Marcello Fois è mio padre





[Prologo per pararmi il culo]: Senti Nuoro, hai ragione, scusami. Mi rendo conto, e confesso di essere una campanilista da strapazzo. Non vado mai in giro a curiosare tra i tuoi viottoli, non scopro angoli nascosti che evocano tempi andati, non magnifico le tue glorie, non ricordo le tue tante chiese, e quando voglio fare foto, esco da te. Un po’ però hai colpa anche tu. Sei diventata più grande e più grigia. Nella storia ti sei adagiata sugli allori dell’essere Provincia (*barrosa!) e non hai più mosso un dito per salvaguardare ciò che di buono avevi. Fortuna che esiste un Fois a rinfrescarci la memoria. Fortuna che c’è mio padre. Fortuna che esiste la memoria.

[Diamoci un contegno]: Ammetto di non saper parlare di questo libro, di sicuro so che il suo destino nello mio sgabuzzino mentale – disordinatissimo per carità, ma che vi frega, chi ci fruga dentro son solo io- è legato a due impressioni. La prima è che pare la versione ingentilita de Il giorno del Giudizio di Satta con il lessico ricco, poetico e famigliare della Morante ne L’isola di Arturo. La seconda, che più che un’impressione è una modificazione del mio stato d’animo, è che fa uscire la sarda che c’è in me. Perché questo grande paesone di oggi, un tempo, che non ricordo né io né voi, è stato un piccolo crocevia di anime, e se io fossi stata Borges, ah allora sì che avrei saputo come descrivere la Nuoro di cui si parla – dove austere casette s’avventurano appena/ offuscate da lontananze immortali/ a disperdersi nella fonda visione/ fatta di gran pianura e maggior cielo/ Tutte codeste, sono per il bramoso d’anime/ un pegno di ventura/ giacché al riparo loro/ tante esistenze s’affratellano/ sconfessando la prigionia delle case/ e fra esse con eroica volontà d’inganno/ procede la nostra speranza. – che per Borges poi, era la descrizione de las calles di Buenos Aires (capito? Buenos Aires, non Nuoro!), come a dire che tutte le città un tempo son state Rio Bo, e  come a dire che tutti gli uomini sperano; per Fois, il cui racconto sfrondato dai nomi fittizi, potrebbe essere un aneddoto dei tanti che ripete mio padre, come fossero mantra, forse per ricordarsi chi è stato e da dove viene, la speranza è quella di lasciare un segno, un’aspettativa universalmente umana, come si intuisce dalle parole di Borges, che ripeto, parlava di Buenos Aires, non del puntino che diede i natali alla Deledda. Così, se proprio dovessi sforzarmi di farvi capire, io che non sono Borges, né la Deledda, né mio padre, potrei dire che in questo libro si corre tra due strade parallele, una in cui arranca faticosamente il desiderio di creare “vestigia”, intese proprio come impronta, il voler forgiare la propria esistenza sapendo che qualcuno si ricorderà di cosa è stato e chi è stato, e una in cui procede spedito, il resoconto storico di una città antica, che sapeva di lentischio, mandorle e ginestra. Io e voi lettori, siamo lo spartitraffico in mezzo a queste due vie: voltandoci verso l’una, percorriamo le vicende sui cui si accanisce beffardo il destino di coloro che sperano, con lo stesso sguardo paterno del cielo di Pascoli – ricordate? ..E tu, Cielo/ dall'alto dei mondi sereni/infinito, immortale/ oh! d'un pianto di stelle lo inondi/ quest'atomo opaco del Male! – e osservando dall’altra, ci crogioliamo dentro la salubre scia di storie che non dovrebbero essere dimenticate. Due vie, due mondi, due realtà parallele, che possiamo far incontrare solo noi,  puntando lo sguardo ben fisso verso l’orizzonte, orizzonte che questa volta sì, è sia  il mio, sia il vostro, che quello del Borges di quasi un secolo fa.

*Barroso = termine sardo il cui significato è "arrogantemente vanitoso"

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