Moratoria per sostituire Dickens a Tonino Guerra nello spot sull'ottimismo (che non mi ricordo qual è, ma tanto avete capito)




Recensione per quelli frivoli.

Orbene, chi pensate potrebbe essere Dickens, se vivesse ai nostri tempi?
Probabilmente un mix tra il regista di Beautiful, e il regista di una qualunque telenovela sudamericana.

I personaggi ci sono tutti. C’è quel paio di nuclei familiari attorno al quale la vicenda si muove, la contrapposizione tra il Bene e il Male, e l’effetto cliff-hanging, che ti tiene incollato alla vicenda grazie a rivelazioni spettacolari, (in cui si scopre che il figlio di Pilar, in realtà era figlio di Diego, che amava la cugina Linda, la quale però amava Carlos, il quale aveva ucciso Antonio, che però si era salvato, e si era sposato con Juanita la Bonita, che a sua volta era la cugina spuria di Altagracia, la quale aveva lavorato nella pampa, dove aveva conosciuto Carlos quando era uscito di prigione, e gli aveva confessato un terribile segreto, che Diego aveva scoperto, e aveva detto al figlio Manuelito, che altro non era che….),  ecco dicevo appunto, che l’effetto suspense è assicurato.

C’è anche il finalone che fa contenti tutti, ma che lascia intravedere un eventuale prosecuzione della narrazione, tipo “Grandi speranze crescono”, “Grandi speranze trent’anni dopo”, “Grandi speranze al tramonto”, “Grandi speranze fa il testamento olografo”, e così via.

Ebbene, frivoli, non abbiate esitazioni. Correte in libreria e adagiatevi fra le  trame di questa storia ricca e avvincente. Non ve ne pentirete.



Se poi, siete troppo pigri anche per leggere, sappiate che c'è anche chi ve lo riassume tipo soap insieme (e questo sarebbe il bonus track) a "La ragazza di Bube".




Recensione per quelli seri.

Mentre nel  1860 noi italiani eravamo affaccendati a unirci sotto un'unica bandiera, Dickens era affaccendato a pubblicare quest’opera, raggiungendo il nostro stesso obiettivo in scala decisamente più vasta. Con sole 500 pagine, e senza muoversi di casa, ha riunito i sentimenti più umani sotto l’unica bandiera sempreverde della speranza.

E aveva ragione.
Se c’è una cosa che ci rende “vivi”, è proprio quella di lavorare per un sogno. C’è chi si arrende subito, e c’è chi ci sta dietro tutta la vita. In questo senso Dickens, ha scritto un libro per stakanovisti. La storia ruota attorno alla minuziosa costruzione, passo dopo passo, giorno dopo giorno, delle grandi speranze di Pip. E siccome si chiamano speranze e non manna dal cielo, ovviamente c’è chi gli mette il bastone tra le ruote, c’è chi subisce nell’ombra questo suo disperato sforzo di diventare qualcuno, c’è chi lo aiuta senza aspettarsi niente in cambio, e così via.

Non è importante, né ai fini della recensione, né ai fini del romanzo, sapere se alla fine Pip ce la fa.
E’ importante invece, la saggia, a tratti disillusa, ma in fondo sempre obiettiva bonarietà, con cui Dickens tratteggia le infinite debolezze umane, qualsiasi sia il percorso che i personaggi di questo libro sono impegnati a intraprendere.  Qualsiasi grande speranza stiano cercando di raggiungere.

Libro eterno in quanto sempre valido, per tutti e in qualsiasi epoca, ed empatico come pochi. 
Per tutto il tempo in cui sono stata impegnata con la sua lettura, mi sono comportata come il peggiore dei voltagabbana, tifando un po’ per l’uno e un po’ per l’altro, identificandomi in Pip, ma anche in Joe (a proposito, Joe santo subito!!!!), ma anche in Herbert, e in Biddy, e in Wemmick e così via.

E’ un libro che in casa dovremmo avere tutti, in bella vista, ad ammiccare da qualche ripiano della libreria,  per ricordarci qual è questa grande o piccola speranza per cui ogni mattina ci alziamo e viviamo.

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