Di pamphlet non richiesti e di sensazioni agrodolci

A volte raggiungo i minimi storici dei pensieri, quelli per cui mi ricordo che non mi piace assolutamente sentirmi in dovere di fare qualcosa. Bella scoperta. A nessuno piace.

Ieri parlavo col fidanzato di cosa ci piacerebbe fare quando staremo insieme. Abbiamo costruito minuziosamente le nostre vacanze  e i nostri giorni quotidiani per circa due ore. Siamo bravissimi anche a considerare gli ostacoli e a sventarli con mosse da supereroi. Abbiamo un sacco di fantasia. Soprattutto lui. Spesso gli lascio più spazio, perché nel campo delle ipotesi,  dove il suo “io” è allo scoperto solo in modo condizionale, mostra senza imbarazzo quel lato romantico che tenta di nascondere quando parla al presente.

Al di là della fantasia, delle congetture e dei sogni ad occhi aperti, siamo però due esseri umani. Diversi e imperfetti.

E ci vogliono giorni di musi e di rabbonimenti a rate, per superare i nostri lati più oscuri quando vengono a galla. I professionisti del lieto fine direbbero che stiamo insieme per i nostri lati positivi, quelli per cui all’inizio ci siamo scelti e innamorati.  Una cazzata galattica. Proprio volendola considerare, la successione casomai  è inversa. Ci siamo innamorati e quindi scelti.

La verità è che stiamo insieme anche per i nostri difetti e per le nostre mancanze, e perché ci conosciamo abbastanza  a fondo, da poter dire che non siamo solo quello. Perché sappiamo chi c’è dietro un broncio ingiustificato, o dietro un telefono riattaccato in malo modo.  Tra noi è tutto gratuito e spontaneo.  Divergenze d’opinioni e arrabbiature incluse.

Non esiste il dovere di fare buon viso a cattivo gioco, esiste casomai il voler superare la distanza per trovare un accordo tra umori, giornate e vite diverse. Non c’è il dovere di essere presenti, c’è la fiducia di soprassedere all’assenza dell’altro perché sappiamo o immaginiamo qual è l’impedimento che ne ostacola la presenza.

Non siamo perfetti e neanche bellissimi agli occhi del mondo. O meglio, siamo belli solo l’uno per l’altro, ma  insieme,  toh guarda, diventiamo graziosi, simpatici e gaudenti anche per il resto dell'universo.

Questione di equilibrio e di sostanza (se c’è il sentimento si va dove si vuole), raro in amore come in amicizia. E infatti: di fidanzato ne ho uno, e di amici pochissimi. Insieme al fidanzato, le mie amicizie non arrivano a coprire tutte le dita di una mano. Tutto il resto è acqua che scivola addosso. Può dare una rinfrescata, ma sotto il sole dei rapporti autentici, s’asciuga subito. A volte, addirittura lascia la pelle secca.

Difficile indovinare una persona al primo sguardo, alla prima chiacchierata. Facilissimo scambiare l’empatia per qualcosa di solido. Ancora più difficile accettare le persone per quello che sono, amandole lo stesso. Scontatissimo poi che il 99% della gente si limiti a criticare la prima ombra e  a pretendere che venga cancellata insieme alla snaturalizzazione del rapporto. Sono intermezzi estivi di persone che ti vogliono solare e disponibile sempre, anche nei nove mesi restanti. Considerazioni ovvie, che mi fanno apprezzare l’ermetica chiusura a ghigliottina deicompartimenti stagni, e il fruscio gradevole di quando si volta pagina. Sensazioni agrodolci che tornano con la stessa frequenza del ciclo mensile. E che mi fanno venire una gran fame. 



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Cipolle in agrodolce

Ingredienti:

- 250g di cipolle
- 25g di burro
- due cucchiai di zucchero
- 50ml di aceto balsamico, o di aceto di vino bianco (io ho provato tutt’e due le versioni e ho capito che preferisco quella con l’aceto balsamico)
- alloro
- chiodi di garofano (facoltativi)

Preparazione:

Sbucciate le cipolle e affettatele  ma non troppo finemente. Sciogliete in una padella antiaderente il burro con lo zucchero. Versate nella padella le cipolle e fatele rosolare per cinque minuti, dopo aggiungete l’aceto, l’alloro e i chiodi di garofano, coprite col coperchio e abbassate il fuoco al minimo. Lasciate le cipolle a cuocere almeno per una mezz’ora.  Spegnete solo quando vedete che sono appassite per bene.
Voilà, sedetevi a tavola, e riconsiderate le vostre conoscenze alla luce della metafora gastronomica che avete appena preparato.


la  mia ciotolina per le salse è quasi più bella delle cipolle :D

5 commenti:

  1. Io.
    Si impara a tre anni circa. Io.
    L'affermazione di sè comincia con una sillaba.
    E se siamo così bravi da dribblare facili ritorni di egocentrismo primario, ad un certo punto capiamo questo.
    Che ci devono amare per quello che siamo.

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    1. Pensavo di aver scritto un post un po' fuorviante, invece la tua risposta mi conforta. Esatto: io. O così o pomì. Grazie :)

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  2. Poi, a vedere il tutto a 360 gradi, pure gli altri puntano all'io. E quindi come si mette il tutto? I passi devono essere coordinati. Insomma, se tu vai avanti col destro, io vado indietro col sinistro: così può andare, in ogni cosa.

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  3. Poi, a vederla a 360 gradi, pure gli altri nel rifiutarti puntano all'io, ma al loro. Non sei come vogliono. In tutti i rapporti è questione di coordinamento: se tu vieni avanti col piede destro, io vado indietro col sinistro. Così può andare, in tutte le cose. A meno che il passo sia così complicato da non rendere possibile alcuna mossa di rimando (e lì ci sono i problemi insormontabili, va bene).

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    1. Spesso e volentieri alla gente sfugge proprio il senso musicale del rapporto. Il passo di danza che serve a coordinare i movimenti all'unisono. Proprio come dici tu.

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