Pan(ta) rei



Io già avevo capito tutto. 

Non starò qui a spiegarvi come e quando, ma già lo sospettavo. Mi sono accorta benissimo che Roma ha su di me un fascino ancestrale. Sento già sotto il brusio delle amiche onniscenti pronte a dire: “Ovvio, tuo moroso ci abita”. Ecco, tacciano ora ma non per sempre. Questa volta il fidanzatuccio non c’entra. 

Cioè c’entra, ma all’interno di un articolato rapporto causa-effetto. Secondo me infatti è un segnale che mi sia trovata l’aMMore proprio in capitale. E non è neanche un caso che ogni volta che vado a trovarlo, la linea A della metropolitana si inceppi, o per un suicidio (andato bene), o per sciopero, o per allagamento ecc ecc. Non è destino avverso il mio, è che Roma ha qualcosa da dirmi. 

Come non è un caso che questo libro mi sia capitato tra le mani. Girava e rigirava tra i miei contatti e mi attirava con la forza di un panino alla porchetta. E così, mentre Alemanno faceva finta di spalare la neve in qualche posto imprecisato della metropoli, io leggevo cos’è che ribolliva sotto la candida coltre.

Adesso gli allarmisti e gli attenti che hanno subito sbirciato di che libro si tratta, diranno “Ah, vabbè, ma sta facendo una delle sue classiche pantomime. Sta parlando di un fantasy”. 

Embè?

E quindi?

Non è che possiamo prendere per oro colato tutto ciò che proviene da saggi autorevoli o romanzi seriosi, e liquidare il resto come favolette. In fondo che le donne amano andare con gli stronzi era una cosa che diceva anche mia nonna nel 1922, però quando l’ha detto Marco Ferradini in una canzone, che dal punto di vista musicale è anche oscena, tutti a gridare alla scoperta del secolo. Da quel momento in poi, tutti a citare il famoso Teorema,  quando i poveri Flaubert e Balzac s’erano fatti un mazzo tanto per dire la stessa cosa (peraltro decisamente opinabile).

Quindi pane al pane, e vino al vino. 

Qualunque scoperta è ben accetta, purchè valida nel contenuto e non mi colga addormentata a due passi dallo svelare il profondo insegnamento. E se questo libro mi conferma ciò che io so, e che anche voi sapete in fondo, e cioè che l’ombelico del mondo siamo noi uomini, e  che il libero arbitrio ce l’abbiamo, non per scegliere se giocare al Mahjong classico o quello livello esperti, ma per poter dire di essere padroni delle nostre vite, e che il Bene, almeno nelle sembianze umane  non può essere esclusivamente bene, come il Male non può essere mai male assoluto, allora ben venga. 

E sono ancora più contenta se a spiegarmelo sono fate transessuali, fauni esibizionisti, orsetti graffitari, punk sarcastici e bambini perduti.

Ma badate bene: non è che l’indoramento della pillola sotto forma di storia allegorica, mi renda più simpatica la morale e di conseguenza anche ciò che l’accompagna.  Anzi, se vogliamo dirla tutta un neo questo libro ce l’ha pure.

E cioè che Dimitri, o si è lasciato prendere la mano dall’entusiasmo di vedere l’opera finita, e ha accelerato sul finale, che secondo me poteva essere un po’ più compiuto nell’inevitabile chiusura del circolo, oppure ha scritto la storia di getto, non avendo previsto prima l’evolversi degli eventi. E se da una parte la cosa gli fa onore, perché significa che è stato lui il primo a crederci, dall’altra va da sé che prima o poi ci si debba scontrare col baratro del “e adesso, come la faccio andare avanti?”. 

Eppure, al di là di tutto questo, che in altri libri mi avrebbe fatto abbassare notevolmente il giudizio, non mi sento di levargli che mezzo punticino arrotondando persino per eccesso, perché comunque Pan è un libro scritto benissimo, coinvolgente nonostante l’abbondanza di personaggi, ironico senza esagerare (ode sempiterna al fauno Temidoro), crudo ma senza scioccare, attuale come uno spread, sorprendente come un buono sconto alla Standa, e senza i buonismi esagerati del tutti vissero felici e contenti

Leggetelo. Anche senza andare a Roma. 

Ma se per caso ci andate, guardatevela con attenzione questa caput mundi, ove “mundi”  è suscettibile di essere declinato in Aspetti diversi, quello della Carne, quello dell’Incanto, e quello del Sogno. Sta a voi decidere da che parte stare.

E se siete come me, che ho imparato subito la lezione e dato che lo sciamano sciamaneggia, il lampione lampioneggia non vedo perché io non possa Noceggiare, allora potreste accorgervi già quando arrivate alla Stazione, di una cosa che ogni volta che la vedo mi fa sorridere dentro. Che secondo me è un po’ un messaggio di benvenuto a chi entra in questa città a qualunque condizione.




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