poteri, e di cibo in senso lato. Molto lato. Ma il messaggio c’era, ed era compiuto).  Ma se si arriva ad attirare il lettore con qualcosa di estremamente accattivante, come modestamente può essere il sapore triste di una torta al limone, bisogna poi essere all’altezza di così tanta prelibatezza culinaria. 

E adesso mi lasci andare che il corteo sta avanzando. 

(Fetta di Torta al Limone corre vivacemente verso il corteo)

- Forza, forza, su con quegli striscioni, avanti andiamo. E scandite bene le parole:

“NON-CI-SONO-LIBRI-PIU’-ACIDI-DI-QUELLI-DOLCI-PER-INTERESSE- NON-CI-SONO-LIBRI-PIU’-ACIDI-DI-QUELLI-DOLCI-PER-INTERESSE-“

La camera torna a inquadrare l’inviato

- Eccomi sì, come vedete, l’indignazione è tanta, la Signora Fetta di Torta al Limone è stata molto chiara. Per adesso è tutto, posso ridarvi la linea, ma aspettate, un attimo, la Signora Fetta s’è staccata dal corteo e sta correndo verso di me..
Eccola, voleva forse dichiarare qualcos’altro?

- No, no, volevo sapere se posso salutare una persona a casa, posso?

- Prego. -.-‘

- Ehi, Noce Moscata mi senti? A pagina 310 si parla di te!!! Un bacio a tutti quelli che mi conoscono, ciaoooooooooooo.




- Ecco, ehm, sì, da Roma è tutto, a voi la linea.

E tu, sei mai stato facocero o portapacchi?





Nel Primo tentativo di una prefazione al suo libro Dell'amore, Stendhal scrisse:"L'amore è simile alla via Lattea in cielo, un insieme risplendente formato da miriadi di piccole stelle, delle quali ognuna è spesso una nebulosa. I libri hanno segnalato quattro o cinquecento dei piccoli sentimenti, tanto difficili da riconoscere, che compongono questa passione, e i più grossolani, e ancora sbagliando spesso e prendendo l'accessorio per il principale."


Sostanzialmente d’accordo con quanto dice Stendhal, non posso non notare che c’è un grosso errore già nel titolo del libro di Buzzati. In effetti, ciò di cui si parla, non è tanto l’amore, ma più uno di quei quattro o cinquecento piccoli sentimenti di cui è composto, cioè l’innamoramento,  la passione irrazionale che precede la reale conoscenza dell’amato/a, insomma per dirla in breve la scuffia.


Fatta questa debita premessa, possiamo accomodarci e partecipare al giochino che Buzzati ha ideato per noi.


Tale gioco non richiede facoltà intellettive particolari, potete quindi partecipare numerosi, l’importante è che siate dei tipi pazienti. Trattasi infatti del gioco di società: “Simulazione dell’amico”.


Le regole sono le seguenti: se riuscite ad arrivare a fine libro senza snervarvi, vuol dire che siete dei potenziali “buoni amici”, capaci davanti all’innamoramento della vittima che richiede penosamente il vostro aiuto, di fungere alternativamente:


- da spalla su cui piangere;


- da fustigatore pronto ad adoperare stecchini acuminati per tenere aperti gli occhi dell’innamorato/a, ma ovviamente solo dopo aver levato con un gesto fulmineo i tre etti di prosciutto, posti sulle palpebre della vittima.


- da dispensatore di consigli e fini strategie, atte a liberare la vittima dall’ossessione.


- da ineccepibile anfitrione, ogni qualvolta la vittima si presenterà a casa vostra improvvisamente e a qualunque ora, con la faccia da terremotato.


Se invece non riuscite ad arrivare al termine dell’odissea di Dorigo, allora i casi sono due: o siete dei potenziali “pessimi amici”, o probabilmente siete il modello a cui si è ispirato Buzzati per scrivere il libro. 


Persone che una volta incastrati nel vortice dell’innamoramento, preferiscono struggersi da soli, negli infiniti  mulinelli del dubbio e dell’attesa, della disperazione e della felicità assoluta, del sospetto e delle certezze inconfutabili.


E quindi divorati dalla passione incompresa, è probabile possiate scrivere un diario, che magari poi diventerà libro, ed è sempre probabile che qualcuno lo possa leggere. E via che si ricomincia daccapo.


Il vostro personale lettore, del vostro personale diario, o più giustamente, lo spettatore dei vostri tormenti, deciderà di nuovo come avete fatto voi con Dorigo, se “ascoltarvi” pazientemente fino alla fine dei vostri lamenti, ove verrà consacrato definitivamente come “migliore amico di sempre”, oppure lanciarvi dalla finestra insieme ai vostri sfoghi da innamorato perso.


Io sono riuscita ad arrivare al termine del libro. È vero: a metà ero un tantino esasperata, un po’ perché in fondo si parla di emozioni condivise più o meno da tutti, e insomma, certe cose uno vorrebbe anche dimenticarsele, un po’ perché pensavo che ‘sto tira e molla di felice/triste/indubbiamente disperato/ esponenzialmente felice, potesse durare un centinaio di pagine in meno. 


Ma una volta chiuso il libro, ci ho ripensato.


Perché sarà pur vero, che l’innamorato è noioso da morire, con quegli occhi a forma di cuore, e quelle espressioni imbambolate davanti a qualsiasi cosa veda, che sia una ginestra in fiore o le porte scorrevoli dell’Upim,  ma l’innamorato non corrisposto, lui sì che è una vera gatta da pelare.


È lui l’innamorato di cui parla Buzzati, lui che non si risolve né a mollare la presa, né a prendere di petto la situazione. È lui che lucidissimo, davanti allo specchio fa un’analisi escatologica del suo orgoglio a pezzi, ed è sempre lui che un minuto dopo, decide che il gioco vale la candela, e che in realtà dieci secondi prima era fuori di senno. È quindi lui, l’innamorato stolto e disperato, che dovete sOpportare e sUpportare.


Ed è quindi giusto che Buzzati rivolti come un guanto tutti i malesseri di quel Lui. Per metterci alla prova e vedere se riusciamo a sostenerne il peso. 


Cioè, se pur messi a parte dei tormenti dell’ormai nostro amico Dorigo (vero che vi sembra di conoscerlo ormai?), accettiamo di vederlo passare dall’estatica condizione di portapacchi che si gode il venticello sul tettuccio della macchina, a quella del facocero iperteso, indigeribile.


In fondo è un libro-test: anche perché, detto tra noi, è quasi matematico che in qualche periodo della nostra vita, che sia nel passato o nel futuro, tutti noi siamo stati o saremo, facoceri o portapacchi.


Ed è anche quasi matematico che qualcuno ci abbia dovuto o ci dovrà  tollerare allo sfinimento. E pensare, che in fondo si tratta solo dell’inizio dell’amore. Perché poi, si sa, il gioco duro, quello viene dopo.