Danza come se nessuno ti guardasse




Poi uno dice che è parziale.
Ma Murakami, come si fa a non adorarlo?

Io sono veramente entusiasta.
Credo che questo sia il settimo libro che leggo di Haruki. A parte che non mi ha mai deluso, ma è una continua escalation. Prima di iniziare a “danzare”, quando mi chiedevano da quale libro cominciare, io consigliavo sempre di leggere per primo “L’arte di correre”, per capire cosa vuol dire essere scrittore con stile al giorno d’oggi. Haruki non scrive mai difficile, ma nemmeno da licenza elementare, cosa tipica invece di molti altri autori contemporanei, dove questa mancanza di aggettivazione poi viene etichettata come prosa minimalista, secca, asciutta, e allora voilà, ecco uno scrittore promettente; come dire che se Lapo Elkann, si limitasse a non usare i congiuntivi e a parlare poco, potrebbe scrivere un libro, e passare per un grande scrittore. 

Poi  solitamente consigliavo di leggere “L’uccello che girava le viti del mondo”, o “La fine del mondo e il Paese delle meraviglie”. Bellissimi tutt’e due, ma estremamente surreali. E in fin dei conti ciò che  colpisce di Murakami è proprio questo. Rendere possibile ciò che non è tangibile, né quasi pensabile.

E adesso, leggo invece “Dance dance dance” e rimango nuovamente a bocca aperta.

Non mi sono mai lasciata coinvolgere così tanto osservando una danza impressa solo sulla carta.

All’inizio credevo che fosse una mazurca, passi in sequenza e poi giro, passi in sequenza e poi giro, poi mi sono resa conto che Haruki scrivendo stava ballando un valzer. Dove si gira continuamente.

Leggere l’avventura del giornalista freelance senza nome, come quasi tutti i protagonisti principali dei libri di Murakami, significa lasciarsi travolgere da ciò che vive, allo stesso modo in cui ci si lascia cullare dal ritmo di Strauss. Una volta abituato l’orecchio, basta lasciarsi andare..Un-due-tre, e sei a Sapporo sotto una neve fitta a guardare un albergo sinistro, che fa da ponte coi tuoi desideri. Un-due-tre, e sei a Tokyo, con una tredicenne introversa che sente cose più grandi di te e di lei, un-due-tre, e sei dentro un cinema, a guardare per l’ennesima volta la schiena di un’amore perduto e irraggiungibile. Un-due-tre, e sei in una stanza d’albergo  che esiste solo nella  tua fantasia, a disperarti perché hai capito di volere la realtà più di ogni altra cosa. Ma  se ci fate caso, come in ogni valzer viennese che si rispetti, quando finisce la musica, e il silenzio che precede l’applauso sembra quasi faccia più rumore, non tutto quanto è immobile. Nonostante i ballerini ormai siano fermi, congelati nel passo finale, gli abiti ancora volteggiano, i lustrini in movimento  ancora luccicano, fino a scemare lasciando posto all’applauso della platea. Murakami mi fa questo effetto. Ogni volta che finisco un suo libro, c’è ancora quel moto intrinseco  alla storia che continua a danzare dentro di me, fino a scemare e diventare una sensazione  che si adagia su di me, e ne diventa parte. Ed è forse il momento che preferisco di più. 

Nel mio carnet di ballo ci sarà sempre posto per Murakami.
Perciò danzate e godetene tutti.

P.S. Caro Haruki, l’Italia ti deve piacere proprio tanto se in una storia  come questa hai trovato il modo di “spacciare” anche la  ricetta  degli spaghetti aglio, olio e peperoncino. :)


*Di Murakami ho letto anche:

Nessun commento:

Posta un commento