Ci siamo mancati per un soffio



Caldeggiato vivamente da un amico aNobiano, ho scoperto Roberto Bolaño.

È vero che se un amico al bar ci chiedesse di raccontar-ci, cioè di raccontar-gli la nostra vita dalla nascita, una volta iniziato, dopo l’esitazione dei primi anni in cui dobbiamo affidarci alla memoria dei nostri genitori, saremmo un fiume in piena.

Nessuna meraviglia quindi nello scoprire che Notturno cileno, è un flusso costante di passato e presente perpetuo.

Dovrebbero starne alla larga tutti coloro, che pensano di poter avventurarsi nel monologo di Bolaño cercando la fine dei capitoli. Come è impossibile riportarne citazioni, perché il libro stesso sarebbe da riportare. Una citazione lunga 160 pagine.

La notte del prete Sebastiàn Urrutia Lacroix, è un moto melodioso, vago e ondivago, che avvolge la sua memoria e la trasforma in struggente prosa, disperata e suggestiva come il Cile di cui travalica i confini.

Un percorso aspro come la storia di un popolo, ma in levare come la vita dell’autore.

E così ho scoperto che mentre io nascevo a Santiago, e venivo depositata tipo Marcellino pane e vino alle porte di un monastero, Bolaño prendeva il largo per la Spagna. Anche lui era nel pieno del suo percorso. Molto prima di dare alla luce le sue fatiche letterarie. Molto prima che traducesse la sua apocalisse interiore. Molto prima che io potessi avere modo di leggerlo.

Due anni dopo la sua partenza per la Spagna pure io lo seguii, anche se mi fermai un po’ prima, in Italia. Non credo che i mei genitori nel lungo viaggio Milano-Toronto-Santiago per venire a prendermi, abbiano pronunciato “Non sapevo neppure che libri portarmi da leggere all’andata e al ritorno, forse una Storia dell’Italia per il viaggio di andata, forse l’Antologia della poesia cilena per il viaggio di ritorno.” Ma nel campo delle ipotesi avrebbero potuto dirlo. E sicuramente loro hanno ricordo del crepuscolo cileno tremolante che lo stesso Bolaño aveva salutato due anni prima.

Quello che invece potrei dire io, ma non lui, il cui allontanamento dal Cile è diventato definitivo è:
“..e poi tornai in Cile, perché io torno sempre, altrimenti non sarei quel(la) cilena rispendente”.

Ma come disse qualcuno di cui non rammento il nome, “il ricordo è un modo d’incontrarsi”. E se per adesso, io e Roberto ci siamo solo incrociati  di sfuggita nel ’77, alle falde della Cordigliera, possiamo ancora ritrovarci dentro la poesia dei suoi libri, che sono ricordi suoi e un po’ anche miei, nonostante non ne abbia memoria.

Ad ognuno il suo frontespizio


Non so di che pasta siate fatti voialtri, ma io personalmente, potrei definirmi una lettrice “infantile”.

Nel senso che, come i bambini quando vanno a messa la Domenica, si lasciano attrarre da immagini che solo loro riescono a vedere dentro le venature di marmo delle piastrelle (attività a cui sono particolarmente dediti, e che i genitori scambiano per intensa partecipazione alla funzione eucaristica), io mi lascio attrarre da particolari che per altri risulterebbero insignificanti.

Non starò qui ad elencarli tutti, per rispetto dei vostri impegni giornalieri e della vostra tolleranza nei miei confronti.

Ma ce n’è uno in particolare che normalmente non è oggetto di riflessione e a cui vorrei dedicare la mia attenzione.

Quello dei frontespizi dei libri.

Quelle pagine che precedono l’inizio vero e proprio della narrazione, quelle che di solito recano due tipi di scritti: le dediche oppure le citazioni.

Da qui, l’esigenza di riportarvi una sommaria catalogazione dei loro tratti distintivi, al fine di facilitare quella delicata fase che è racchiusa nel “primo colpo d’occhio” con le vostre prossime letture. Catalogazione, di cui ovviamente mi sarete riconoscenti secula seculorum, per l’innegabile utilità e la squisita spiegazione.


1) I SUBDOLI.

Generalmente sono i frontespizi con le dediche. Quelli che se si venisse a sapere l’esatta data in cui il loro autore si svegliò con la faccia stravolta dall’improvvisa  ispirazione, e corse al tavolino per buttare giù le prime idee prima di lasciarsele scappare, scopriremmo che sono nati sotto l’egida di un segno doppio.  

Quindi da loro non sapremo mai cosa aspettarci.

Il fatto che rechino la dedica: Ad Antonio, che quella sera mi scaldò col suo sorriso, non vorrà per forza dire che il libro parlerà d’amore o di lunghi e travagliati rapporti affettivi. Potrebbe benissimo essere, che parli della destrutturazione dell’atomo, o dell’erosione idrica del Kilimangiaro. Altresì, potrebbe anticipare la biografia di Gigi D’Alessio, o le ultime ricette della Clerici.  E comunque: anche quando vi azzarderete ad intuirne la natura, sarà la volta in cui sbaglierete clamorosamente.

Ecco un facile esempio: la dedica, Alla memoria di Pietro Nuvolone e Franco Bricola, potrebbe sembrare intrinsecamente giocosa, e farvi pensare all’ultima avventura di Giamburrasca, oppure, che so, a titoli faceti tipo: Di come Nicolino Punk volò in Brasile e Pierino Spazzoletta non ci ha creduto neanche un po’; ebbene no: sappiate che invece è semplicemente la dedica del mio libro di Diritto Penale scritto a quattro mani; ecco il perché dei due nomi ricordati (un morto a cucuzza mi pare più che equo), e vi assicuro, che tutto può essere meno che allegro e divertente.

I libri che recano tali frontespizi, amano mantenere la suspense, quindi è facile che siano seguiti da una o due pagine bianche, giusto per mantenere la tensione letteraria, e stemperare il nervosismo crescente ove ce ne fosse bisogno. Inutile dire che il mio libro di Penale è seguito immediatamente dall’indice degli argomenti, in questo caso per protrarre il più possibile l’atmosfera di terrore alternata alla noia infinita.


2) I SOCIEVOLI.

Sono forse i più simpatici, in quanto tendono a presentarsi con frontespizi meno laconici di quelli con le dediche.

Ma attenzione! 
Essi sono persino più infidi dei subdoli, perché parlano per bocca altrui.

E si dividono a loro volta in due sottocategorie:


a) GLI SNOBBISTI.

Sono quei frontespizi che prediligono i salotti della gente bene, e se non fosse per la crisi di mercato, andrebbero in giro sempre con rilegature in cuoio, o comunque con copertine rigide. Purtroppo, hanno dovuto adattarsi all’andazzo, e a tutt’oggi, è facile incontrarli con brossure di terza o quarta categoria.

Normalmente si presentano con eleganti citazioni letterarie, al solo scopo di fare molta scena, e ingannare il lettore sul contenuto decisamente meno elevato della citazione.

Spesso e volentieri giocano d’astuzia, e per confondere le acque, si presentano con citazioni sempre letterarie ma dal significato oscuro. Con il risultato che il lettore ne rimarrà decisamente impressionato, e quando scoprirà di non aver capito né la citazione né il libro, incolperà il suo scarso intelletto, e passerà i giorni a studiare a memoria l’incipit del libro, per sfoggiarlo durante una conversazione a caso, nella sala d’attesa del dentista.

Altre volte, sono più bonari e sempliciotti. Si presentano con una pomposissima citazione stranota ai più per fingere alti livelli culturali, ma poi svelano subito il trucco con tanto di strizzatina d’occhio nell’incipit del libro, lasciandosi andare a frasi come “Il cielo sembrava sereno”.

Questi ultimi sono quelli a cui si perdona molto più facilmente l’aria snobbista rispetto ai primi. Perché a fine libro, che ti sia piaciuto o meno, ti tendono la mano, come a volersi giustificare dell’aria di supponenza adottata all’inizio.


b) I CUGINI DI CAMPAGNA

Categoria eclettica, vanta frontespizi estrosi e creativi. Pur rimanendo nell’ambito delle citazioni, non è detto che esse siano letterarie.

Ci sono quelle musicali, per cui io nutro una particolare simpatia, come ad esempio questa:

(da "Cinquemila chilometri al secondo", di Manuele Fior)


Oppure trattasi di dediche con dentro citazioni.

(da "Sono stata Alice", di Melanie Benjamin)


Riscuotono molto successo nonostante la tendenza di molti di essi ad affabulare e ad ingannare il lettore con contenuti insufficienti; non hanno la puzza sotto il naso come quelli della categoria precedente, e scatenano un’immediata empatia proprio grazie al confidenziale saluto con cui accolgono il lettore all’inizio.

Spesso e volentieri, qualora a fine libro, siate irrimediabilmente insoddisfatti, ciò che vi tratterrà dal buttarli nel cassonetto della carta, non sarà il prezzo esorbitante, cosa quasi tassativa nel caso degli snobbisti, ma la copertina colorata e kitch, che troverete perfettamente adeguata per il secondo ripiano della vostra nuova libreria Ikea (a fianco al bonsai del baobab).


3) QUELLI ALLA MANO

Spesso confusi con la categoria dei socievoli e le sue sottocategorie, essi fanno parte invece di un settore sui generis. Cioè quelli che recano citazioni dello stesso autore.

Insieme a quelli recanti citazioni musicali, sono i miei preferiti, perché a volte riservano preziose perle o simpaticissime trovate, che ripagano anche l’eventuale delusione del libro. Hanno un’aria genuina in qualunque modo si presentino, che sia una rilegatura con finimenti in oro, o che sia una brossura incollata a sputi.
Già e solo per questo motivo, ottengono il risultato di conquistare un’immediata confidenza con il lettore, che se è fortunato, oltre a ricordare il contenuto del libro, amerà declamarne la citazione iniziale con estremo godimento e soddisfazione per l’uditorio.

Eccone due diversi tipi estremamente eterogenei.

(da "Se questo è un uomo", di Primo Levi)



(da "Il Vangelo secondo Biff", di Christopher Moore)




Quelli alla mano rappresentano l’unico caso in cui ci si può avventurare nell’indovinare il contenuto del libro.

Proprio perché essendo “cosa” partorita dall’autore, è possibile intuire il più delle volte con successo il tenore letterario dell’opera.


E qui finisce la rubrica infradecennale di “Quattro chiacchiere con una visionaria”.

Certa che vi sia oramai impossibile negare l’evidenza, cioè che i libri siano dotati di propria personalità e comportamenti sociopatici, vi consiglio la visione di questi due video.

Uno che vi farà guardare i libri con sospetto. 

E uno che tirerà fuori tutto il vostro innato puccettosismo.
Voilà.

E io che mi pensavo..





Che fosse una storia d’amore generazionale  fatta d’atmosfere accennate, come gli acquerelli che son seriviti a raccontarla.

E io che mi pensavo che quella copertina là, col motorino sotto la pioggia, e lui che aspetta lei, e lei con l’ombrellino aperto, fosse la promessa nonché la premessa di una storia delicata delicata, come una vellutata di funghi, che sembra niente e poi per tre ore fai ruttini alla champignon.

E io che mi pensavo che quell’alternanza di colori predominanti, fossero un po’ come il periodo blu e rosa di Picasso, che è un po’ come se facessi finta che ci fosse uno scorrimano dove il sentimento guarda dalla balaustra e sotto vede tutto un mare dello stesso colore del suo sentire che gli fa pure pendant con la cravatta. 

E io che mi pensavo che quelle tavole così belle, alternate a certe altre così brutte, ma brutte forte, che se non fossero dentro un libro, potrebbero anche essere un mio esperimento di collage, in cui mi diletto ad appiccicare una donna di Modigliani sullo sfondo di un depliant del Congo, fosse in realtà un tentativo di sottolineare qualcosa che avrei capito solo alla fine del libro.

E io che mi pensavo che con la dicitura “precariato degli affetti” si intendesse qualche meccanismo sentimentale così fragile e delicato che poi si dà la zappa sui piedi pur di non fare quel passo che lo consacrerebbe ad amore definitivo. Oppure che ne so, che fosse qualcosa di molto forte, o viceversa di molto banale, qualcosa che abbiamo visto e sentito mille volte, ma che inaspettatamente riscopriamo come nuovo, perché rivalutato dagli occhi e dal pennello di Fior.  

E io che mi pensavo che una donna incinta disegnata da una mano maschile in maniera così tenera, quasi struggente, in pose che nessuno si sognerebbe mai di immortalare, non potesse essere seguita da un  coito spennellato in modo così distratto e grottesco, dove l’unico desiderio che si ha guardandolo,  è quello di regalare un compasso a Fior, tanto per insegnargli che negli occhi, le pupille  dovrebbero essere parallele, in qualunque direzione guardino, e qualunque sia l’orgasmo che stanno inseguendo.

E insomma: e io che mi pensavo un sacco di belle cose, mentre invece ho solo scoperto che Cinquemila chilometri, fratto 17 euro di libro, diviso a sua volta per 40 minuti trascorsi a guardare una storia che non decolla, che estratto alla radice quadrata di 5 o 6  secondi di contemplazione stupefatta davanti a certe tavole bellissime, meno 10 minuti di riflessione al termine della storia, dà alla fine un risultato con la virgola. Che è una cosa che odio, perché quando c’è un resto, poi c’è sempre, e dico sempre, anche quell’insoddisfazione periodica che non ha mai fine.

Che vabbè: io in matematica sarò stata anche una capra, ma mi sembra che anche Fior non fosse un genio.

Ode agli stoici genitori dell’infante Javier





Certo è, che Marìas da piccolo, non l’avrei voluto conoscere.

Mettiamo il caso che sia possibile usufruire di 5 minuti e prendere la macchina del tempo per tornare all’infanzia del piccolo Javier.

Eccolo lì, coi calzoncini corti, che vi aspetta sulla porta di casa perché voi lo portiate al parco.

Osservatelo mentre fiducioso vi dà la mano e vi incamminate assieme. Il tragitto scorre lento e sereno (il piccolo Javier è taciturno, ma questo vi assicuro, non è una garanzia di pace, è più come la quiete degli uccelli poco prima della pioggia torrenziale).

Arrivate al parco freschi e riposati, e siccome vi piace viziare i pargoli, vi dirigete col docile Javier dal gelataio.

Ignari della vostra sorte, vi rivolgete al bambino chiedendogli: “Tesoro, che gelato vorresti?”

E da qui.. l’inizio della fine.

Il Javier bambino pazientemente inizia: “Prenderei il pistacchio, se non fosse che quel verde, che non è lo stessa tonalità di verde del pistacchio che vende il gelataio sotto casa, mi ricorda il prato in cui, una domenica di due mesi fa, caddi sporcandomi i pantaloncini. E lì, c’era una bambina che mi guardava con occhi attenti, che forse erano quelli di una bambina sollecita, che ha già dei fratelli più piccoli ed è quindi per lei un istinto naturale avere quest’indulgenza negli occhi, che poi è la stessa tipica delle madri, attitudine che forse dovremmo riconoscere a tutte le donne, anche se in tenera età; oppure i suoi non erano occhi solleciti, erano occhi curiosi, come quando capita un incidente e il desiderio di sapere chi c’è a terra, è più forte di quello civile, di chiamare i soccorsi; o magari, si trattava più semplicemente di uno sguardo supplice, come se la bambina dagli occhi attenti desiderasse essere al posto mio, perché lei in quanto femminuccia non avrebbe potuto sporcarsi con tanta disinvoltura come facciamo noi maschietti. Ecco perché, ti direi pistacchio, ma per non lasciarmi andare ai ricordi, sceglierei invece la fragola, con quei pezzetti rossi che se guardi bene ti invogliano molto più del rosa acceso di tutta la pallina, che non è il rosa shocking del ghiacciolo Fior di fragola che mangiavano i miei genitori quand’erano piccoli, è più un rosa panoramico, che fa da sfondo a quei minuscoli pezzetti di fragola succosi, e che forse non sarebbero così succosi se andassimo a leggere la lista degli ingredienti e notassimo la presenza di coloranti, ma che comunque non leggeremo, perché da bambini si sa, l’attenzione è rivolta altrove, che non per questo è un altrove superficiale, ma è solo un altrove parallelo a quello degli adulti, e che in fondo si ricollega al rosa panoramico perché..”

A questo punto, probabilmente sarete già così  esasperati, che nel frattempo vi sarete suicidati buttandovi nel tritatutto delle granite, oppure avrete lestamente malmenato il padrone di un cane, liberato la bestiola invidiosi della sua incapacità di capire i discorsi umani, e dopo esservi impossessati del guinzaglio, avrete già legato il piccolo Javier a un palo, abbandonandolo al suo destino di bambino logorroico.

Invece, grazie al cielo, noi non siamo stati i genitori di Marìas, né i suoi babysitter. 

Marìas, sempre per grazia divina, è scampato alle nevrosi dei genitori, a molti tentati omicidi, ed è cresciuto sano e impaziente di dire. Ovvio che da grande sarebbe diventato scrittore. Autore di libri bellissimi, e magari in certi momenti lenti e digressivi. Ma volete mettere il piccolo sforzo di sederci con lui sul divano delle elucubrazioni, in confronto alla fatica dei genitori di tirare su un bambino a forma di ipotesi?

Mi permetto di parlare di libri al plurale, perché non è la prima volta che leggo qualcosa di Marìas. Abbiamo già incominciato a conoscerci con Domani nella battaglia pensa a me. E, se devo dirla tutta, Un cuore così bianco mi è forse piaciuto un pelo di più.

Forse perché è un libro camaleontico.

Leggendo di questo cuore tan blanco, vi avvicinerete pensando di appassionarvi a una storia normale, poi capirete che sì, la storia esiste, ma è la storia dei pensieri, non delle persone che diventano secondarie rispetto ai processi mentali che innescano. Ma occhio: è un inganno; dopo qualche capitolo penserete di aver sbagliato e di esservi immersi in un giallo; e dopo ancora, vi ricrederete e quando qualcuno ve lo chiederà, risponderete di essere alle prese con un trattato di psicologia, mentre alla fine giungerete alla conclusione che si trattava di un noir mentale. 

Un noir torbido, dove a essere sospettati sono gli istanti fugaci compresi tra il pensare e l’agire, dove tutta la partita si gioca nel rischio di sapere o di non sapere. Di dire o di non dire, consapevoli che qualunque scelta si prenda, la tonalità del cuore bianco può variare, e non è detto che l’unico paragone col bianco sia la purezza. Quasi 300 pagine per fotografare dei secondi, un flash di idee.

Indi, per non sfiancarvi io, prima ancora che leggiate Marìas, le conclusioni sono due:

1) La ridondanza macchinosa che i detrattori di Javier criticano come prolissa e superflua, è invece il nocciolo della spirale ipnotica dei libri di Marìas. È uno sbaglio di prospettive. Siete seduti dalla parte sbagliata del divano. Il plot nei libri di Marìas non esiste, ma persiste invece una sottile ma tenace ragnatela iridata, che collega le sue parentesi e digressioni. 

Quella è la trama serica, attorno al quale Javier ordisce i suoi ricami. Quella è la trama che avvince, sfinisce l’intelletto, eppure sgorga e disseta come una fontana.

2) Sulla scia dei punti interrogativi che Marìas semina ovunque, pensate se il poveretto, anziché scrivere libri, avesse dovuto affidare la sua sapienza ai 160 caratteri di Twitter. Avrebbe fallito prima ancora di cominciare, e al mondo avremo avuto due ubriaconi in più che affogano i dispiaceri nel vino. Lui e Saramago. Due verbosi con la cirrosi epatica. 


* Di Marìas ho letto anche:

In confronto, il regista di Sliding doors è un dilettante





Quando Dio distribuiva il permesso di  scrivere romanzi con frasi lunghissime senza far cascare il latte alle ginocchia, in fila non c’era solo Saramago. Con lui c’era anche Marìas.

Quindi, superato lo sgomento, dovuto alla prospettiva che ci sia, non uno, ma almeno due scrittori, nei confronti dei quali, dovete armarvi di santa pazienza, leggere con calma, tornare indietro se occorre, puntare il ditino sulla parola esatta, ogni volta che alzate lo sguardo dal libro per paura di perdere il segno, sappiate che dovete poi prepararvi a un compito ben più arduo.

Entrare con tutt’e due i piedi nel regno delle possibilità.

Vi ricordate il film “Sliding doors” dove si ipotizza che l’accadimento o meno di un fatto banale, porti a vivere due vite completamente diverse? Bene, bambinate!!!

Marìas fa esageratamente di più.

Lungo tutto il libro assisterete non soltanto all’esposizione di un ventaglio di ipotesi possibili per ogni azione, a seconda che questa avvenga o meno, ma anche alle possibili infinite trame causate da ognuna di queste possibilità.

Ma la cosa eccezionale, quasi sovrumana, è che mentre noi ci facciamo in quattro per non perdere il segno all’interno di una sua frase, Marìas invece non perde mai il filo delle sue elucubrazioni, anzi! Credo che quasi si diverta a esaurire tutte le alternative potenzialmente probabili.

E la cosa altrettanto incredibile è che, nonostante la lettura per niente distensiva, la trama quasi inesistente, perché vi ricordo che appunto si tratta del dipanarsi di trame possibili, ma non garantite nel verificarsi,  Marìas è in grado di tenervi col fiato sospeso proprio per questo.

Non per la fine della storia, ma per scoprire a fine libro, qual è l’unica possibilità certa, quella definitiva.

E udite, udite!! Scoprirete che non è detto che sia compresa nella rosa delle possibili alternative che avete osservato concretizzarsi lungo tutta la storia. 

In fondo non è altro che un elogio alla coincidenza e alla possibilità che oggi,mentre buttate la spazzatura, possiate o tornare a casa dopo 5 minuti, o cambiare la vostra vita per sempre. 

Chi lo sa!



* Di Marìas ho letto anche: 

“Every cloud has a silver lining”




Lo scenario di una Napoli anni ’70 eternamente avvolta da pioggia e tenebre, cinematografica nella sua bellezza tetra, fa da sfondo a una storia che ne ricalca, senza sbavature  l’atmosfera plumbea. Se non fosse che in principio sembra la fine di una storia, ma è solo l’inizio di un’altra.

Non ho molta simpatia per l’inglese, ma adoro questo proverbio britisc inneggiante all’ottimismo: “Ogni nuvola ha un orlo d’argento”.

Anche Igort credo ne fosse a conoscenza quando ha fatto la sua precisa scelta bicromatica: un azzurro-viola abbinato al nero, che da lontano luccica come l’argento. Il nero delle nuvole, l’argento dei confini. La faccia nera dell’umanità che piange, l’argento dell’onore che ti rimette in piedi.

L’amicizia tradita che ti spinge a solcare nuovi mari, la perdita di un figlio che ti spinge ad alzar la testa, la sete di vendetta che preannuncia l’arrivo di una nuova stagione di vita. E così via.

Non mi meraviglia che Igort ci abbia messo quasi un decennio per sfornare questa meraviglia.

La pace interiore di un uomo, che sia all’estero dove non ti conosce nessuno, o nella città natale dove un tempo ti conoscevano tutti, richiede una metabolizzazione che va oltre la narrazione di una storia fine a se stessa.

Perché ci vuole del tempo per accorgersi di cose come questa:

“ ‘Ossai come fanno le patate quando invecchiano? ‘Ossai come fanno? Che, non hai mai visto che ci crescono i germogli? Si’ so’ vecchie, nun servono cchiu’ ma ‘n coppa a superficie ce sta ‘a vita nuova.”

Non capisco perché tu sia ancora qui e non in libreria a comprare questo libro.




Si, ce l’ho con te, noioso vacanziero in bermuda, che mi parli della tua isola decantando le lodi dell’ultimo Hotel Resort dotato di piscina olimpionica e suite per campeggiatori di lusso. Tu  che mi parli del design intrinseco dei campi coltivati a terrazza, e non sai cos’è la mosca olearia. Tu, che dai occhiate professionali agli immobili del tuo paese, dividendoli per destinazione d’uso. Fatti un giro a Procida con Arturo piuttosto, passeggia per viottoli assolati alle tre del pomeriggio, arrampicati sugli alberi, bevi caffè da una cuccuma smaltata, e osserva il volo tedioso di una mosca che si posa sull’orlo della tua tazzina. E dimmi se preferisci ancora un cameriere vestito di bianco che ti serve l’astice alla catalana, o imbarcarti sulla Torpediniera delle Antille per il gusto di prendere un riccio con le tue mani da pianista fallito.

Si ce l’ho con te, oratore dei miei stivali, che pensi di poter arringare su qualsiasi cosa, solo perché sai almeno un sinonimo e contrario della parola brutto. Tu, che credi di aver raccontato una storia trascinante  e invece hai solo partecipato a una gara di citazioni letterarie, tu che fai grandi discorsi con gestualità raffinata e fai finta di improvvisare snocciolando tristi aneddoti sulla tua folgorante carriera. Tu che sai a memoria la tecnica del See-Stop-Say ma non la dici agli altri, perché pensi sia un segreto. Ascolta un po’ come la Morante riesce a descriverti una sola ciocca di capelli, e rimpiangerai di aver usato il Devoto-Oli come zeppa per la tua scrivania di finto mogano.

E ce l’ho anche con te, caro il mio adolescente super espertone di fantasy e di giochi di ruolo. Tu che ami tenere un quadernino coi punteggi delle tue partite a poker online. Tu che torni presto a casa per immergerti nel fantastico mondo dei nerd. Vai a passeggiare con Arturo e Immacolatella in una notte di vento, per le stanze di un casolare deserto. Rivaluterai il significato del teatro ludico, e davanti ai fantasmi dei tuoi avi, scaturiti dalla suggestione, se ancora non te la sei fatta mangiare dal tuo Mac nuovo di zecca,  Dungeons & Dragons ti sembrerà un puzzle per bambini dai tre ai cinque anni.

E dico a te, metrosexual dal petto depilato e dalle sopracciglia disegnate a matita. Tu che della perfezione ne fai uno stendardo, che frequenti solo posti chic e quando ti parlano di scrittura ti vengono in mente solo le penne Cartier, tu che la mattina ti preoccupi delle borse sotto gli occhi e della colazione salutista. Fatti una corsa di tre chilometri da casa tua al porto di Procida insieme a Wihlelm, con la camicia rigida dalla salsedine e i capelli che sanno ancora di sabbia e mare. Non dovrai più preoccuparti del mascara se guardando il luccicchìo delle onde ti bruciano gli occhi e piangerai lacrime dal sapore di terra bruciata.

E sì, ce l’ho anche con te, genitore distratto che partecipi pedantemente a tutte le riunioni insegnanti-genitori di tuo figlio. Tu, che ti scervelli per trovare un libro giusto per la tua creatura adolescente, e ti lasci consigliare dalla commessa che pensa che “Tre uomini in barca” sia un manuale di navigazione per patenti nautiche. Tu che esci orgoglioso dalla libreria, pensando di essere molto originale con tutta la collezione di Harry Potter sotto il braccio. Regala piuttosto a tuo figlio la giovane vita di Arturo. Rendilo partecipe della gelosia adolescenziale. Aprigli una finestra sulle illusioni che crollano, sulla voglia di evadere, fagli vedere come si idealizza un padre. Tienigli la mano quando si riconosce nelle manie di protagonismo. Tuo figlio non diventerà un mago, né potrai progettare per lui un futuro da magnate della finanza, ma quando uscirà in balcone e guarderà il cielo stellato, potrebbe stupirti chiedendoti qual è la costellazione di Arturo. E ti potresti sorprendere a pensare che se non altro potrebbe venirti su un ragazzo sano.

E tu dove scappi? Parlo anche con te, donna avvenente, che non vuoi figli perché hai paura di deformare il tuo corpo. Donna che di mattina compri le brioches pronte, e ottimizzi i tempi della colazione dei tuoi familiari per fare una seduta di yoga. Tu che pensi che portare i soldi a casa sia una gara con tuo marito. Tu che hai insegnato a tuo figlio che il vero brodo, è quello di dado. Tu che quando spedisci un sms a sorpresa a tuo marito ti ritieni una donna attenta e affettuosa. Prova a fare una chiacchierata con Nunziatella, fatti mostrare il suo unico vestitino a fiori, stinto dall’usura. Fa ogni mattina la pasta con lei.  Aspetta ogni santo giorno il tuo lui, per mangiare insieme. Prova ad uscire dal cancello di casa tua, e ad andargli incontro quando vedi che tarda. Ti potresti anche accorgere, che fare distinzioni sulle parti dominanti in famiglia non giustifica neanche i turni per portare fuori la spazzatura, e che tuo figlio quando pensa a una madre, non pensa alla prestigiosa azienda in cui lavora, ma a una pasta al forno fatta come si deve, a chiacchiere sussurrate mentre si fa rimboccare le coperte, e a baci sulla fronte che scotta per la febbre.

Dico infine a te. Illuminato intellettualoide, che pensi che un libro dagli alti contenuti debba per forza contenere stralci del Capitale di Marx, e divagazioni sui massimi sistemi. Tu che ti porti dietro taccuino e penna per annotare i tuoi pensieri geniali. Raccontami di quando ti sbucciasti il ginocchio per la prima volta, o di quando scambiasti la tua prima cotta per amore; raccontami della facciata della tua casa e dei quadri appesi ai muri della tua stanza. E vediamo se riesci a coinvolgermi quanto la Morante. Vediamo se sei così bravo da far risaltare il significato fino a portarlo all’altezza del significante. Vediamo se riesci a far combaciare estetica e contenuto.

Dimostrami solo che riesci a rendermi cara e preziosa la luna nuova dietro una vetrata polverosa e allora ti lascerò in pace.

Altrimenti, e mi rivolgo a tutte le categorie su citate, certa del fatto che se siete tirchi di emozioni, lo siete di sicuro anche di soldi, ascoltate questo.


Di come arrivammo al giorno in cui Irving mi portò alle giostre.


Inutile negare che con John, io abbia passato innumerevoli momenti felici.


La nostra è una storia d’amore ultra decennale. Presi una cotta per lui, quando da adolescente lo incontrai in una libreria di un anonimo paesino di mare, e rimasi ore a sentirlo raccontare le storie di Homer Ne “Le regole della casa del sidro”.

Ma poi, come spesso accade nelle storie dei grandi amori, lo persi di vista. Lo rincontrai anni dopo, quando una mia amica me lo fece trovare il giorno del mio compleanno con “Preghiera per un amico”, pronto a raccontarmi le storie di una persona a lui carissima, Owen, che presto divenne il mio migliore amico. Ah, quanti pomeriggi insieme a Owen, quante emozioni, quanti pianti e sorrisi. Solo per avermelo fatto conoscere, ancora oggi non ho abbastanza parole per ringraziarlo.

Non ci sono mai stati periodi di maretta tra me e John, però come spesso accade alle coppie navigate, ci siamo lasciati prendere la mano dalla routine quotidiana e dalla monotonia dell’abitudine.

Ammetto di non essere esente da colpe: anche senza andare da un consulente familiare, sapevo benissimo che ci sono stati lunghi periodi in cui non gli ho dedicato abbastanza tempo. Anni in cui non ho avuto più la pazienza di ascoltarlo, mentre mi raccontava le sue cose. Io ero troppo impegnata a guardare altrove, a cercare persone più affascinanti, che mi sapessero raccontare storie come lui. E ne trovai parecchie, però non è certo una gran scoperta che il primo amore non si scorda mai.

Per fortuna, lui si è dimostrato più saggio di me.

Così l’anno scorso, mentre ero distratta da mille problemi, mi ha chiesto di accompagnarlo a visitare un altro suo caro amico d’infanzia, Garp. Ed è stata la scintilla che riattizza il focolare.  Meraviglioso, come ai tempi di Owen.

Così, abbiamo ritrovato finalmente la giusta serenità per dedicarci del tempo, tralasciando le cose secondarie. Una seconda luna di miele. E ho scoperto lati di lui che non conoscevo. Mi ha raccontato ad esempio, di quando era giovane e bizzarro, e scriveva cose che per molti erano incomprensibili, come “Libertà per gli orsi”, e ieri ha voluto portarmi fuori a cena per farmi vedere una cosa.

Avevo già intuito che doveva essere una cosa interessante, da quando ho intravisto cosa c’era scritto sull’invito cartonato:“Vedova per un anno”. Un’altra donna si sarebbe spaventata, ma non io, che di John mi fido ciecamente.

E ho fatto bene. Pensavo mi portasse a cena in qualche ristorante alla moda, così, per ricordare i vecchi tempi tra luci soffuse e bicchieri di romanticismo. Invece mi ha portato alle giostre. Ma non erano giostre qualsiasi. C’era soltanto un’unica grandiosa ruota panoramica.

Per chi non sapesse cos’è, dovrebbe forse essere la giostra più tranquilla tra tutte. Perché come dice Wikipedia è una struttura circolare a cui sono attaccate svariate cabine. La velocità è talmente lumacosa che hai tutto il tempo di goderti il panorama mentre la ruota gira, e ti dà la possibilità di osservarlo per bene da diverse angolazioni.

Questo se si trattasse di una ruota normale. Ma potete immaginare la mia sorpresa, quando ho scoperto che la ruota su cui ho fatto un giro con John, poggiava sul perno dell’assenza. Assenza di affetti cari, assenza fisica, e dalle cabine si vedevano tutte le angolazioni possibili di questo vuoto. Un’esperienza paradossalmente piena zeppa  di emozioni.  E improvvisamente ho capito anche perché il mio amato John mi ci ha portato solo ora.

Non è una giostra per fidanzatini nell’estasi dell’innamoramento e della passione. Del resto lui mi aveva già conquistato con Owen quando i tempi erano giusti. Quando aveva bisogno di travolgermi e di togliermi il fiato. Adesso, ha voluto prendermi per mano e farmi guardare il passato. Non il mio, ma quello di altre persone, belle nonostante il dolore, affascinanti nonostante la normalità delle azioni e delle reazioni.

È una grande lezione con una tempistica eccezionale. Siamo quello che abbiamo vissuto. Ma in futuro saremo quello che possiamo ancora decidere di essere. Anche se ci vuole un’infinità di tempo per essere padroni di quelle decisioni. A volte ti tocca stare su una ruota panoramica per anni, prima di arrivare ad averne la consapevolezza. Ma il panorama non sarà mai sterile, qualunque cosa ci abbia stravolto la vita.


* Di Irving ho letto anche:


“Vorrei essere Franco, ma anche un po’ Matticchio.”




Mi sarei mangiata le mani quando lo scorso anno scoprii che in primavera, mentre ero a Roma in visita romantica al fidanzatuccio, negli stessi giorni veniva inaugurata sempre nella capitale una mostra di Matticchio, che raccoglieva tutti gli originali delle tavole che fece per l’inserto mensile del Sole 24 ore.

In realtà è solo l’ennesima conferma che sulle cose arrivo sempre in ritardo, ma questa è un’altra storia.

Negli scorsi giorni cercavo in libreria un suo libro: “Piovaschi”. Non l’ho trovato, ma non ho comunque resistito alla tentazione di prendere questo, che lessi anni fa prendendolo in prestito dalla biblioteca; riaprendolo ho ricevuto il solito schiaffo dell’illuminazione geniale dell’autore.

Se c’è una persona alla quale, si potrebbe chiedere di sviluppare un tema a caso con un solo disegno, quello è Matticchio. Il suo fil rouge, è l’interpretazione libera. E ancora mi chiedo come mai, tra tutte le cose che ha fatto, e sono tante, nessuno gli abbia mai proposto  di fare disegni per spot pubblicitari. Che per carità Bozzetto è un genio, ma Matticchio lasciatemelo stare.

Così mi sono portata a casa questo bijoux, “Esercizi di stilo”. Che ha il gran pregio di rivolgersi a tutti coloro che stanno davanti a un foglio con la penna in mano o con un segnalibro colorato. Tutti gli stati d’animo rispettivamente dello scrittore e del lettore, rovesciati  sulla carta come un calzino da lavare. Si va dal fanatismo, all’esigenza vitale di leggere o di scrivere, dalla poesia di un pupazzo di neve che scrive una lettera prima di sciogliersi, allo spregio di chi si fa beffe della letteratura, e letteralmente ci piscia sopra.

Sia benedetta l’ora in cui la macchina fotografica mi si è scaricata, altrimenti vi avrei fotografato le tavole ad una, ad una. E dopo vi avrei fatto domande per vedere se eravate attenti.

Ma poi, in definitiva, perché rendervi le cose troppo facili? Dovete assolutamente cercare questo libro e dargli uno sguardo. Uno sguardo può bastare: perché Matticchio in una sola immagine condensa interi messaggi, che a parole occuperebbero mezza pagina di capoversi. E la bravura dell’artista sta nel farvi affiorare sulle labbra l’informazione, prima che arrivi alla mente.

Giusto per darvi un assaggio, agli indolenti cinefili, suggerisco di guardare i titoli di testa del film “Il mostro” di Benigni. Sono per l’appunto firmati Matticchio.



Ai pigri poetici regalo invece un’unica immagine, che vale tutto il libro, il concentrato di un popolare modo di dire: “Chi semina cultura raccoglie ricchezza”, e non è la didascalia della tavola, è la cosa più naturale che verrebbe da dire istantaneamente, dando al disegno un’occhiata, un’ unica occhiata. Vi assicuro che basta.


da "Esercizi di stilo", Franco Matticchio, pag.75

Dove la recensionista si rianima e decide che potrebbe ancora diventare qualcuno.

Ok sono pronta:

prima guardate questa foto.






Ora questa.




Ora quest’altra.




Chi è l’intruso?


Troppo difficile? Ok, cercherò di rendervi il gioco più facile.


Un attimo che mescolo le carte. Non guardate eh?


Ok, potete girarvi. Prima foto:




Adesso guardate questa:



E infine questa.




Ripeto: qual è l’intruso?

Qual è quel signore che probabilmente altro non sa fare se non contare le sue carte di credito, e l’unica penna che ha preso in mano, è quella d’oro massiccio che tiene nella tasca interna della giacca, per firmare gli assegni del suo coiffeur? Qual è quell’uomo che probabilmente passa le giornate in piscina assieme alle conigliette di Playboy mentre il maggiordomo gli legge il giornale? Qual è quell'uomo che pensate abbia più probabilmente un jet privato? 

Bravi!

Quello con la faccia da dandy, esatto! Quello con l’atteggiamento radical chic, quello con l'aria dell’uomo che i soldi non fanno la felicità, ma figuriamoci la miseria! Giusto? Quello che se gli passate davanti, solo a guardarlo vi sentite degli straccioni, nevvero?

Ebbene  quest’uomo qui (vi prego dategli un’ultima occhiata)


ha scritto qualcosa. Ma non la lista della spesa, non un racconto, non una poesia. Non l'elenco dei Picasso e dei Lichtenstein che ha in casa.

No cari miei, quest’uomo è riuscito a scrivere un libro possente, portentoso, universale, che ha un titolo altisonante come quell’altro che gli assomiglia tanto scritto da Thackeray. Ebbene questo damerino vestito di bianco, con la puzza sotto il naso, ha scritto “ IL FALO’ DELLE VANITA’ ”.





Ora, a me piacerebbe davvero parlarvi della trama, di come questo ometto  usi la penna, di quanto l’immedesimazione coi personaggi sia empatica, di quanto poco onore faccia al libro l’omonimo film di De Palma, che ha un doppiaggio che fa rimpiangere il cinema muto; di come si respiri a pieni polmoni l’atmosfera della New York anni ’80; di come fino ad oggi, fossi convinta che per leggere avvincenti gialli giudiziari fosse necessario comprare qualcosa di Grisham; di come per fortuna il libro non sia uscito nell'era degli Indignados;  di come nello spazio fra l’ascesa e la caduta di un uomo ciò che fa la vera differenza è l’ipocrisia di chi lo circonda; di come certe scene siano talmente scenografiche che pensi che mister Puzza sotto il naso sia vissuto per decenni nel Bronx; di quanto sia possibile morire dentro prima che fuori; di quanto la vergogna da sola, sia capace di muovere il mondo; di quanto il senso di colpa  sia dietro di lei a sostenerla quando nota un suo cedimento; eppure non ve ne parlerò: lascerò che sia il libro a catapultarvi in questo sublime affresco della società americana. E vi assicuro sarà un'esperienza memorabile. Da passeggiata sui carboni ardenti e brividini per la schiena.

A voi chiederò invece solo  tre minuti di raccoglimento per omaggiare il trionfo del combinato disposto tra il detto: “Le apparenze ingannano” e “L’abito non fa il monaco”.

Quindi, buffoni di tutto il mondo unitevi a me. Non tutto è perduto. Un giorno, nonostante  le nostre recensioni da “burlesque”, nonostante le nostre vite parodistiche, nonostante l’attitudine a trasformare ogni giornata in un enorme passo falso, in realtà siamo delle persone serie. Forse da vecchi scriveremo persino un libro. E un giorno tutti, ma proprio TUTTI saranno costretti a riconoscere che siamo personcine a modo. Speriamo magari mentre siamo ancora in vita come Wolfe. Che sarebbe meglio. 

Autocertificazione di sana e robusta costituzione letteraria






Salve a tutti.


Sono “Libertà per gli orsi”. Sì, il libro di Irving, proprio quello,  sono io.


Sono approdato in casa di questa tipa con la testa un po’ per aria, che in Internet pretende di farsi chiamare Noce Moscata, quando io l’avrei chiamata invece Prezzemolo, data la continuità con cui me la trovo tra i piedi e la costanza con cui ha preteso negli ultimi giorni di essere accompagnata dappertutto: dal dentista, in una stanzetta d’attesa dove la luce era talmente fioca che i miei caratteri si rifiutavano di farsi leggere; in bagno, accanto a quell’enorme pila trasandatissima di Settimane Enigmistiche che avevano le orecchie ovunque; a letto, che vabbè, tutto sommato stavo comodo, salvo quando spegneva la luce  e mi appoggiava nella parte vuota dell’alcova, dove venivo regolarmente schiacciato dal suo peso a intervalli regolari di due o tre ore; in cucina all’alba, dove mi faceva morire dal freddo, perché era talmente lenta a leggere, che rimanevo  con la stessa pagina aperta per interi quarti d’ora, non vi dico tutto quello star fermi, senza neanche una copertina addosso, che dolori mi ha procurato alla mia povera costa già provata dal tempo.


Ma non è questo il punto.


Il punto è che, siccome la qui presente Signorina Noscata, o Moscata, insomma quello che è, ha avuto l’ardire di violentare la mia privacy, prendendomi dalla biblioteca in una bella giornata di Dicembre, e privandomi della mia routine quotidiana, fatta di partite a tressette con i miei vicini, passeggiate negli scaffali adiacenti, pennichelle omeriche nella quiete di silenziosi pomeriggi solatii, ho deciso di approfittarne e di farle scrivere questa dichiarazione in mia vece.


Non crediate sia stato facile. Questa tipa stramba è più cocciuta di un asino. Perché è ovvio che io non so parlare,  però con l’alfabeto Morse sono un campione. Ma vallo a spiegare a questa capra, che ogni pagina aperta a caso da lei, e volutamente da me, corrispondeva a una precisa lettera dell’alfabeto? Ci abbiamo messo un’intera settimana solo per riuscire a intenderci.


Quindi, bando alle ciance. Quello che vorrei dire al mondo, di cui fa parte anche l’esponente umano di cui mi son servito, è questo. È inutile che diciate che sono un libro totalmente differente da quelli che il mio caro papà  John ha scritto in età matura. Vorrei ricordarvi che sono stata la sua prima creazione letteraria, e grande fu la delusione quando non ebbi il giusto successo. Certo, lo stile era un po’ acerbo. Ma anche questa capra Moscatizia o Moscatella si è accorta che il genio era già li, in attesa di dispiegare le ali.


In fondo, allora mio padre aveva solo 26 anni, età in cui il talento se lo si ha, è già ben visibile, ma manca ancora l’esperienza per poter afferrarne il colore. E il colore è venuto dopo. Ma quello su cui voglio che vi soffermiate, è il John in potenza che si cela dietro le mie pagine. Ok, la storia non è né ricca e commovente come quella di mio nipote Owen, o di mio cugino Garp, e neppure tanto ben architettata, ma avete fatto caso alla lingua? Quanto maledettamente articolata è? Quante sfumature di ironia e di profondità lessicale è capace di partorire mio padre? Un genio, un fottutissimo genio (si può dire fottutissimo in Internet?).


Per cui, cari esponenti bipedi dei miei paragrafi, vedete di giudicare l’opera per quello che è. Un’embrione di perfezione, che va apprezzato per ciò che il mio paparino sarebbe riuscito a dare in seguito, per la sua lampante capacità innata di dotare qualsiasi cosa racconti, di una morale profonda che pervade la mente.


Poi certo, bizzarra quest’idea di raccontare di un giovanotto scapestrato e folle (mi ricorda quasi questa zucca spettinata che sta scrivendo) che decide di liberare gli animali di uno zoo. Ma allora mio padre era giovane e le sue idee erano estrose quanto la sua età.


Quindi acerbo o meno, prolisso magari un po’ qui e un po’ là, dalla struttura binaria come quello di una doppia pista di idee, cosa tipica dei talenti, io sono comunque un manifesto di  brillante fantasia (io volevo dire “acuminata brillantezza” ma la signorina So tutto io mi ha detto che “brillante fantasia” rende meglio).


Così, siccome ho saputo che voi misurate le cose a stelline (che razza di metodo cretino, non potreste limitarvi a dire, bello, brutto, discreto, orripilante?), mi auto-promuovo portatore di tre stelline e tre quarti. Avrei detto quattro, ma la cialtrona che scrive dice che non ci si puo’ promuovere da soli, perciò ci siamo accordati sulle tre stelline e tre quarti. 


Vi saluto lettori di tutto il mondo. Seeee, vabbè ho esagerato. 


Vi saluto sparuti lettori, manipolo di screanzati, ultimi di una stirpe infame, che leggete Noce Mostarda (ahahah, sono burbero in superficie, ma scherzoso dentro). E ricordatevi che io sono fascinoso e brioso nonostante l’immaturità. Ah sì, e che ho anche una copertina molto animalista, perciò sono comunque al passo coi tempi.


Cià.







* Di Irving ho letto anche:


- Preghiera per un amico;
- Il mondo secondo Garp;

Un dipinto a olio in formato digitale






Ci sono libri che ricordano quei pomeriggi invernali in cui guardi la città piovosa, attraverso i vetri della finestra. Guardi le strade, e la gente ti sembra diversa. Uguale nella loro destinazione, ma diversa nel modo di sentire che le attribuisci. Il tutto mentre sorseggi il tuo caffè, con le gambe calde dal contatto col termosifone.

Irène  Némirovsky  ci regala uno spaccato di mondo eterogeneo e completo, attraverso le parole del suo romanzo, che  noi beatamente leggiamo nel calduccio dei nostri letti prima di addormentarci.

Il trionfo di questo romanzo, non è guardare il mondo da un oblò, ma avere la certezza che  è rappresentato veramente tutto il mondo, tutte le sfumature possibili dell'umanità.

La distanza storica dal momento in cui viene scritto un libro, a volte ci rende incapaci di capire a pieno il contesto e le ragioni che muovono lo scrittore a volerne lasciare un ricordo; distanza che qua viene completamente annullata dalla sapiente mano di un'autrice estremamente lucida, se si tiene conto che scrisse quest'opera, nel momento stesso in cui viveva i drammi di cui tutti sappiamo l'entità.. e il finale soprattutto.

Non è a caso il rimando nel titolo alle Suite di Bach.

La Némirovsky   concepisce fin dall'inizio il suo romanzo in termini di sinfonia musicale. Un ciclo sinfonico, il cui tema conduttore e collegamento, è l'eterno contrasto tra vincitori e vinti, ma ciascun “movimento”, che sia una fuga, che sia un allegro, che sia un andante,  è dominato da una ricchezza espressiva senza pari, con una modulazione cromatica delle virtù e dei difetti, che rimanda senza sforzo ad altri personaggi, ad altre storie, ad altri drammi, e non per questo incoerente o contraddittorio.  Pur vivendo la storia nel momento in cui la scrive, la scrittrice ne prende le distanze, e spiega le brutture della sua epoca, non attraverso descrizioni accurate di quanto succede veramente, ma attraverso il contrasto, facendoci capire esattamente come mai il buio si spiega con la luce e viceversa.

Il tema è tristemente noto, la Guerra, la sconvolgente Seconda Guerra Mondiale.

Ma ciò che c'è di veramente impressionante in questo libro, sono le pennellate che dipingono ad uno ad uno i personaggi di questa storia e di questa epoca, così lontani da noi nel tempo, ma estremamente vicini nell'esternazione di sentimenti che ci identificano e caratterizzano da sempre, e che tutti conosciamo, dal più abietto al più limpido e puro.

È un oceano di piccoli e grandi storie, puntellate da vergognose cadute in nome dei pregiudizi, e da elevazioni spirituali mosse a volte, solo dalla dignità. Non c'è attualità e non c'è storia.. è un unico grande movimento che ci accomuna tutti, sia coloro che sono stati immortalati attraverso la penna dell'autrice, sia coloro che leggono e che si ritrovano non in uno ma in tutti i personaggi.

Sarebbe bello pensare che il finale di questo romanzo, sia un finale aperto, e non un'opera incompiuta perché la scrittrice è stata deportata.

Eppure un finale c'è. Glielo attribuiamo noi, continuando a pensarci dopo che abbiamo chiuso il libro, e glielo attribuisce l'appendice finale, in cui vengono trascritte la corrispondenza epistolare della Némirovsky  , dei suoi familiari e amici, e i suoi appunti a cornice del manoscritto.

Appunti bellissimi, che valgono quanto il libro, e ci illuminano su quanto lavoro ci sia dietro un manoscritto di questo genere, e quanta passione ci sia dietro la professione di uno scrittore che sia all'altezza dell'etichetta.

Sul come un guardiaboschi produca più bellezza di un letterato dalle mani fini.




Gunner Huttunen è un mugnaio. Non si sa da dove viene, ma si sa che nei lavori manuali è bravo.


Non si sa cosa gli passa per la testa, ma si sa che quando è felice imita gli animali della foresta,  quando invece è triste e si sente oppresso ulula.


Queste poche caratteristiche sono sufficienti perché il paesino bigotto in cui vive, lo tacci di pazzia.


Adesso per un attimo estraniamoci dalla storia. 


Paasilinna è finlandese. Se per caso pensate di trovarvi davanti, un uomo dagli occhi di ghiaccio, dallo stile freddo e pacato, e dall'umorismo assente vi sbagliate di grosso. Paasilinna è un ex poeta, un ex giornalista, ma anche un ex guardiaboschi. E in questo racconto si vede, eccome se si vede!


Per fare questo romanzo Arto credo abbia mischiato i seguenti ingredienti:


-le inquadrature panoramiche della casa nella prateria (vi ricordate il telefilm? Quello!)


-Il manuale delle Giovani Marmotte, livello esperti


-4 manciate di tenerezza


-3 sporte di umorismo  


-2 spruzzate dell'umanità dei discorsi di Don Camillo con Gesù


-1 cucchiaio e mezzo della solitudine dell'Uomo Tigre


-l'ultima inquadratura di una qualsiasi puntata di Walker Texas Ranger, dove campeggia il lieto fine e viene dato largo consenso alla speranza (togliete però la parte in cui la certezza che i buoni vincono sui cattivi ha il sapore stucchevole e nauseabondo).


Mettete nel mixer il tutto e voilà: Il mugnaio urlante.


Ultimo ingrediente, ma non per importanza, è la morale, come giustamente ci si aspetta in un racconto scritto come dio comanda. I cattivi in questo libro sono l'ignoranza, la stupidità e l'ipocrisia della massa uniforme. Massa ancor più solidale quando si tratta di dar la caccia alle streghe; in nuce la morale rimanda a una frase di Basaglia:


«Voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire. »


E aggiungerei.. Specialmente quando il confine tra pregiudizio e reale malattia/insanità/invalidità sfuma dentro la mediocrità di chi attribuisce l'etichetta di “folle”.




*Di Paasilinna ho letto anche:


- L'anno della lepre;

Attenzione: non c’è niente di evocativo in questa recensione




Ebbè, cosa volete che vi dica: L’unica ragione per cui spero che Murakami scriva sempre meno, è che non so più cosa inventarmi nelle recensioni per farvi capire quanto è bravo.
                    
Mi resta soltanto elencare i motivi per cui non lo posso tollerare.

Ad esempio: non lo tollero, perché ha uno stile Elementare. Mette tutti i pensierini in fila, e li trascrive secondo una logica che più sequenziale di così si muore. E riesce comunque a coinvolgerti. Eppure, quando io faccio la stessa cosa, l’unico risultato che ottengo, sono file di frasucce che al massimo potrebbero essere inserite nei manuali di Basic English per italiani molto cocciuti. E il contenuto sarebbe comunque inferiore a quello di The pen is on the table.

Non tollero il fatto che, se in un altro libro leGgessi lo stesso concetto ripetuto per più di 2 volte, taccerei immediatamente l’autore di essere prolisso e privo di fantasia, boicotterei tutti i forum in cui lo si esalta con volgari interventi da troll, e scriverei parolacce sulla sua pagina facebook. Mentre quando vedo la stessa cosa in un libro di Murakami, guardo e soppeso il concetto con aria compiaciuta, perché l’effetto è lo stesso che mi farebbe un caro amico che non vedo da tanto tempo, e prendendomi sottobraccio mi dicesse “Allora, dov’eravamo rimasti? Ah sì, a quella volta che..”

Non tollero quei suoi personaggi, che mi ricordano altri suoi personaGgi che sembrano uguali e invece non lo sono.  Come se appartenessero tutti alla stessa tipologia, ma si divertissero a scambiarsi vestiti e accessori, e sfilassero davanti a me dicendomi leziosamente: “E con questo come sto?”.

Dannazione, state tutti maledettamente bene!!

Non tollero quellE sue similitudini che sono talmente ovvie che potremmo pensarle tutti, eppure non le pensiamo.  Che so , se qualcuno mi chiedesse di fare una metafora con la parola “moquette”, al massimo potrei dire: “La moquette era talmente verde che manco la vallata di window 95!”.

Invece se chiedi la stessa cosa a Murakami, lui pacifico risponde: “La moqueTte era fitta e morbida come il muschio antico di un’isola dell’estremo Nord”. Facile e poetica. Eppure cacchio! A me manco sotto tortura sarebbe venuta in mente.

Non tollero quel senso di solitudine interiore dei suoi personaggi, che è talmente forte che dovrebbe deprimere e svuotarti. E invece no! Ci sguazzi dentro portandoti dietro la paperella di gomma, e tra schizzi e bolle di inadeguatezza esistenziale, ti godi persino la spensierata condivisione di pEnsieri suicidi (elemento per il quale Murakami, insieme a quello delle orecchie e della cucina italiana, diciamoci la verità, mostra una spiccata propensione).

Non sopporto quelle sue scene di sesso talmente asciutte e ospedaliere che a confronto, la lettura di una cartella clinica da parte di un ginecologo in età da pensione, sembrerebbe più erotica. Eppure sono così perfettamente incastonate in contesti suggestivi e rarefatti, che pur leggendole col soppracciglio alzato, non si potrebbe immaginarle descritte in aLtra maniera, se non così.

Ma infine sapete cosa non sopporto soprattutto?
Che certi assiomi non siano assOluti diamine!!!

Perché mentre Murakami può dire “Scrivo quindi sono”, io sono costretta a dire “Leggo Murakami, quindi godo”. !!

E allora benedetto uomo, scrivi, scrivi anche mentre dormi!! Che qualcosa per la prossima recensione ci inventeremo.


* Di Murakami ho letto anche: