Volete scrivere un romanzo? Prima leggete questo.




Prima di iniziare a leggere quanto segue, dimenticatevi per un attimo quante stelline ho dato a questo libro. A prescindere dal fatto che possa essermi piaciuto o meno, è importante che vi renda edotti innanzitutto sulla sua funzione.

Per non farvela tanto lunga, direi che è la prova del nove per capire chi sa scrivere con cognizione di causa, e chi sa leggere.

Scorrendo le recensioni su “Mademoiselle O”(veramente poche a dire il vero), ho notato, con un certo divertimento, che quasi tutti i pareri negativi, a detta dei lettori, sono motivati dal fatto che questo non sia un romanzo. Dal fatto che sia noioso. Dal fatto che sia un’antologia di aneddoti (cosa vera solo in parte). Nessuno di coloro che l’ha giudicato deludente l’ha però definito con l’unica parola possibile: saggio.

E adesso, consentitemi una certa cattiveria.  Se il lettore, anche qualora fosse stato tratto in inganno dal titolo, che tutto fa pensare tranne che a un saggio, non riesce ad accorgersi della natura del libro già dalla decima riga, e qualora se ne accorga ma non gli venga la parola, decida comunque di abbandonarlo perché noioso, beh, allora che posso dire! Che si limiti  a leggere la Kinsella e Moccia.

Ecco perché ho parlato di prova del nove per i lettori.
Ma è anche una prova per gli autori.

Thirlwell, è sicuramente uno che ne sa. E su questo non v’è dubbio. Ma è soprattutto, cosa che traspare in tutte le pagine, un amante della letteratura. Della buona letteratura.

Mademoiselle O, è lungo  quasi 500 pagine. Io, che sono una dilettante, cercherò di spiegarvi in quattro righe cos’è che Thirlwell si sforza di farci capire.

Partiamo da un esempio facile facile.
Tutti noi, sappiamo che dietro un film, c’è un lungo lavoro. Se poi si tratta di un gran film, c’è dietro un’opera d’arte congegnata nei minimi dettagli. Noi ovviamente, siamo solo i fruitori di un prodotto finito, le nostre impressioni sul film sono certe e forti e possiamo solo immaginare quanto lavoro ci sia  voluto per riuscire a trasmettercele. E’ per questo che quando ci capita di vedere un backstage, o l’intervista al regista, spesso lo guardiamo con lo stesso interesse che abbiamo rivolto al film. Per rimirare l’arte nascosta dietro l’immagine. Per capire i “trucchi” di tanto splendore.

Thirlwell, fa la stessa cosa col romanzo. Ci racconta il backstage di titoli famosi e intramontabili. Ci spiega le intenzioni dello scrittore. E di quanto abbia penato per raggiungere un certo risultato.

Risultato, che Thirlwell chiama stile. Ma non inteso come composizione lessicale, ma come abito del romanzo. Non per niente lui stesso definisce lo stile come una “qualità di visione”. Da qui, l’ovvia conclusione che lo stile non sia soltanto il vestito con cui si confeziona la trama, ma diventi parte dei soggetti e sia allo stesso tempo anima del romanzo.

Ho parlato di ovvia conclusione. Ovvia mica tanto, se Thirlwell ci ha messo 500 pagine per riuscire a illustrarla. Ma sono 500 pagine indispensabili, anche se a prima vista possono sembrare confusionarie e caotiche.

Il giusto approccio a questo libro, è quello di pensare di ascoltare nell’auditorium della vostra città una lezione di e sulla letteratura, tenuta da uno studioso del settore. Una lezione di cui godere con spirito accademico. Evento, a cui farei partecipare, trascinandoli per i capelli se occorre, molti autori contemporanei, convinti ancora, e purtroppo aiutati dal consenso di molti lettori superficiali, che sia sufficiente sapere l’italiano e avere una buona trama per poter scrivere un libro che passi alla storia. Dietro un romanzo c’è molto altro.

Flaubert lo sapeva.
Gogol pure.
Cechov anche.
Balzac lo stesso.
Proust ugualmente.
Nabokov idem.
Tolstoj certamente.
Diderot altrettanto.
E come loro molti altri (ma comunque pochi rispetto alla quantità di scrittori esistenti).

Che poi è anche il motivo per cui i loro scritti, resistono all’evoluzione del tempo e dei costumi in qualità di classici, irrinunciabili e intramontabili. Una grande lezione, per chi la sa cogliere.

3 commenti:

  1. io avevo dato 4 stelline...diciamo che però il tipo è stato un po' furbetto, voleva scrivere un saggio, mi pare chiare, magari anche di divulgazione alta, ma l'ha travestito non centrando bene il bersaglio. come ho detto non mi era dispiaciuto, ma avrei preferito che giocasse meglio le sue carte: un vero romanzo sullo stile sarebbe stato un capolavoro ;-)

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  2. ehehe, sono andata subito a curiosare che avevi scritto tu.

    Secondo me Thirlwell s'è un po' perso dietro la sua voglia di far sapere al mondo il messaggio. Un po' come quelli che vorrebbero raccontarti il film migliore che hanno visto in vita loro, e aprono mille parentesi raccontandoti aneddoti sulle biografie degli attori, che per loro sono dettagli in più, ma per chi ascolta sono delle lungaggini inutili. A me è piaciuto comunque il suo spaziare, più che altro per invidia. Perché si vede che dietro c'è un lungo studio, e io davanti a queste cose rimango sempre in stato di estatica ammirazione. :)

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  3. per le sue conoscenze alzo le mani ;-)

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