Underwear: l’abbigliamento intimo dell’America




Guardando Facebook, mi sono resa conto che il mio paese di mare (specifico di mare, perché di solito sto in un paesone di montagna,  così quelli che sanno chi sono non vengono sotto casa a lanciarmi le uova marce) limita le scelte della gente. O la gente limita il paese, bah, chi lo sa!

Insomma: curiosando nei profili degli amici degli amici ( dove “degli amici” non è una ripetizione, è proprio che ficco il naso nelle cose dei terzi), mi sono accorta che i rapporti tra le persone nel mio paese di mare sono tutti a filo doppio, terzo, quadruplo e via dicendo.. Nel senso: quando ero adolescente, c’erano le classiche cricchette, che tra di loro mal si sopportavano. Così se A, usciva solo con B, C e D, era ovvio che guardasse con disprezzo E, che usciva solo con F,G e H. Naturalmente questo si rifletteva anche sui primi filarini, che si intrecciavano sempre con elementi della propria cricca.

Ma siccome si era nel ventesimo secolo, capitava anche che il primo filarino non fosse anche quello che poi sarebbe arrivato all’altare. E così, grazie al socialnetuorc più pettegolo del mondo, ho scoperto che le cricche  di un tempo, adesso non esistono più, o se esistono sono capovolte.. Così  A se la spassa allegramente con H, mentre Z vive felicemente con B, e D è l’amante segreto di P, che si è dimenticato di quanto aveva sofferto in adolescenza quando la metà dell’alfabeto lo prendeva in giro per l’acne e la forfora.

La cosa mi fa tenerezza e anche un po’ di rabbia, soprattutto per le donnine, che se hanno avuto l’ardire di sperimentare un po’ , adesso possono vantar di essere “conosciute” da tutti, considerando che i maschi appetibili erano sempre quei 5 o 6.

E con questa brillantissima considerazione che sembra portare a “Tutto il mondo è paese”, arriviamo a due risultati: il primo è che anche voi potrete andare a rinfoltire le schiere di coloro che fanno “pat pat” ai miei genitori, che per la loro diletta speravano in un futuro migliore di quello di  “gossippara” via internet; il secondo risultato è che ora avete lo spirito giusto per affrontare questo maestoso libro. (Son furbissima eh!)

Dovete infatti affacciarvi ad Underworld come se fosse un grosso paese, e voi ne foste il sindaco. E parlo di primo cittadino, perché non voglio cadiate nell’errore di guardarlo con gli occhi del turista alla festa del patrono, dove tutto diventa bello e colorato, persino la cacca della mucca.

Non è così, dovete far finta di essere colui che si preoccupa del bene della collettività, ed entrare in casa di ognuno dei vostri paesani, a guardare cosa succede. Anche mentre dormono o pensano.

Può essere a tratti commovente, se entrate nell’attimo in cui accadono micro  macro drammi familiari, ma può essere anche che vi troviate in viaggio con qualcuno di loro ad ascoltare i suoi pensieri più intimi. Potete trovarvi davanti a una palla da baseball e seguire i suoi rimbalzi per tutto il paese, chiedendovi dove vi porterà, ma potrebbe anche cadervi l’occhio, sul bidone della spazzatura antistante il giardino di ogni casa. E magari capire molto di più da quello, che dalla dichiarazione IRPEF dei cittadini.

Perché se è pur vero che Schmitt nel suo “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” (di cui io non ho letto il libro, ma ho visto almeno una decina di volte il film, occhio alla colonna sonora che è portentosa),  dice che:
«Quando vuoi sapere se il posto dove ti trovi é ricco  o povero, guarda la spazzatura. Se non vedi l'immondizia né pattumiere, vuol dire che é  molto ricco. Se vedi pattumiere ma non immondizia, é ricco. Se l'immondizia é accanto alle pattumiere, non é né ricco né povero: é turistico. Se vedi l'immondizia e non le pattumiere, é povero. E se c'é la gente  che abita in mezzo ai rifiuti, vuol dire che é molto, molto povero»,
 è anche vero che la spazzatura è una cosa che ci accomuna tutti, non solo perché la produciamo, ma perché noi stessi lo diventiamo, ed è a lei che tutto torna.  Forse torna persino la palla da baseball di cui seguivate i rimbalzi.

Underworld, non è una sciocchezza. È un intero mondo, che vi costringe a concentrarvi su ognuno dei personaggi, a consolarlo, a spronarlo, a criticarlo, e a dirgli in faccia che è più noioso di un incudine, eppure a seguirlo preoccupati fino alla fine. Fino a quando non chiudete il libro, guardate Facebook, e vi accorgete che appartenete allo stesso mondo di cui parlava Don DeLillo.

P.S.  Ho parlato del mio paesino di mare come se fossi un’osservatrice esterna, e non parte integrante, proprio perché non vivendoci per tutto l’anno, non sono mai stata considerata una di loro nel senso più stretto della parola, e anche perché a dirla tutta, da adolescente ero una timida cozzetta, perciò non c’era proprio nessuna materia prima per fare dei pettegolezzi su di me. 

2 commenti:

  1. Ero rimasta indietro con la lettura dei tuoi post. È fantastico quest’intreccio tra la quotidianità e i libri che leggi.
    E poi è da tanto che devo leggere qualcosa di Don Delillo. Toccherà recuperare quanto prima.

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  2. Underworld sicuramente merita, ma bisogna anche dedicargli un sacco di tempo e concentrazione. Non è esattamente quella che si può definire una lettura da spiaggia :)

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