Sul come un guardiaboschi produca più bellezza di un letterato dalle mani fini.




Gunner Huttunen è un mugnaio. Non si sa da dove viene, ma si sa che nei lavori manuali è bravo.


Non si sa cosa gli passa per la testa, ma si sa che quando è felice imita gli animali della foresta,  quando invece è triste e si sente oppresso ulula.


Queste poche caratteristiche sono sufficienti perché il paesino bigotto in cui vive, lo tacci di pazzia.


Adesso per un attimo estraniamoci dalla storia. 


Paasilinna è finlandese. Se per caso pensate di trovarvi davanti, un uomo dagli occhi di ghiaccio, dallo stile freddo e pacato, e dall'umorismo assente vi sbagliate di grosso. Paasilinna è un ex poeta, un ex giornalista, ma anche un ex guardiaboschi. E in questo racconto si vede, eccome se si vede!


Per fare questo romanzo Arto credo abbia mischiato i seguenti ingredienti:


-le inquadrature panoramiche della casa nella prateria (vi ricordate il telefilm? Quello!)


-Il manuale delle Giovani Marmotte, livello esperti


-4 manciate di tenerezza


-3 sporte di umorismo  


-2 spruzzate dell'umanità dei discorsi di Don Camillo con Gesù


-1 cucchiaio e mezzo della solitudine dell'Uomo Tigre


-l'ultima inquadratura di una qualsiasi puntata di Walker Texas Ranger, dove campeggia il lieto fine e viene dato largo consenso alla speranza (togliete però la parte in cui la certezza che i buoni vincono sui cattivi ha il sapore stucchevole e nauseabondo).


Mettete nel mixer il tutto e voilà: Il mugnaio urlante.


Ultimo ingrediente, ma non per importanza, è la morale, come giustamente ci si aspetta in un racconto scritto come dio comanda. I cattivi in questo libro sono l'ignoranza, la stupidità e l'ipocrisia della massa uniforme. Massa ancor più solidale quando si tratta di dar la caccia alle streghe; in nuce la morale rimanda a una frase di Basaglia:


«Voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire. »


E aggiungerei.. Specialmente quando il confine tra pregiudizio e reale malattia/insanità/invalidità sfuma dentro la mediocrità di chi attribuisce l'etichetta di “folle”.




*Di Paasilinna ho letto anche:


- L'anno della lepre;

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