Ci siamo mancati per un soffio



Caldeggiato vivamente da un amico aNobiano, ho scoperto Roberto Bolaño.

È vero che se un amico al bar ci chiedesse di raccontar-ci, cioè di raccontar-gli la nostra vita dalla nascita, una volta iniziato, dopo l’esitazione dei primi anni in cui dobbiamo affidarci alla memoria dei nostri genitori, saremmo un fiume in piena.

Nessuna meraviglia quindi nello scoprire che Notturno cileno, è un flusso costante di passato e presente perpetuo.

Dovrebbero starne alla larga tutti coloro, che pensano di poter avventurarsi nel monologo di Bolaño cercando la fine dei capitoli. Come è impossibile riportarne citazioni, perché il libro stesso sarebbe da riportare. Una citazione lunga 160 pagine.

La notte del prete Sebastiàn Urrutia Lacroix, è un moto melodioso, vago e ondivago, che avvolge la sua memoria e la trasforma in struggente prosa, disperata e suggestiva come il Cile di cui travalica i confini.

Un percorso aspro come la storia di un popolo, ma in levare come la vita dell’autore.

E così ho scoperto che mentre io nascevo a Santiago, e venivo depositata tipo Marcellino pane e vino alle porte di un monastero, Bolaño prendeva il largo per la Spagna. Anche lui era nel pieno del suo percorso. Molto prima di dare alla luce le sue fatiche letterarie. Molto prima che traducesse la sua apocalisse interiore. Molto prima che io potessi avere modo di leggerlo.

Due anni dopo la sua partenza per la Spagna pure io lo seguii, anche se mi fermai un po’ prima, in Italia. Non credo che i mei genitori nel lungo viaggio Milano-Toronto-Santiago per venire a prendermi, abbiano pronunciato “Non sapevo neppure che libri portarmi da leggere all’andata e al ritorno, forse una Storia dell’Italia per il viaggio di andata, forse l’Antologia della poesia cilena per il viaggio di ritorno.” Ma nel campo delle ipotesi avrebbero potuto dirlo. E sicuramente loro hanno ricordo del crepuscolo cileno tremolante che lo stesso Bolaño aveva salutato due anni prima.

Quello che invece potrei dire io, ma non lui, il cui allontanamento dal Cile è diventato definitivo è:
“..e poi tornai in Cile, perché io torno sempre, altrimenti non sarei quel(la) cilena rispendente”.

Ma come disse qualcuno di cui non rammento il nome, “il ricordo è un modo d’incontrarsi”. E se per adesso, io e Roberto ci siamo solo incrociati  di sfuggita nel ’77, alle falde della Cordigliera, possiamo ancora ritrovarci dentro la poesia dei suoi libri, che sono ricordi suoi e un po’ anche miei, nonostante non ne abbia memoria.

1 commento:

  1. Come penso d’averti già detto, Notturno Cileno giace nella mia libreria da qualche mese ma non l’ho ancora aperto. C’è bisogno della giornata giusta per immergersi “in un flusso costante di passato e presente”.
    Intanto, nella vita reale, trovo che la noce moscata sia deliziosa nel purè e anche nel ragù. Non supero le dosi prescritte nel foglietto illustrativo. Baci allucinogeni!

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