E le stelle stanno a guardare


Breve diaristica dell’autore in pantofole.


Ed ecco che un bel giorno Eugenides, mentre fa colazione  con la marmellata di fichi e le fette biscottate, si illumina d’immenso e dice alla moglie: “Oggi cara, voglio compiere una buona azione. Renderò la vita facile ai recensionisti  di tutto il mondo. A quelle coraggiose pennucce che leggono il libro prima degli altri, e dopo passano le pene dell’inferno perché devono sempre stare attenti a quello che dicono, a come lo dicono, e quando capita che muoiano dalla voglia di sviscerare la storia come una patella, per spiegare, per smania di condividere, non hanno altra scelta (poverini) che autocensurarsi per non rovinare la festa a quelli che verranno, oppure dannarsi l’anima per rendere visibile anche ai ciechi la scritta “spoiler” a caratteri cubitali, prima delle loro dichiarazioni. Orsù, recensionisti, rianimatevi!  Per questa volta sarò io a spoilerare il libro. A partire dal titolo: Le vergini suicide. Ta daaaan, secco! Due parolette e via, la fine della storia è ben che servita. Anzi ,metti caso non fosse abbastanza chiaro..no perché io li conosco i lettori di oggi, sempre attenti a coglierti in fallo, a sproloquiare sull’esegesi delle virgole, dei puntini di sospensione, dio che rogna quando fanno così, ecco, metti caso non fosse abbastanza chiaro, lo ripeto loro ogni tre pagine che le sorelle Lisbon passano a miglior vita senza passare dal Via. “

Al che la moglie, apprensiva come tutte le mogli che vedono il proprio marito gettarsi a volo d’angelo nelle braccia del fallimento, ratta contesta: “Ma Jeffrey, mio caro, sei proprio sicuro che sia la decisione giusta? (le mogli partono sempre molto alla lontana). Non v’è certo bisogno che sia io a ricordarti, che se inizi un romanzo svelando già la fine, è rischioso e magari un cincinìn presuntuoso (le mogli sono molto esperte nell’infiocchettare graziosamente epiteti che in altro contesto, e con altro tono, risveglierebbero subito l’amor proprio ferito dei loro consorti), ecco dicevo, non trovi sia un tantino azzardato pensare di riuscire a tener desta l’attenzione del pubblico, dal momento che sanno già come va a finire? Non ne convieni anche tu, caro? “

Ma Eugenides è già uccel di bosco, e quando la moglie si gira per saggiare la reazione dello sposo avventato, altro non scorge che un angolo della vestaglia da camera di Jeffrey che esce dalla porta. Nell’aria solo il profumo di una decisione già presa.

Le conseguenze di quella fausta mattina.

Ad oggi sappiamo tutti come andò a finire, sia la trama del romanzo, sia la fortuna del libro. Karen aveva torto marcio. Aveva nettamente sottovalutato il talento di Jeffrey, e da quel momento in poi, decise di non interferire più nelle brillanti illuminazioni del marito.

Eugenides, inoltre, come capita spesso nelle menti degli artisti, sapeva che in realtà spoilerando il libro non avrebbe rivelato l’autentica verità della storia, ma al momento in cui prese quella famosa decisione mentre sgranocchiava la sua colazione, non avrebbe saputo spiegare alla moglie perché era così sicuro di avere un asso nella manica.

Quella brutta faccenda dei suicidi delle ragazze, sbattuti in faccia già dal titolo, ripresi nell’incipit, e ricordati ciclicamente lungo il corso della storia, è inserito in un meccanismo basculante di cui ho capito il funzionamento solo alla fine.  

Bisogna far finta di guardare il mare dall’alto. Da questa prospettiva è chiaro che non sono i singoli pesci a far da protagonisti, ma casomai interi banchi. Tutto è corale dentro questo libro, persino noi lettori. Ecco dunque cosa si profila all’orizzonte guardando questa distesa d’acqua buia.

I giovani vicini di casa delle Lisbon. Ragazzini come tanti in un’età critica, che incapaci di afferrare l’attimo propizio per infrangere la gabbia invisibile in cui vivono le sorelle, seguono con una maniacalità da feticisti, le vicende delle Lisbon. Sono loro la voce narrante che spiega cosa avvenne, e di come non riuscirono a cogliere i sintomi di una  tragedia preannunciata. Il sudario di salvatori mancati con cui Eugenides li avvolge affettuosamente, ha l’effetto di renderci solidali con la loro missione.

Gli adulti. Che non possono mancare, perché alla fine sono i veri tasselli fondamentali della vicenda. I borghesi vicini di casa, che perennemente intenti a tessere la trama perfetta della loro felicità domestica da middle class, trovano comunque il tempo di osservare, attraverso le maglie patinate della loro impeccabile condotta, cosa succede sul prato del vicino; smaliziati dall’età, bigotti fino al parossismo, esperti sussurratori di verità scottanti, preferiscono sottolineare le defaillance di casa Lisbon, rendersi complici del mistero, piuttosto che denunciarne l’orrore.

I genitori Lisbon. Microscopico specchio riflesso del vicinato, sembrano i reali artefici del disastro. La micidiale combo tra un lui apatico e una lei oppressiva, aumenta esponenzialmente la velocità dell’impatto catastrofico, ma è solo l’esasperazione di una realtà più ampia, condivisa (inconsciamente?) dai vicini di casa benpensanti.

La scuola. Propaggine istituzionale della beghineria circostante, quieta la sua coscienza promuovendo encomiabili iniziative sociali, mentre col piedino ficca il marciume sotto il tappeto.

Le sorelle Lisbon. Unite nello sforzo di reggere titanicamente  l’inquinato mondo ipocrita che le circonda, ma troppo giovani per lanciare la torbida palla altrove, lontano dai loro piedi e dalle loro giovani vite, verranno sopraffatte, e questa è l’unica cosa che sappiamo dal principio.

Cioè dal punto in cui entriamo in gioco pure noi, passivi spettatori della storia, ma avidi di sapere cosa le ha portate a quel punto. Sic rebus stantibus, non siamo molto diversi dai banchi di pesci citati. Il voyeurismo con cui seguiamo il conto alla rovescia che ci separa dalla catastrofe, è lo stesso dei vicini di casa delle Lisbon. Neanche i ragazzini sono esenti da colpe, innocenti nelle intenzioni ma portatori della stessa eredità dei genitori, invero è probabile che non fosse solo l’età che ha impedito loro di intervenire.

Ecco perché Eugenides sapeva che iniziare dalla fine non sarebbe stato un errore. Alla moglie quel giorno non lo seppe dire, ma contava su noi lettori. Non per fiducia istintiva accordata all’autore, ma per un fisiologico bisogno di spiare e di sapere. Come quello che ci fa mettere le mani davanti agli occhi davanti a un film horror, ma nella scena più brutale spiamo da dietro le dita.  Perché siamo tutti infimi complici e giudici dalla moralità esemplare, finché si tratta di guardare la vita degli altri.

Persino le stelle.

P.S. Volevo aggiungere due cose, non sia mai che la recensione vi sia sembrata troppo corta (già vi vedo: “Ma come? Solo queste 4 righe?). Ecco, senza che mi smadonniate alle spalle, due cosucce brevi, lo giuro.

Primo: la Coppola con questa storia è riuscita a fare un ottimo lavoro. Uno di quei rari casi in cui il film è esattamente all’altezza del libro.

Secondo: fare paragoni con Middlesex  è impossibile. Temi diversi per corpo e per gestione. Unica costante: il talento di Eugenides.

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