E io che mi pensavo..





Che fosse una storia d’amore generazionale  fatta d’atmosfere accennate, come gli acquerelli che son seriviti a raccontarla.

E io che mi pensavo che quella copertina là, col motorino sotto la pioggia, e lui che aspetta lei, e lei con l’ombrellino aperto, fosse la promessa nonché la premessa di una storia delicata delicata, come una vellutata di funghi, che sembra niente e poi per tre ore fai ruttini alla champignon.

E io che mi pensavo che quell’alternanza di colori predominanti, fossero un po’ come il periodo blu e rosa di Picasso, che è un po’ come se facessi finta che ci fosse uno scorrimano dove il sentimento guarda dalla balaustra e sotto vede tutto un mare dello stesso colore del suo sentire che gli fa pure pendant con la cravatta. 

E io che mi pensavo che quelle tavole così belle, alternate a certe altre così brutte, ma brutte forte, che se non fossero dentro un libro, potrebbero anche essere un mio esperimento di collage, in cui mi diletto ad appiccicare una donna di Modigliani sullo sfondo di un depliant del Congo, fosse in realtà un tentativo di sottolineare qualcosa che avrei capito solo alla fine del libro.

E io che mi pensavo che con la dicitura “precariato degli affetti” si intendesse qualche meccanismo sentimentale così fragile e delicato che poi si dà la zappa sui piedi pur di non fare quel passo che lo consacrerebbe ad amore definitivo. Oppure che ne so, che fosse qualcosa di molto forte, o viceversa di molto banale, qualcosa che abbiamo visto e sentito mille volte, ma che inaspettatamente riscopriamo come nuovo, perché rivalutato dagli occhi e dal pennello di Fior.  

E io che mi pensavo che una donna incinta disegnata da una mano maschile in maniera così tenera, quasi struggente, in pose che nessuno si sognerebbe mai di immortalare, non potesse essere seguita da un  coito spennellato in modo così distratto e grottesco, dove l’unico desiderio che si ha guardandolo,  è quello di regalare un compasso a Fior, tanto per insegnargli che negli occhi, le pupille  dovrebbero essere parallele, in qualunque direzione guardino, e qualunque sia l’orgasmo che stanno inseguendo.

E insomma: e io che mi pensavo un sacco di belle cose, mentre invece ho solo scoperto che Cinquemila chilometri, fratto 17 euro di libro, diviso a sua volta per 40 minuti trascorsi a guardare una storia che non decolla, che estratto alla radice quadrata di 5 o 6  secondi di contemplazione stupefatta davanti a certe tavole bellissime, meno 10 minuti di riflessione al termine della storia, dà alla fine un risultato con la virgola. Che è una cosa che odio, perché quando c’è un resto, poi c’è sempre, e dico sempre, anche quell’insoddisfazione periodica che non ha mai fine.

Che vabbè: io in matematica sarò stata anche una capra, ma mi sembra che anche Fior non fosse un genio.

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