Il lettore prima di tutto.



Non so se capita anche a voi, ma ogni tanto mi succede di leggere involontariamente una sequenza di libri, legati da qualcosa, una tematica, una situazione, un oggetto, che ricorre senza che io lo possa anticipatamente sapere, in tutte le storie. Ad esempio, negli ultimi tempi, ho letto diversi libri, e a distanza ravvicinata,  dove un ruolo decisamente significativo viene ricoperto da un cane. Ne “La porta” della Szabò, c’è il cane Viola. Nel libro di Fante, “A Ovest di Roma” c’è il cane Stupido. Nel capolavoro di Kundera c’è il cane Karenin, e via dicendo.

Questo per dire, che “Nel mondo secondo Garp”… il cane non c’è. 

Ahahaha, c’eravate cascati eh?

Va bene, ok, sto seria. Ricominciamo: questo per dire, che a proposito di tematiche ricorrenti, la lettura esattamente precedente a questa, è stata “Sardinia blues” di Soriga. Se c’è una cosa che non ho detto riguardo al libro nella relativa recensione, è che a circa metà romanzo, c’è una piccola perla che riguarda la sensibilità e le aspettative del lettore nel momento in cui si immerge in una storia qualunque. Ve la riporto per comodità:

"I romanzi, [...] non ne ho letti molti, ma quelli che ho letto, a me sembra che non sia sopportabile, la loro forma, questo fatto che pretendono di raccontarti la storia di una persona, di un gruppo di persone, però in realtà non lo fanno, c'è una trama, un inizio e una fine, e in mezzo compaiono dei personaggi, alcuni buoni e alcuni cattivi, e tu ti affezioni e vorresti sapere di loro, com'erano da piccoli e come erano i loro genitori, e cosa pensano dell'amore e della vita, cosa gli succederà quando decideranno di sposarsi, tutte le cose che è normale volere sapere delle persone che ti interessano, e invece gli scrittori ti danno solo poche notizie, quelle che servono per portare avanti la storia, insomma, io mi affeziono, poi non è che mi interessa solo sapere se il tradito si vendicherà o a chi verrà assegnata l'eredità o chi è l'assassino o se il poliziotto verrà ucciso in una sparatoria, io vorrei sapere tutto di quei personaggi, altro e altro ancora, e invece poi arrivi a un punto e c'è la parola fine, e questa mi sembra una cosa così arrogante, e così triste, perdere quelle persone per sempre, insomma hai passato un paio d'ore o di giorni con loro e poi non le riincontrerai più, non è che puoi sperare che ti chiamino al telefono qualche anno dopo e ti raccontino come stanno, niente, persi per sempre, allora forse gli scrittori dovrebbero pensarci bene prima di cominciare  scrivere, così, voglio dire, avere moltissime notizie messe da parte sui personaggi, raccontare davvero tutto, anche dopo che finisce la trama, altrimenti a me sembra che i lettori, almeno io sono così, poi ci restano male."  

Ecco, quando io ho letto questa cosa, ho pensato che è verissimo ciò che dice Soriga, è vero che un libro dovrebbe essere come quei film che sono tratti da una storia vera, che dopo la parola Fine continui a guardare lo schermo perché passano le scritte che ti mettono a parte di ciò che succederà ai protagonisti nel futuro. Che so: “Paolina verrà trovata morta dieci anni dopo, ammazzata dal proiettile vagante di un cacciatore che abusivamente sparava agli orsetti lavatori; Carletto, conseguirà una laurea in Dietrologia dei rimpianti, e vive felicemente con la sua famiglia, dietro la discarica comunale del paese.” Et similaria.

Così, quando ho finito il libro di Soriga, non sapevo che subito dopo avrei letto un romanzo che del  dettaglio ne fa uno stile. Irving, che già amavo prima di leggere le vicende di Garp, non solo è un fine cesellatore di momenti (istantanee descritte talmente bene, che ti rimangono impresse nella mente in modo indelebile), ma è uno che il lettore lo conosce bene. Almeno quanto lo scrittore  sardo, con la differenza che Soriga, come molti altri, si limita a comprendere le esigenze del lettore ma non gli va mica tanto incontro!
Oppure forse, Irving è perfettamente consapevole che dei  suoi personaggi ci si innamora, e così probabilmente, la prende come una responsabilità non lasciare niente al caso, e dirti, spiegarti, e raccontarti tutto, ma proprio tutto ciò che succederà ai protagonisti, alle piante, alle case, alle sensazioni. Qualunque sia il motivo per cui lo fa, è innegabile che gli riesca proprio bene. L’introspezione di Garp, le sue paure, i suoi difetti, le sue virtù, ne fanno un uomo reale, eccessivo forse in certe cose, ma proprio per questo, molto più umano del nostro vicino di casa. E mentre Owen di “Preghiera per un amico” avrei voluto conoscerlo e stargli vicino, per Garp è diverso. Garp è l’uomo che vorrei essere se fossi maschio. Peccato sia impossibile, sono sicura che fareste a gara per conoscermi. 

In attesa però (non si sa mai) che il miracolo avvenga, leggete Irving. E’ la formula perfetta per un investimento sicuro. La buona lettura non va mai in crisi.



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