Caro Fabio ti scrivo







Non per distarmi un po’, ma per distrarre il pubblico con le mie farneticazioni letterarie.

Togliti la giacca e mettiti pure comodo che tanto parto da lontano.

Hai presente quando hai un problema di cuore e telefoni alle due amiche a cui tieni di più, che manco stessero seguendo un copione, avranno quasi sicuramente caratteri e modi di fare completamente diversi? E hai presente, quando dopo esserti consultato con loro, la notte vai a letto e ripensando al tuo problema, passi le ore a dirti - epperò la Clara c’ha ragione, in fondo chi se ne frega, anche se la Lisetta non c’ha tutti i torti a dire che dovrei affrontare la questione senza girarci attorno, vabbè dai per stavolta faccio come dice la Clara - e poi la mattina dopo ti svegli,  e telefoni alla Lisetta per dirle che ti sei risolto a fare, come t’ha saggiamente consigliato lei? Ecco, con questo libro hai raggiunto lo stesso risultato.

Perché devi sapere che nella lettura del tuo secondo romanzo, sono stata preceduta da due persone, le cui letture seguo costantemente e fedelmente, per la capacità che hanno di cogliere il nocciolo della questione, non so se mi spiego. Hanno sempre delle visioni illuminanti su tutto ciò che leggono.  E in questo caso hanno adottato delle posizioni non diametralmente opposte, ma divergenti di sicuro.

Ok, ok, mea culpa, io ho fatto lo sbaglio di aver letto le loro opinioni prima di iniziare il tuo libro, ma alla resa dei conti è stato un bene.

Perché se è vero che “la trama fa fatica a decollare per 150 pagine che non sono altro che una lista di episodi simpatici e commoventi”, dall’altra parte è anche vero che “Fabio ci prende per mano e ci porta dentro il cuore, i pensieri, i desideri, le abitudini degli anziani, dei pensionati, gli invisibili del titolo”.

E così a metà strada, o libro, mettila come vuoi, ho deciso che io sono d’accordo con tutt’e due.  E a fine libro mi sono accorta senza ombra di dubbio che la storia mi è piaciuta, anche se di stelle gliene darei una in meno di quelle date a Giulia1300 e altri miracoli, di cui ancora adesso sono innamorata.

Ma il problema più grande casomai, è spiegare a te il perché del mio giudizio.

In questi giorni ci ho pensato a intermittenza, ma la vera folgorazione l’ho avuta stamattina ascoltando la radio. Precisamente mentre ascoltavo l’ennesima rivisitazione di “Nel blu dipinto di blu”, sulla cui esecuzione cerco di sorvolare per non lanciarmi in dissertazioni sul modo di cantare dei novelli urlatori nostrani.

Il punto è che, (eh, abbi pazienza, t’avevo avvertito che l’avrei presa alla lontana),  prima di sentire questa canzone alla radio, ho pensato che in effetti il tuo libro facesse facile presa sui lettori, per l’uso di temi arcipopolari che fanno leva su ossessioni comuni. E siccome a me è piaciuto, un pochetto mi seccava di essere la solita allocca di turno che basta che gli dai un argomento tenero e un finale dolce perché subito cada in salamelecchi  e urli al miracolo.

Solo che non mi tornavano i conti sul tema dell’anzianità , e ascoltando “Volare” ho capito perché. La canzone di Modugno, oggettivamente bella, è una di quelle canzoni che insieme a molte sue contemporanee costituiscono le pietre miliari delle canzoni classiche per antologia. Così ciclicamente ecco che qualcuno ne fa una cover, qualcun altro la improvvisa in un concerto e così via. Perché in fondo sono canzoni in frac, che non vanno mai fuori moda.

Lo stesso si può dire riguardo ai romanzi. Ci sono temi che pur riproposti mille e più volte non stancano mai.  L’amore, la politica, l’amicizia e quindi anche la vecchiaia. Nel tuo caso però c’è una grattugiata di originalità.  Perché la vecchiaia sarà anche un tema scontato per guadagnare consensi, però è uno di quegli argomenti che il frac lo indossano nell’anima, non all’esterno.  Ti spiego: non so se sono io talmente ignorante da non aver mai letto libri che abbiano come oggetto esclusivo la senilità (si ok, tralasciando Il vecchio e il mare, che poi se stiamo a guardare, Santiago c’aveva un cipiglio che manco un ventenne), ma anche se ce ne fossero di famosi, ci metterei la mano sul fuoco  che vengono trattati in modo molto serio e di conseguenza doloroso.

Insomma, a parte le pubblicità sul sociale, gli apparecchi dell’Amplifon e i pannoloni per incontinenti, come diceva Jung, essere vecchi è estremamente impopolare, almeno a livello di coscienza letteraria. Ecco perché secondo me è un classico dell’anima. Perché pur non essendoci ampio materiale narrativo nel senso più leggero del termine (escludo quindi dall’elenco i saggi e i trattati geriatrici), è qualcosa che dai 25 anni in su ci punzecchia la mente, prima di sfuggita, poi di lato, poi in modo sempre meno velato, e alla fine ce lo ritroviamo dietro la tenda della doccia mentre pensiamo alla scaletta giornaliera degli appuntamenti. Eppure spesso e volentieri, ci si gira dall’altra parte e si fischietta facendo finta di niente. Va da sé, che è abbastanza insolito che a qualcuno venga in mente di farci un libro, perché da qualunque parte lo consideri è un tema a rischio. O ne parli con grande competenza e serietà, oppure lo dissacri.

Ed ecco che arriva la grattugiata di originalità:  tu hai scritto un libro che pur facendo leva su una cosa che ci smuove dentro, in modo più o meno pressante, riesce a commuovere e a divertire il lettore senza traumatizzarlo. Perché hai un modo garbato di far riflettere sulle cose che costituisce almeno la metà del tuo talento (l’altra metà è proprietà indiscussa della tua capacità di saper intrattenere). È per questo che la trama che decolla appena a metà libro  non mi dà fastidio più di tanto, come non mi dà fastidio il complotto per rapire Berlusconi, che sembrerebbe estremamente fazioso e popolare, e invece è ben equilibrato con il rimpianto dell’estinto “sano ideale comunista”. Perché è sempre delicato, ma non per questo superficiale. Per intenderci, se ad esempio mi dovessero dare una brutta notizia, io spererei che me la dicessi tu. Perché sei capace di addolcire la pillola, senza nascondere la verità.

Perciò sì: io il tuo libro lo trovo proprio bello; non sarà folgorante come il primo, che era rivitalizzante come un frappè energetico a metà mattinata, ma ha comunque la capacità di avvolgerti e scaldarti in un amorevole abbraccio come un rum più cioccolatino alle undici di sera, con tanto di copertina patchwork sulle ginocchia.

Inutile dire che a questo punto mi aspetto che il tuo prossimo libro sia come una spaghettata alle tre di notte dopo una serata alcolica, ma questo è un altro discorso su cui ci accorderemo più avanti, non c’è fretta.

E quindi caro Fabio, ti saluto,  scusa in anticipo se questa mia screditerà il tuo libro, che da adesso in poi verrà acquistato solo da ultra ottantenni, e merci por la proumenade, agam.



* Di Bartolomei ho letto anche:

4 commenti:

  1. La giovinezza è bella e amabile anche nei suoi difetti, ma la vecchiaia val poco, anche nelle sue virtù. (Theodor Fontane, “Effi Briest”)

    Sai che cosa si scopre quando si invecchia? Si scopre la propria giovinezza. (Romain Gary, “L’angoscia del re Salomone”)

    Invecchiare in fondo non significa altro che non avere più paura del passato. (Stefan Zweig, “Ventiquattr’ore della vita di una donna”)

    Un saluto.

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    1. Ummm, tra tutte preferisco ovviamente l'ultima frase, e poi sono ancora sotto l'indebita influenza della sferzata d'ottimismo Bartolomeiana :D

      Un saluto a te :)

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  2. Hai letto "Briscola a cinque" di Malvaldi? Fa una descrizione di quattro vecchietti aggrappati al bancone del bar strepitosa! Mi pare che come ambientazione siamo lì, ma a me manca Bartolomei...

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    1. Ho letto un solo libro di Malvaldi, "Odore di chiuso", e siccome non m'era piaciuto per niente, poi non ho più letto nulla di suo. Prima o poi ci riprovo. :)

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