Perché io l'attesa, prima la cucino e poi me la mangio

Negli ultimi anni mi sono scoperta fan della parola “attesa”.

Mi spiego: anche a voi di sicuro, sarà capitato leggendo qualsiasi cosa, dal romanzetto estivo al Codice Civile, di soffermarvi su un passo che cattura la vostra attenzione. Magari qualcuno ve lo siete trascritto, e lo portate nel portafoglio insieme alle foto del vostro fidanzato, marito, figli. O forse lo avete semplicemente trascritto su un pezzo di carta a quadretti e ogni tanto rispunta dal cassetto della scrivania mentre cercate la tessera sanitaria o l’ultima dichiarazione dei redditi.

Ecco: io che sono consapevole della mia distrazione e allo stesso tempo mi lascio colpire anche da innocui puntini di sospensione a seconda di come vengono usati, trascrivo tutto sul computer, e ultimamente ci ho anche costruito sopra una sorta di bloggarello, giusto per scongiurare l’ipotesi neanche troppo improbabile, che l'hard disk improvvisamente mi abbandoni al mio destino.

Rileggendo le frasi che ho salvato ultimamente, mi sono resa conto che tantissime riguardano lo spinoso momento dell’attesa. Spinoso perché è un termine voltagabbana e insidiosamente ambivalente come del resto molti altri termini: “digestione”, “scherzo”, “amore”, eccetera: liberatorio, se breve e si arriva presto a chiudere il cerchio, snervante, se troppo lungo e senza luce in fondo al tunnel.

Così, mi è venuta da pensare una cosa mica tanto originale. E cioè che è da 34 anni che la mia vita è fatta di attese: l’attesa di finire gli studi, l’attesa di rivedere la persona amata, l’attesa di trovare un lavoro, l’attesa che i capelli diventino lunghi, l’attesa di avere un futuro certo, e via dicendo.

Però mi sono anche resa conto che la mia attesa ha un’eredità italica tutta particolare: come l’italiano medio riesce a dare del suo meglio quando è immerso nella cacca fino al collo, ed ex abrupto tira fuori un’insospettabile attitudine nell’arte di arrangiarsi, anche io nelle mie attese divento freneticamente produttiva. Il problema è che, nell’arco del tempo, l’ago della bilancia si sta spostando in modo iniquo. Se prima facevo cose di piccolo medio impegno per ingannare attese lunghe, che so, lavoretti cretini mentre finivo di studiare, corsi trimestrali di qualsiasi cosa nell’attesa del Principe azzurro, studiare in attesa di smaltire l’ultima delusione amorosa, adesso faccio cose ancora più piccole per attese sempre più lunghe.

Allo stato attuale signori miei, la situazione è quindi questa: nell’attesa di capire chi sono e perché occupo un posto al mondo rubandolo forse a qualcuno sicuramente migliore di me, mi sono ridotta a scattare qualche foto, scrivere qualche post per far finta di essere una persona intelligente, leggere cose che si accumulano nella mia mente senza uno sfogo proficuo, e altre cosucce che mi impegnano poco e mi distraggono meno di quanto vorrei. E vi dico un’altra cosa: quella storia che con la vecchiaia si affina la pazienza è una balla colossale. Se prima le attese mi snervavano, adesso mi sfibrano, mi logorano e mi innervosiscono come fossi perennemente in fase pre-mestruale (per la gioia immensa del mio fidanzatuccio). E così, anche le mie distrazioni sono a tempo determinato, una cinquantina di foto per una sessione di scatti, post che si possano leggere nel tempo massimo di dieci minuti, e poi via che si ritorna a far galoppare l’immaginazione in un vortice di pensieri torvi mentre mi torturo i capelli davanti alla finestra.

Ma ritornando alla storia delle frasi che salvo nel computer, ve ne incollo per comodità un paio, che ci riporta finalmente allo scopo di questo post mezzo delirante.

Una è questa, che racchiude in pochissime righe quello che ho cercato di spiegarvi fino ad adesso:

Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. […] Io non so aspettare e non voglio farlo, nell’attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi. [Lo spazio bianco], Valerio Parrella

L’altra è questa che si sofferma invece, su un modo a me molto caro per ingannare l’agonia del tempo che scorre.

Mi ricordavo di aver letto da qualche parte, molto tempo prima, la storia di un uomo che stava aspettando qualcosa, e non faceva altro che mangiare. Dopo averci riflettuto a lungo, finalmente mi venne in mente che si trattava di un libro di Hemingway, Addio alle armi. Il protagonista (di cui non rammentavo il nome) era riuscito a passare la frontiera italiana in barca, e aveva infine raggiunto una piccola città della Svizzera, dove attendeva che la moglie partorisse. Nel frattempo entrava in continuazione nel caffè di fronte a bere e a mangiare qualcosa. Non mi ricordavo quasi la trama del libro, tutto ciò che mi tornava in mente era quel passaggio verso la fine, in cui il protagonista in un paese straniero, aspettava che la moglie partorisse, mangiando di continuo. Se quella scena mi era rimasta impressa tanto bene nella memoria, era perché vi avevo sentito un forte realismo. Il fatto che a uno in quelle circostanze venisse un appetito straordinario mi sembrava letteralmente più credibile, più verosimile che non il contrario, non riuscire a mangiare niente per l’apprensione. [L’uccello che girava le viti del mondo], Haruki Murakami



Mangiare, mangiare a quattro palmenti è uno dei migliori modi che io conosca per spiazzare il tempo e me stessa. Ma anche per abbattere il mio corpo a suon di Magnesie Bisurate. Ecco perché, negli anni ho capito che l’alternativa migliore era, ed è, cucinare. Vi assicuro che è ancora meglio di mangiare: rilassa, richiede una certa dose di concentrazione, è una gioia per gli occhi, crea flussi circolari di pensieri che vanno di pari passo con la direzione del mestolo, e soprattutto dà una grande soddisfazione ogni volta che la ricetta viene come la vedete nella spettacolare foto del ricettario.


Ecco perché vi ho inchiodato qui, in quest’angusto angolino a chiacchierare delle mie ansie esistenziali: per dirvi che oggi era un giorno di attesa, di affetti che vorrei vicino e che oggi saranno meno lontani, e che nel frattempo che aspettavo ho preparato una mousse di pomodori rossi, un antipasto freddo delizioso, dove i crostini di pane diventano ciliegie perché uno tira l’altro. E in perfetta sincronia con quanto detto poc’anzi, serve a ingannare l’attesa. Del primo. Ma anche del secondo volendo.

                                                   ************************


Mousse fredda di pomodori rossi



Ingredienti:

- 8 pomodori rossi

- 100 g. di maionese

- 200 ml di panna

- 1 vasetto di yogurt bianco

- 1 spicchio d’aglio (mezzo spicchio se l’aglio è molto grande)

- ½ cipolla (1/4 se state utilizzando una cipolla grande)

- qualche ciuffetto di basilico (vi servirà solo per la decorazione)

- sale, pepe

                                                                  *****************


Procedimento:



- Lavate i pomodori, sbollentateli, spellateli, privateli dei semi, salateli e capovolgeteli perché perdano un po’ l’acqua di vegetazione.


- Passateli al mixer insieme alla mezza cipolla e allo spicchio d’aglio.

- Raccogliete il ricavato in un recipiente e incorporate delicatamente la maionese, poi lo yogurt e la panna. Aggiustate di sale e di pepe (non esagerate col pepe).

- Versate la mousse in due coppe, e mettetele in frigo almeno un paio d’ore prima di servirle.

- Servite la mousse nei punti strategici della vostra tavola affinché i commensali si ingozzino, accompagnata da crostini di pane nella quantità che preferite. Mettete i ciuffetti di basilico in pose lascive sopra le coppette e il gioco è fatto. L’antipasto pure.

N.B. NON siate generosi con l’aglio e la cipolla. In questa mousse i due ingredienti famosi per essere i nemici namber uan del romanticismo, si sentono subito. Quindi meglio aggiungere alla fine casomai, piuttosto che pentirvi di aver creato degli strumenti ammazza vampiri. Il risultato è un contrasto tra l’acidulo dello yogurt, il piccante del mix aglio/cipolla e la dolcezza della maionese/panna. Potrebbe sembrare una combo micidiale, invece è di un delicato incredibile. Provare e mangiare per credere. E cosa da non trascurare è una gran gioia per gli occhi.






5 commenti:

  1. E' la seconda volta che passo da te stamattina. Ritorno per memorizzare il nome dell'autore che appare nell'ultimo post del tuo blog-taccuino. Mi piace molto.
    Quanto all'attesa... io ho smesso da molto di ingannarla e vivo molto meglio.
    p.s.
    attendo però sempre con piacere i tuoi post.:)
    Ciao!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ATTENDO spasmodicamente il giorno in cui imparerò a farlo anche io.

      I miei post hanno un tenore molto meno elevato dei tuoi, perciò tu nell'attesa dei miei, leggiti pure Fois; sa usare così bene la penna per descrivere cose, sensazioni, immagini, che se fosse un pittore, sono sicura potrebbe rientrare tra i tuoi eleganti post. E non sfigurerebbe! :)

      E giusto per rimanere in tema, anche lui ha scritto una cosa sull'attesa bellissima:

      "Ti aspetterò. In piedi sulla soglia.

      Accompagnato dalla feroce determinazione che mi ansima di fianco. Ma questa circostanza, questo aspettarti, affastella danni su danni. Dolori progressivi, per tutto quello che avrei potuto dirti e non ti ho mai detto. Per tutte le volte che ho scambiato per complessità la fragilità dei tuoi pensieri. Qui ti aspetto. In piedi. Con la calma del pittore invaghito delle minuzie febbrili del tratto, il nervo ritorto del canestro, il piumaggio bianco del riflesso. Che questa è opera d’una massaia che ha sprimacciato il ghiaccio come un soffice cuscino per fachiri. E ha battuto lenzuola e tappeti esposti al mezzogiorno, bianchi come una risata. Ti aspetto, certo. Ho in programma di dare un senso a quel ribollire di pignatta, a quella schiuma cristallina, a quel vapore turbolento. Ho intenzione di arrendermi a quel caos, ma non senza combattere. In piedi, sulla soglia, come a spiare la sposa emozionata, che conta i tintinnii al suo brindisi di nozze, quando ogni mano è un calice levato, quando ogni felicità sembra possibile. Prima di rientrare nel quadro incerto del domani, prima di lasciarsi rapire dall’imboscata del bacio mattutino. Prima che ogni aspettativa sia definitivamente violata dalla vita. E quanti e quali pensieri produca questa violazione non è dato saperlo, ché rimpianto, solitudine, felicità, amore, amore, sono nient’altro che colpi di luce e ombra di una natura troppo viva per bastare a se stessa, e già morta sulla tela. Qui c’è solo un’assurda resa di fronte a un destino in fieri che non ha un nome e, se mai l’avesse, non sarebbe nominabile. Il mistero del riflesso, il contrasto fra dicibile e indicibile… "

      [Stirpe], Marcello Fois, (Ed. Einaudi Tascabili), Pag. 231

      Elimina
  2. che bel post che hai scritto!
    ... mi ripetono spesso che non sono capace di aspettare...ed è vero...
    hai ragione cucinare è un fantastico modo per ammazzare l'attesa!
    :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E poi cucinare se da una parte ci salva dall'impazienza, è anche l'unica cosa per cui abbiamo pazienza senza lagnarci :D

      Elimina
  3. Cucinare è una cosa che mi irrita. Ma proprio tanto. Spendo un patrimonio in pizze e cene fuori, e una volta a settimana passo dalla nonna. In cambio le faccio compagnia. Poi lei mi piazza sotto il naso Famiglia Cristiana e vuole che legga, ma io sopporto e intanto digerisco il pasto a scrocco.

    Però adoro guardare chi cucina, purché lo faccia in modo appassionato, soprattutto se si tratta di dolci. Il mucchietto di farina a vulcano con il rosso d'uovo in mezzo è da urlo, il profumo delle fecola inebriante, leccare il mestolo alla fine non si può descrivere.

    E amo le lune e i musi lunghi di quando il dolce non riesce.

    E' colpa del forno!
    Era la farina, dovevo prenderla 00 !
    Lo sapevo che queste mele non vanno bene!

    E io rido. E se proprio non è tutto carbonizzato, mangio.


    RispondiElimina