Cose che mai nessuno vi dirà




Era una notte buia e tempestosa, due masnadieri  e uno yo-yo, in preda all’oscurità attendevano.

Uno di loro disse:

- A Giovà, ma tu li conosci i Fratelli De Goncourt?

- Chi, quelli che fanno ridere?

- No quelli sono i Marx.

- Ah, allora quelli del cinema.

- No, quelli sono i Lumière.

- Sei sicuro? A me pareva si chiamassero diversamente.

- Ho capito: tu parli dei Cohen. Comunque no, non intendevo loro.

- Ah, allora vuoi dire quelli della canoa.

- No, quelli sono gli Abbagnale.

- Ah, allora boh!

- Bontà divina, che razza d’asino mi tocca avere come fratello! Ma perché la prossima volta che dobbiamo fare una rapina  non ti porti dietro un libro, che male di sicuro non ti fa?

- E perché tu invece di fare il saputello, non mi dici chi diavolo sono questi Gourmet e la fai finita?

- Gourmet!!!!! Cosa odono le mie orecchie! Va, va, siediti e taci che ti erudisco io.

(Giovanni si siede mansueto nel cono d’ombra dietro il muro della banca; impossibile vederlo ma c’è, si sente l’odore delle Camel blu che fuma aspirando lentamente, e lo suiiiiisc dello yo-yo che tiene il tempo;  pazientemente aspetta che suo fratello Pietro incominci a raccontare).

E Pietro iniziò.

- Edmond e Jules De Goncourt erano due orfanelli incredibilmente fortunati. Quantunque la sorte li privò presto dei genitori, essi si consolarono a vicenda e crebbero all’ombra di una poderosa eredità. Inoltre non vivevano a Quarto Oggiaro ma in un quartiere della Parigi bene, e questo se sei orfano, è un dettaglio rilevante. Con i culetti al calduccio, e senza problemi economici, già da giovincelli incominciarono a collezionare opere d’arte,  anche orientali. Questa passione per il Giappone si estese fino alle loro abitudini quotidiane. Tant’è vero che la mattina mentre Jules prendeva il sole in kimono, Edmond progettava un giardino zen dietro il patio di casa.

I Goncourt si volevano un gran bene. Ed erano così affiatati che facevano tutte le cose assieme. Si svegliavano alla stessa ora,  uscivano per fare colazione insieme, compravano un giornale che tenevano un lato ciascuno per poterlo leggere contemporaneamente, avevano gusti identici, e si dividevano tutto. Persino Maria, l’amante, una levatrice che abitava vicino a casa loro, doveva fare i salti mortali per accontentarli tutt’e due in modo soddisfacente. Ma Edmond e Jules, che avevano un sacco di tempo a disposizione e un cervello creativo, decisero di avere nell’Arte un ruolo attivo, e si misero a scrivere. Scrivevano dappertutto e avevano da dire la loro su ogni cosa. Prima sull’arte e la pittura, poi saggi storici, infine romanzi e non solo. Nel 1851 infatti, iniziarono a scrivere il Journal, un vero e proprio almanacco sulla società letteraria del tempo, ove non c’è nome di artista su cui loro non avessero da parlare e anche da criticare. C’è chi disse che lo spirito  “da comari” avesse prevalso sulla critica genuina, e che in fondo il Diario (questo il nome italiano dell’opera), fosse un’antologia dei vizi altrui. E infatti si fecero anche dei nemici. A dire il vero se ne fecero parecchi, gli unici su cui non ebbero da dire furono Daudet e De Nittis, quest’ultimo noto per essere un pezzo di pane, e quindi inattaccabile. Ad ogni modo, ad Edmond e Jules non gliene fregava un tubo, e come molto spesso accade a chi lo sa fare (di fregarsene con stile) ebbero un gran successo. Quando passavano per strada, la gente gli lanciava fiori, ai bistrot gli offrivano il caffè gratis, i giornali chiedevano il loro parere su questa o quell’altra questione. Insomma erano degli intellettuali seri  e ricchi. E poi c’è anche da dire che il Diario venne pubblicato solo, e parzialmente, dopo la morte di Jules, il quale si perse un sacco di cose interessanti oltre alla pubblicazione della sua fatica a quattro mani: la Torre Eiffel, il Moulin Rouge, il Decadentismo che gli sarebbe piaciuto un sacco, e altre cose che per mancanza di tempo non sto qui a elencare. In compenso vide prendere forma la Parigi Haussmanniana, e questo basterebbe a chiunque per rimanere stupefatto per decenni. Insomma i Goncourt erano degli ottimi partiti.  Non c’era dama che al loro passaggio non facesse gli occhi dolci, gli inviti a cena erano immancabili, e a volte dentro le baguette,  Jules ed Edmond trovavano missive d’amore appassionate, e anche un po’ concitate. Ma i fratelli erano troppo legati per separarsi a causa di sciocchi affari di cuore. Perciò rimasero uniti e misogini. E com’è prevedibile ogni qualvolta si tratta di zitelle e scapoli convinti, anche maniacali. Si dedicarono anima e corpo al cosiddetto Naturalismo, e stabilirono che non sarebbero caduti mai nella vile tentazione di scrivere romanzi dove i protagonisti fossero di maniera, come fece invece “quel bimbominka di Hugo” (i testimoni riferiscono che si espressero proprio così). Perciò, con costanza e dedizione scrissero numerose opere, tenendo sempre ben presente la causa a cui si votarono: il realismo più puro, anche a costo di perdere l’occasione di una trama allettante e romanzata, secondo il gusto del grande pubblico. Sulla porta di casa fecero appendere un’insegna con su scritto “In Goncourt veritas”, e ogni  volta che si suonava il campanello, un meccanismo sofisticatissimo faceva partire un carillon sulle note di un jingle, che successivamente diventò famoso in tutto il mondo: “Nessuno ci può giudicare nemmeno tu, la verità ti fa male lo so..zan zan” . La loro collaborazione, fin quando rimasero vivi entrambi, fu felice e  assidua. Anche perché Edmond e Jules avevano uno strano modo di lavorare assieme. Ogni volta  che scrivevano qualcosa, si rinchiudevano in stanze diverse,  e cadauno buttava giù la stesura dello stesso capitolo ignaro di ciò che avrebbe scritto l’altro. Poi a cena, se li leggevano a voce alta, e all’ora del grog serale li fondevano in un’unica definitiva versione. I maligni erano certi che alla morte di Jules, il meccanismo sarebbe andato in tilt. Invece no: anche dopo la morte dell’adorato fratello, Edmond tenne alta la cifra stilistica delle sue opere, ma soprattutto la tenne uguale. Un mistero sui cui ancora adesso Piero e Alberto Chiara si arrovellano ogni notte, interrogandosi senza sosta ma con buona pace delle mogli che tanto li mandano a dormire in salotto, sugli aspetti tecnici della collaborazione fraterna, chi ideava la trama, chi faceva le descrizioni, chi sceglieva il titolo eccetera eccetera.

Per quanto tutte le loro opere siano degne di essere menzionate, quella più famosa è certamente Germinie Lacerteux, il calvario di una donna del popolo, la loro domestica. Germinie era quindi reale, e come tutti i personaggi avvolti dal ruvido panno della realtà, agli occhi del lettore ancora più sfigata. Ma la cosa che forse suscita più clamore, è che l’osservazione scientifica delle sventure di Germinie, avvenne solo dopo la morte della poveretta. Edmond e Jules, infatti, mai si erano accorti, pur vedendola tutti i giorni, di quale fosse la sua vita reale. Per loro fu un colpo atroce. Inutile dire che per farsi perdonare la svista macroscopica, i fratelli raddoppiarono lo zelo con cui indagarono a posteriori sulla sfortunata esistenza della loro domestica. Uno sforzo su cui anche i maldicenti contemporanei ebbero ben poco da dire, talmente l’opera venne eccellente e perfetta.

Nonostante la creatività di Edmond, dopo la morte di Jules, l’esistenza del fratello maggiore prese una piega vieppiù misera e ad esiti alterni. Ma prima di morire, Edmond fece in tempo a fondare L’Académie Goncourt, a cui lasciò tutto il suo patrimonio, affinché ogni anno venisse premiato il letterato che avesse prodotto la migliore opera d’immaginazione in prosa. Le condizioni che vincolavano il lascito furono ferree: il premio doveva essere assegnato solo dopo un pantagruelico pasto in ristorante, e il vincitore avrebbe dovuto brindare all’Accademia Goncourt e spernacchiare all’Académie Française. Il premiato inoltre non poteva vincere due volte. Unica eccezione fu Romain Gary, il quale vinse per la prima volta nel 1956, e la seconda nel 1975, quando  per sbaglio, mentre faceva gli anagrammi della Settimana Enigmistica in bagno, utilizzò il retro della busta in cui aveva messo il manoscritto, per annotare gli appunti dell’ultimo quesito della Sfinge. Sicché, l’opera raggiunse l’Accademia firmata da un certo  Émile Ajar, e vinse.

- A Piè, bella ‘sta storia, e se scrivessimo anche noi un libro? Già lo vedo scritto nel firmamento, “Le avventure dei fratelli Manofiacca”. Eh? Che dici? Si può fare no?

(Ma dall’oscurità, improvvisamente, i fari di una volante presero vita, il suono della sirena si levò alto e quasi canzonatorio. Che risposta diede Pietro non si seppe mai. Dello yo-yo nessuna traccia, anche se qualcuno giura che nelle notti più nere, si senta ancora uno suiiiisc stridulo e cadenzato ).

2 commenti:

  1. Stavolta ti sei superata! Stre-pi-to-so!!!

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    1. E pensa che il libro è ancora più strepitoso! :D

      Uno di quei casi, in cui nonostante l'accanimento della sfiga, riesci comunque a godere del romanzo, tanto è scritto bene.

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