Di come l'ingenuo lettore viene gabbato, e anziché leggere un romanzo, si avventura nelle fitte e deliziose trame di un testo a fronte



Per un attimo fate finta di essere ancora sui banchi di scuola.
Per un attimo siete di nuovo al Liceo.
Entra la professoressa di Latino e Greco.
“Oggi faremo Il De bello Gallico”. Bene!! 

Riuscite a vedervi? Siete quelli con la faccia annoiata in terza fila.
La vostra docente incomincia a leggere. Lei sì, che è concentrata. Perché sa. 

Voi potete forse capirne il senso, seguirne la musicalità, ma è pur sempre un’altra lingua. E’ latino, e voi non siete dei professori, siete degli allievi saturi e stanchi, in un qualsiasi giorno dell’anno scolastico, che ascoltano cose che tra dieci anni non ricorderanno più.

Ma fortunatamente, la vostra professoressa, è una di quelle persone che crede in ciò che fa. (è raro, ma a volte capita ancora di trovarne!).
Non è stupida, ha capito benissimo che la storia della Guerra gallica non vi attira più di tanto, e che la maggior parte delle sottigliezze stilistiche latine vi lasciano indifferenti.

Allora vi prende per mano, rilegge ogni frase e ve la spiega, se non vi è chiaro torna indietro. Vi spiega anche il contesto storico, ciò che Cesare pensa mentre scrive, vi illumina sulle parole fraintese e vi mette a disposizione i meccanismi adeguati per una corretta interpretazione.

E allora anche voi adesso, avete una luce diversa negli occhi. Quella di chi d’un tratto capisce, grazie a chi ha avuto la pazienza di spiegargli per l’ennesima volta ciò che c’era di  importante e di superfluo da capire.

Kundera è proprio quell’insegnante.
Non è tanto la trama che colpisce. Non sono tanto la storia di Franz e Sabina, o di Tomàs e Tereza ad affascinarci. E’ la pazienza con cui l'autore sviscera, sgomitola, comunica, confessa, adatta, delucida, sistema, illustra, afferma,  espone e traduce quello che noi da soli non potremmo capire di queste storie.

A distanza di anni dalla prima volta che l’ho letto, mi rendo conto che gli spunti di riflessione che Kundera regala al lettore sono infiniti, come mi rendo anche conto che non è un caso se dei cecoslovacchi si dice che “Co Čech, to muzikant” (“In ogni ceco, un musicista”).
Anche questo libro è una danza, a partire dal titolo, che non parla di un dozzinale quanto banale vuoto, ma attraverso il più bello degli ossimori, “l’insostenibile leggerezza dell’essere”, imprime il ritmo al coro polifonico dei protagonisti (cane compreso).

E se alla fine non avete ancora ben chiaro com’è che si declina la  parola "Amore", tranquilli.

Adesso Kundera torna indietro e ve lo spiega un'altra volta.

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