Leo ed Henri culo e camicia




Nonostante questo libro continui a non piacermi un granché, ci sono validi motivi per leggerlo, oltre naturalmente al fatto che la vostra amica Noce Moscata l’abbia letto e quindi anche voi vorrete fare altrettanto. (vero?)

A) Stilisticamente parlando, Tolstoj avrebbe scritto bene anche col delirium tremens o con una pistola puntata alla testa.

B) Inizia con una normale e casuale conversazione in treno. Normale un par de palle. L’ultima volta che ho preso il treno (era quello Fiumicino-Roma), se fossi salita, con addosso solo Chanel N.5° e avessi lanciato in mezzo al vagone una bomba al fosforo bianco, per poi dileguarmi senza fretta, facendo ondeggiare le mie  guerrafondaie chiappette tra le macerie, i sopravvissuti mai e poi mai avrebbero potuto descrivermi, dato che TUTTI eccetto la sottoscritta, per TUTTO il viaggio hanno trafficato intensamente sui loro palmari, tìcchetìcchetìcchetàc, portatili, tìcchetìcchetìcchetàc, iPad, tìcchetìcchetìcchetàc, iPod, iMiei cojoni, senza mai alzare, e dico mai, il loro intelligente sguardo ad altezza conversazione normale. Insomma una scena che già ai vostri cugini più piccoli sembrerà antidiluviana. Di sicuro irrealizzabile al giorno d’oggi, a meno che non paghiate sottobanco il controllore per scambiare quattro paroline mentre vi chiede il biglietto.
Quindi, è un’opera da tenere a portata di mano insieme ai gettoni per la cabina telefonica, alle audiocassette e al Bravo della Piaggio, per sorprendere  i vostri nipoti con reperti paleolitici.

C) Tolstoj è una persona seria. Se la terza età di oggi, ripensando alla dissolutezza di certi errori giovanili, espia le proprie colpe, piantando ravanelli in giardino, Tolstoj no. Tolstoj ci pensa così tanto che sente il bisogno di purgare le proprie colpe, sviscerandole fino a trovarne l’origine, scrivendole (ma mica così, tanto per non dimenticare qualche punto, no no, lui fa le cose come dio comanda) e cercandone la soluzione.

Il problema è che Tolstoj s’è fatto un po’ prendere la mano. Un po’ l’ascetismo, un po’ l’arteriosclerosi, ha iniziato bene e a finito per scantonare. Alla fine della fiera, il quadretto che riesce a dipingere in un centinaio di pagine non so se faccia più ridere o piangere. A quanto pare la vita dell’uomo è dominata più che da un bio ritmo, da un appetito sessuale inestinguibile. I ragazzi perché sò ragazzi, le ragazze peggio: passano da uno stadio di innocenza imbecille, ove sognano principi azzurri e cavalli bianchi, ma vengono immediatamente instradate dalle madri (tutte figlie di buona donna) verso un’ipocrita rettitudine, e saltano dunque con balzo felino e per niente ingenuo,  allo stadio di meretrici navigate,  che altro scopo non hanno che quello di accalappiare il partito migliore. Quindi si sposano. I coniugi sono bene o male entrambi soddisfatti. Lui perché ha carne fresca a disposizione, lei perché domina lo sposo attraverso il sesso. Ma c’è anche l’ora della ricreazione: i figli. Unico motivo che riesce temporaneamente a distrarre gli sposi (già non più tanto felici), ma non a frenare la vanità dei genitori che cercano di educarli per farne dello loro copie. E si ricomincia daccapo. La soluzione? Tolstoj la spiega in lungo e in largo. L’astinenza più totale. Ma non in forma di cintura di castità e unguenti urticanti sul pipino, ma proprio come modo di pensare. Il fondo di verità c’è eccome, però Tolstoj ne ha fatto praticamente una malattia. Va bene che era tormentato dai suoi sbagli, va bene che sentiva così tanto le pastoie della società russa dell’epoca, che doveva per forza, per purificare se stesso e noi (perché Leo era pure altruista), trovare un causa e una soluzione che ci portasse alla redenzione. E così, sfruttando la sua bravura tecnica ha utilizzato il rapporto lettore-autore per indottrinare il pubblico, sperando che le sue idee Ratzingeriane attecchissero. Lodevole il suo tentativo, però alla fine sempre di idee esacerbate si tratta. E alla fine quando chiudi il libro, lo vedi che sulle ginocchia è rimasto l’alone di delirio. E mica ti si leva facilmente eh! Perché di logica, a dispetto delle idee radicali, in questo piccolo libro ce n’è da vendere.

Solo che, bè ecco, come dire, a doverlo riassumere, fatemi trovare le parole, insomma, cioè, bo, ecco sì, per dirla alla Henri Bergson: “la persistenza della pippa”.

7 commenti:

  1. hahahaha :-D
    Poi non ti lamentare se uno cerca chiappe guerrafondaie (ehm.. ero io quello), pippe e pipini e arriva qui.

    Da notare che tu parli di libri e io me ne esco con un commento davvero brillante! Non c'è che dire!

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    1. Sto cercando di adeguarmi al target del grande pubblico ahahah XD

      (giuro l'ho fatto senza pensarci, sò scaricatore di porto inside) :D

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    2. Va benissimo così, ragazzuola, che io faccio parte del grande pubblico :-)

      E poi ti puoi divertire per vedere quali parole pruriginose conducono a te! Vuoi mettere lo spasso? E' questo il vero obiettivo di ogni bloggaro :-)

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  2. volevo dire tante cose, ma il punto B mi ha colpito molto: L'invasione degli ultracorpi, appunto (siamo ancora in mezzo a esseri umani??? ne dubito molto, hanno formattato perfino le valigie...)
    Questo racconto me lo ricordo perché lo avevo letto prima di conoscere la Sonata di Beethoven; poi quando l'ho ascoltata mi sono detto boh, ma che c'entra? E' musica distesa, piacevole...
    Però è vero, Tolstoj lo si legge sempre volentieri, non importa nemmeno il soggetto.

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    1. A parte gli scherzi, mi ricordo che mi aveva proprio colpito il fatto che per mezz'ora di viaggio gomito gomito con altri occhi e teste, non avessi MAI incrociato lo sguardo di nessuno. Me n'ero fatta una questione di principio, e alla fine li guardavo tutti in attesa che qualcuno confutasse la teoria degli alienati. Niente! E poi sono scesa dal treno apparentemente senza pensarci, ma in realtà un fondo di malinconia è rimasto. Una scena triste, ecco cos'era.

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  3. La penultima volta che ho preso quel treno, mi sono imbattuta in una giapponesina sfigatissima che era stata appena scippata a sua insaputa. Classica scena del treno che arriva in stazione in ritardo, si attende la discesa dei passeggeri e si sale incrociando ancora qualcuno nel corridoio. C’era un gruppetto di giovani zingarelle che si muoveva furtivamente, uno di quei gruppi che incontri sempre sui mezzi pubblici romani. Non è razzismo, è pura constatazione dei fatti essendo stata derubata un paio di volte. Per fartela breve, ci sediamo, dopo pochi minuti arriva il controllore con in mano un portafogli vuoto, eccezion fatta per un paio di documenti con tanto di foto che gli hanno permesso di individuare l’unica asiatica presente sul vagone. Il controllore continuava a parlarle in italiano; lei ha solo infilato la mano in borsa e ha iniziato a piangere. Ho cercato di dirle due parole in inglese e la povera (a cui era stato rubato un discreto gruzzolo) non ha fatto altro che ringraziarmi per tutto il tempo. Forse perché sono stata l’unica a mostrare un minimo d’interesse nei suoi confronti. Altro che casuali conversazioni in treno, ormai tendiamo ad azzerare qualsiasi rapporto umano.
    P.S. Riemergo dall’ennesimo lungo periodo di latitanza e non posso far altro che complimentarmi: ma che bella questa nuova versione del blog! Clicco estasiata.

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    1. Questa storia della giapponesina mi ricorda molto tutti i viaggi fatti in treno all'università (stavolta Venezia-Trieste) dove nessuno mi aiutava mai a tirar su la valigia pesantissima, e neanche a tirarla giù. Solidarietà cento sotto zero. Dovevo capirlo allora che dall'abbattere la solidarietà all'abbattere il fraternizzare, sarebbe bastato un battito di ciglia.

      Ma passando a cose allegre: grazie!!! :D Allora ti piace il nuovo vestitino del blog! Giorni fa mentre mi noiavo, ho deciso di rifare un po' tutto, così ho aggiunto bottoncini, liste di blog che seguo, cazzatine eccetera. Adesso il mio senso del cazzeggio è appagato per un bel po'. :D

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