Ode agli stoici genitori dell’infante Javier





Certo è, che Marìas da piccolo, non l’avrei voluto conoscere.

Mettiamo il caso che sia possibile usufruire di 5 minuti e prendere la macchina del tempo per tornare all’infanzia del piccolo Javier.

Eccolo lì, coi calzoncini corti, che vi aspetta sulla porta di casa perché voi lo portiate al parco.

Osservatelo mentre fiducioso vi dà la mano e vi incamminate assieme. Il tragitto scorre lento e sereno (il piccolo Javier è taciturno, ma questo vi assicuro, non è una garanzia di pace, è più come la quiete degli uccelli poco prima della pioggia torrenziale).

Arrivate al parco freschi e riposati, e siccome vi piace viziare i pargoli, vi dirigete col docile Javier dal gelataio.

Ignari della vostra sorte, vi rivolgete al bambino chiedendogli: “Tesoro, che gelato vorresti?”

E da qui.. l’inizio della fine.

Il Javier bambino pazientemente inizia: “Prenderei il pistacchio, se non fosse che quel verde, che non è lo stessa tonalità di verde del pistacchio che vende il gelataio sotto casa, mi ricorda il prato in cui, una domenica di due mesi fa, caddi sporcandomi i pantaloncini. E lì, c’era una bambina che mi guardava con occhi attenti, che forse erano quelli di una bambina sollecita, che ha già dei fratelli più piccoli ed è quindi per lei un istinto naturale avere quest’indulgenza negli occhi, che poi è la stessa tipica delle madri, attitudine che forse dovremmo riconoscere a tutte le donne, anche se in tenera età; oppure i suoi non erano occhi solleciti, erano occhi curiosi, come quando capita un incidente e il desiderio di sapere chi c’è a terra, è più forte di quello civile, di chiamare i soccorsi; o magari, si trattava più semplicemente di uno sguardo supplice, come se la bambina dagli occhi attenti desiderasse essere al posto mio, perché lei in quanto femminuccia non avrebbe potuto sporcarsi con tanta disinvoltura come facciamo noi maschietti. Ecco perché, ti direi pistacchio, ma per non lasciarmi andare ai ricordi, sceglierei invece la fragola, con quei pezzetti rossi che se guardi bene ti invogliano molto più del rosa acceso di tutta la pallina, che non è il rosa shocking del ghiacciolo Fior di fragola che mangiavano i miei genitori quand’erano piccoli, è più un rosa panoramico, che fa da sfondo a quei minuscoli pezzetti di fragola succosi, e che forse non sarebbero così succosi se andassimo a leggere la lista degli ingredienti e notassimo la presenza di coloranti, ma che comunque non leggeremo, perché da bambini si sa, l’attenzione è rivolta altrove, che non per questo è un altrove superficiale, ma è solo un altrove parallelo a quello degli adulti, e che in fondo si ricollega al rosa panoramico perché..”

A questo punto, probabilmente sarete già così  esasperati, che nel frattempo vi sarete suicidati buttandovi nel tritatutto delle granite, oppure avrete lestamente malmenato il padrone di un cane, liberato la bestiola invidiosi della sua incapacità di capire i discorsi umani, e dopo esservi impossessati del guinzaglio, avrete già legato il piccolo Javier a un palo, abbandonandolo al suo destino di bambino logorroico.

Invece, grazie al cielo, noi non siamo stati i genitori di Marìas, né i suoi babysitter. 

Marìas, sempre per grazia divina, è scampato alle nevrosi dei genitori, a molti tentati omicidi, ed è cresciuto sano e impaziente di dire. Ovvio che da grande sarebbe diventato scrittore. Autore di libri bellissimi, e magari in certi momenti lenti e digressivi. Ma volete mettere il piccolo sforzo di sederci con lui sul divano delle elucubrazioni, in confronto alla fatica dei genitori di tirare su un bambino a forma di ipotesi?

Mi permetto di parlare di libri al plurale, perché non è la prima volta che leggo qualcosa di Marìas. Abbiamo già incominciato a conoscerci con Domani nella battaglia pensa a me. E, se devo dirla tutta, Un cuore così bianco mi è forse piaciuto un pelo di più.

Forse perché è un libro camaleontico.

Leggendo di questo cuore tan blanco, vi avvicinerete pensando di appassionarvi a una storia normale, poi capirete che sì, la storia esiste, ma è la storia dei pensieri, non delle persone che diventano secondarie rispetto ai processi mentali che innescano. Ma occhio: è un inganno; dopo qualche capitolo penserete di aver sbagliato e di esservi immersi in un giallo; e dopo ancora, vi ricrederete e quando qualcuno ve lo chiederà, risponderete di essere alle prese con un trattato di psicologia, mentre alla fine giungerete alla conclusione che si trattava di un noir mentale. 

Un noir torbido, dove a essere sospettati sono gli istanti fugaci compresi tra il pensare e l’agire, dove tutta la partita si gioca nel rischio di sapere o di non sapere. Di dire o di non dire, consapevoli che qualunque scelta si prenda, la tonalità del cuore bianco può variare, e non è detto che l’unico paragone col bianco sia la purezza. Quasi 300 pagine per fotografare dei secondi, un flash di idee.

Indi, per non sfiancarvi io, prima ancora che leggiate Marìas, le conclusioni sono due:

1) La ridondanza macchinosa che i detrattori di Javier criticano come prolissa e superflua, è invece il nocciolo della spirale ipnotica dei libri di Marìas. È uno sbaglio di prospettive. Siete seduti dalla parte sbagliata del divano. Il plot nei libri di Marìas non esiste, ma persiste invece una sottile ma tenace ragnatela iridata, che collega le sue parentesi e digressioni. 

Quella è la trama serica, attorno al quale Javier ordisce i suoi ricami. Quella è la trama che avvince, sfinisce l’intelletto, eppure sgorga e disseta come una fontana.

2) Sulla scia dei punti interrogativi che Marìas semina ovunque, pensate se il poveretto, anziché scrivere libri, avesse dovuto affidare la sua sapienza ai 160 caratteri di Twitter. Avrebbe fallito prima ancora di cominciare, e al mondo avremo avuto due ubriaconi in più che affogano i dispiaceri nel vino. Lui e Saramago. Due verbosi con la cirrosi epatica. 


* Di Marìas ho letto anche:

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