Nella letterina a Babbo Natale, quest’anno metteteci anche i rimpianti!



Ci sono libri che si leggono in momenti sbagliati. E libri che si leggono in un periodo talmente azzeccato che viene da pensare che ogni frase sia riferita a chi legge.

Non posso dire di aver letto L’ultimo giorno felice né nell’uno né nell’altro modo. Però l’ho letto in una sola mattinata. Precisamente dalle 7:30 del mattino alle 13:45, sei ore durante le quali l’ASL, per un problema burocratico, è riuscita a rispedirmi all’Ospedale per  ben quattro volte. In tutto sei ore di fila.

Di certo non l’ho letto comoda. Ed è stato un bene. In un’altra situazione forse non sarei riuscita a inserirmi nella lunghezza d’onda giusta. Quella del disagio.

Il buon Ennio Flaiano diceva: “I momenti importanti della vita di una persona sono sette o otto; tutto il resto fa volume”. Ed è un volume sicuramente pesante se fatto di grigia quotidianità.

Però Tullio, sai che ti dico? Hai fatto proprio bene ad ambientare la storia in quel modo. Perché oltre alle sacrosante Feste Natalizie, non c’è niente di così stracciapalle come una gita organizzata in comitiva, insieme a tutta la famiglia, quando non sei dell’umore giusto. Ed esattamente come il periodo natalizio, non si può non pensare che se non lo si passasse più in quel modo, con tutte le abbuffate, le chiacchiere pesantissime dei parenti, le foto imbarazzanti  mentre alziamo gli occhi al cielo, ci mancherebbe.

L’ultimo giorno felice è un libro di rimpianti, senza voler rimpiangere. E’ una sequenza di pensieri a caso, come quelli che possono capitare a chi aspetta sei ore in fila, se non avesse un libro con cui distrarsi.

Un elogio alla relatività. Qualunque sbaglio si possa fare nella vita, anche quello più irreparabile diventa un evento che quasi quasi rivivremmo, se scoprissimo di avere ancora poco tempo a nostra disposizione. Ma nell’incertezza continuiamo a fare di testa nostra, e a odiare i momenti banali, dimenticandoci che niente è irrilevante, se continuiamo a ricordarlo.



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