GRRRRRRRRRR come GRass



Del fatto che Gunter scrivesse bene ci si accorge subito.
Soprattutto quando passa dalla prima alla terza persona con la leggerezza con cui il barista di fiducia, ti chiede se “oggi il croissant lo vuole alla marmellata o al cioccolato?”.
L’idea di basare la storia su un cambio di prospettiva è decisamente estrosa, e verrà persino ripresa in una famosa scena di un film altrettanto noto di fine anni ’80, in cui un insegnante di lettere invita i suoi studenti a salire sul banco, per guardare il mondo da un punto di vista diverso (sì, ricordate bene, è proprio “L’attimo fuggente”).
Se poi si considera, che questo è il meccanismo su cui ruota l’intero libro,  l’intera vita di Oskar, che a tre anni decide di non crescere più, per poter meglio spiare gli adulti dal basso verso l’alto, angolazione privilegiata di chi ne vuole spiare i difetti e le debolezze, allora non ci si può che levare il cappello e applaudire alla singolare creatività di Gunter.

Ma c’è una fregatura, e a parer mio, sta tutta nel cognome. GRASS.
E’ probabile che  Gunter, la sera in cui, seduto sul divano, non sapendo che fare, ha partorito le avventure di Oskar, forse avesse appena letto un tautogramma, cioè uno di quei componimenti in cui le parole iniziano tutte con la stessa lettera, e così, forse colto da un’improvvisa mania di grandezza e incoraggiato da uno scotch liscio, abbia deciso di estendere il concetto, scrivendo un’opera, che a volerla definire, finisce che si usino sempre parole contenenti le prime due lettere del cognome, GRass appunto.

E in effetti ci siamo, Il tamburo di latta è:
- un GRoviglio di situazioni paradossali
- un GRondare cinismo da tutte le parti
- un continuo agGRottarsi di sopracciglia per tutta la lettura
- situazioni GRottesche portate all’estremo
- atmosfere GRevi come funerali

Il tutto scandito dall’incessante rullare di un tamburo di latta rosso e bianco.

GRaffiante!!! GRandioso!! Da Nobel!!

Eppure faticosissimo, sia da leggere, che da digerire. Peggio che un’ernia più peperonata.
Vi dirò: lo consiglio alle persone molto depresse. Non certo perché dentro un libro del genere ci si possa rifugiare, ma perché il disagio nel leggerlo è talmente GRande e  GRatuito, che non si vede l’ora di finirlo, per tornare alla banale, vecchia e cara vita di tutti i giorni.

Nessun commento:

Posta un commento