Parlare di Gesù, è come cucinare spaghetti al pomodoro.





Un piatto, che nonostante l’ovvietà, va sempre bene a tutti. E tutti continuiamo a parlarne, a cucinarlo, e  a volerne godere, rifiutandoci categoricamente di considerarlo un piatto trito e ritrito.

Ben vengano le rivisitazioni, quali ad esempio decidere di fare il sugo alle polpette anziché il ragù,  oppure aggiungere tenere fogliette di basilico  e una spruzzatina di timo.

Nella storia sofferta di Gesù, il nostro rametto di timo è Pilato. 

Prefetto romano, antipatico e sgradevole per principio, ci dà finalmente la sua versione dei fatti per bocca di Schmitt. 

E non è una versione buonista; casomai è umana, probabile, e indubbiamente originale come il profumo del timo, se si considerano le angolazioni con cui siamo abituati ed assuefatti ad osservare la vita dell’Eletto. 

Poi… Eletto si fa per dire. Perché non è mica tanto detto che Gesù sia nato consapevole di essere il Messia, con la tavola da surf in mano casomai si fosse stancato di camminare sulle acque, e con il manuale dei miracoli  divisi per categoria in bisaccia. In fondo, se sulla croce si è abbandonato alla disperazione, chiedendosi se Dio l’avesse abbandonato, figuriamoci quanti di quei dubbi aveva già dovuto sciogliere in passato.

E allora perché adagiarsi nella faciloneria di voler attribuire  l’esitazione e il dubbio tipicamente propri della natura umana, soltanto a Gesù e ai suoi apostoli, e non estenderla a chi è stato protagonista della vicenda al pari loro?

La bravura di Schmitt quindi in cosa consiste? Nel raccontare la favoletta che già tutti sappiamo?

No di sicuro. La sua genialità sta nell’aver considerato in modo diverso ciò che avevamo già sotto gli occhi, ma a cui ancora non avevamo mai pensato. 


Pilato, esattamente come Gesù, è prima di tutto un uomo, e in secondo luogo, è al potere. Poteri diversi, indubbiamente. Se il Messia decide di fare surf in orari poco consoni, ecco che Pilato in veste di gestore dell’interesse comune può impedirglielo. Una volta stabilita e compresa la similitudine, vien da sé accettare di buon grado i dubbi di un uomo innanzitutto politico, che da una parte cerca di vincere i tentennamenti dovuti all’enigma della resurrezione, e dall’altra sente l’esigenza di conservare la razionalità necessaria per salvare se stesso e mantenere l’equilibro tra le forze centripete dell’infida Giudea.

Ecco la chiave che ha usato Schmitt. Raccontarci la storia da un punto di vista nuovo e ragionevole, senza calcare troppo la mano, e dopo, darci il colpo di grazia rendendoci gradevole l’evidenza dei fatti. Cioè che il mistero di Gesù morto e risorto è rimasto intatto e insoluto fino ai giorni nostri. E come ci siamo arresi noi, così ha dovuto fare Pilato davanti  all’esistenza di qualcosa che ci sovrasta ed è impossibile da dominare. Non importa a questo punto che sia la fede, Dio, o semplicemente l’amore verso l’altro. 

Importa invece che Gesù non è un piatto di spaghetti. Come Pilato non è una bacinella d’acqua con due mani che si lavano l’un l’altra. Piuttosto  sono due uomini, entrambi costretti a scegliere, entrambi condannati dalla Storia,  ma chi ce lo dice che non siano tutt’e due, casi di sospetta innocenza?

Per i curiosi: sappiate che Schmitt di questo romanzo, ne ha fatto anche una versione teatrale, a cui  secondo me, si dovrebbe assistere solo dopo una prima lettura del libro. La rappresentazione scenica infatti, data la ristrettezza dei tempi, ha il brutto limite di comprimere le giuste pause di riflessione a cui invece costringe il romanzo, e ad ogni modo l’applauso a scena aperta se lo meritano  tutt’e due, e senza bisogno di miracoli.


* Di Eric Emmanuel Schmitt ho letto anche: - Oscar e la dama in rosa;

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