Considerate il cielo



In Stirpe il cielo era  semplice. La perfezione fine a se stessa.Oppure aveva  la luminosità atrocissima di quel firmamento che sorprendentemente si teneva sospeso sopra tutti, anche sopra quella scheggia di mondo tormentato.

In Stirpe ci si concentrava sulla quantità di dolore che travolge la famiglia Chironi. Una quantità inaspettata  che un cielo umorale riversava sul piccolo microcosmo sardo. A voler sminuire il disegno complessivo, soprattutto non ci si capacitava della quantità di sfiga che questa famiglia avrebbe potuto e dovuto tollerare. E quasi risultava insopportabile che un cielo così meschino stesse lì a guardare.

Ma Nel tempo di mezzo  fotografa un altro cielo. Un cielo che ti costringe a cambiare prospettiva e ad avvicinare lo sguardo passando dall’affresco al ritratto. Ed è soprattutto un cielo più complesso.

Più rugoso e scuro della crosta di una torbiera. Un cielo impossibile, puzzolente fino alla nausea come la pelle di un pachiderma.  […] Sembra il primo cielo della Terra. Un cielo che è anche impietosamente bello, di una bellezza semplice e totale, come il sorriso di una sposa, come l’orgoglio del ragazzo che scopre di essere uomo, come lo sguardo di chi si ama.


Come più complessa è anche la storia dei Chironi; non si guarda più alla quantità, ma alla qualità del dolore che si abbatte su di loro. Perché poi la trama è prevedibile, ripete quella di Stirpe come quella di molte altre storie e di molti altri libri. C’è sempre la morte, c’è sempre l’amore, c’è sempre l’odio, e c’è sempre il dolore che abbruttisce. È il tono che cambia. Il tono del Fois di Stirpe era un tono novellistico, il tono di chi ti introduce a una storia a puntate, il tono di chi prima deve fare il punto della situazione, altrimenti dopo non capisci come va a finire realmente. Il tono del Fois di mezzo è il tono del narratore perso nella sua narrazione, quello che non bada più all’ascoltatore, ma alla sua voce. Quello che mentre racconta scava dentro se stesso e si ascolta, ed esita, si ferma, ritratta, cerca le parole adatte, torna indietro, ricomincia, e ciò che ne vien fuori è quasi un esercizio di stile, una cosa pensata e masticata lungamente. E così Fois da semplice narratore, diventa menestrello, cantastorie di tradizioni che sembrerebbero poter essere raccontate solo oralmente, e invece lui ne scrive lo spartito e ti insegna  a leggerlo.

Godere di questo libro senza aver letto Stirpe, è sicuramente possibile; ma ammazza il messaggio. È in Stirpe che viene modellata la pasta. Poi essa lievita da sola, senza che né noi , né Fois si faccia niente.  È proprio in quel tempo sospeso che si compie il miracolo, in quel tempo di mezzo tra il momento in cui viene modellata la pasta e quello in cui viene infornata  finalmente finita e con una forma precisa. 

Sembra passare veloce, ma è un tempo lunghissimo, un tempo che ti dà sempre modo di guardare il cielo e di dargli un senso.

2 commenti:

  1. "Dall'affresco al ritratto"
    Efficace e forte come sempre.

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  2. La capacità di farci apprezzare un 'opera senza conoscerla, incuriosendoci con parole , secche, precise , affilate e umorali.... Bravissima!

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