Se esistesse il corrispettivo del Giuramento di Ippocrate anche per gli autori, molte frasi verrebbero da questa prefazione.

L'ultima frase di sicuro.


Edmond e Jules De Goncourt



Prefazione alla prima edizione

Dobbiamo chiedere scusa al pubblico se gli offriamo questo libro e avvertirlo di quello che vi troverà. Il pubblico ama i romanzi di fantasia: questo è un romanzo vero. Ama i libri che immaginano di penetrare nel gran mondo: questo libro viene dalla strada. Ama i piccoli lavori licenziosi, le memorie di fanciulle, le confessioni di alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo che si indovina da una copertina nelle vetrine dei librai. Ciò che sta per leggere è puro e serio. Il pubblico non si aspetti la descrizione scollacciata del piacere: lo studio che segue è la clinica dell’Amore. Il pubblico ama ancora le letture innocue e consolanti, le avventure a lieto fine, le descrizioni che non turbino né la sua digestione né la sua serenità: questo libro, con la sua triste e violenta novità, è fatto per ostacolare le abitudini del pubblico e per nuocere alla sua igiene.

Perché dunque l’abbiamo scritto? Semplicemente per urtare il pubblico e scandalizzare i suoi gusti?

No.

Poiché viviamo nel secolo diciannovesimo, in un’epoca di suffragio universale, di democrazia e di liberalismo, ci siamo chiesti se quelle che vengono denominate “le classi inferiori” non abbiano diritto al Romanzo; se questo mondo sotto un mondo, il popolo, debba restare sotto il peso dell’interdizione letteraria e sotto il disdegno degli autori che sinora non hanno parlato dell’anima e del cuore che il popolo può avere. Ci siamo chiesti se esistono ancora, per lo scrittore e per il lettore, in questi anni di uguaglianza in cui viviamo, classi indegne, sventure così miserevoli, drammi così sboccati e catastrofi di un terrore troppo poco nobile. È nata in noi la curiosità di sapere se questa forma convenzionale di una letteratura dimenticata e di una società scomparsa, la Tragedia, sia definitivamente morta; se in un paese senza distinzione di caste e senza aristocrazia legale, le miserie dei piccoli e dei poveri possano parlare all’interesse, all’emozione, alla pietà, tanto quanto le miserie dei grandi e dei ricchi; se in una parola, le lacrime che si piangono in basso possano commuovere come quelle che si piangono in alto.

Queste considerazioni ci hanno dato l’ardire di pubblicare, nel 1861, il semplice romanzo Soeur Philomène; e ci danno adesso quello di pubblicare Germinie Lacerteux.

E poco importa che questo libro venga ora criticato. Oggi, che il Romanzo si estende e si ingrandisce e comincia a essere la grande forma seria, appassionata, viva, dello studio letterario e delle inchieste sociali, ora che esso sta diventando, attraverso l’analisi e la ricerca psicologica, la Storia morale contemporanea, ora che il Romanzo si è imposto agli studi e i doveri delle scienze, può rivendicare la libertà e la franchezza. E il fatto che esso ricerchi l’arte e la verità; che mostri delle miserie capaci di non essere più dimenticate dai fortunati di Parigi; che faccia vedere alla gente del gran mondo quello che le dame di carità hanno il coraggio di vedere, quello che le regine di un tempo facevano sfiorare appena con l’occhio negli ospizi ai loro bimbi: la sofferenza umana, presente e viva che insegna la carità; il Romanzo abbia quella religione che il secolo scorso chiamava col nome grande e vasto di Umanità; gli basta: questo è il suo diritto.

                                                                                                           Parigi, Ottobre 1864

[Tratto da "Germinie Lacerteux"], Edmond e Jules De Goncourt (Fratelli Fabbri, Ed. 1970), Pag. 13

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