In una giornata fate tutto: lo comprate, lo leggete e voilà..lo dimenticate.




Ecco un libro che mi ha deluso profondamente.
A sentir la quarta di copertina racconterebbe di un’insolita e delicata storia d’amore intrecciata con tradizioni lontane e ricette culinarie giapponesi.
Chi pensa di immergersi nella versione nipponica di “Chocolat” si sbaglia di grosso.
E mi sbagliavo anche io a rincorrere questo libro per mesi, perennemente in prestito in biblioteca e sempre esaurito in libreria.

E’ pur vero che si tratta di una storia d’amore insolita: una giovane donna che casualmente rincontra il suo professore di giapponese, e a forza di frequentarlo si innamora di lui.

Avete sentito bene: a forza di frequentarlo.
Perché è inutile che mi si racconti la favoletta dei sentimenti delicati o della magia nell’aria tra un  piatto di miso e uno di matsutake. A casa mia questa si chiama bozza, oppure trama approssimativa.

I casi in realtà sono due.

1) Il libro è stato pensato e scritto per lettori distratti e poco curiosi, a cui poco importa se la protagonista non ha una vita sociale e non si sa perché, non ha amici e non se ne sa il motivo, va sempre a mangiare fuori da sola, ma non si sa bene che lavoro faccia e manco si sa bene com’è fatta. [Il rovescio della medaglia di questa tesi, è che il lettore viene ampiamente sottovalutato.]

2)Il libro è stato volutamente congegnato in questo modo, quasi come fosse un progetto in fase di elaborazione definitiva, perché l’autore non vuole che il lettore badi agli aspetti comuni della vicenda, ma che viceversa, si lasci trascinare dalle sensazioni, partecipando emotivamente all’intrallazzo oltreoceano. [Il rovescio della medaglia  di questa tesi, è che l’autore viene ampiamente sopravvalutato.]

Purtroppo La cartella del professore non si attiene né alla prima, né alla seconda ipotesi.

Se Kawakami, di cui abbiamo una diapositiva, avesse voluto distrarre così tanto il lettore da fargli dimenticare “insignificanti” dettagli come la vita dei protagonisti, avrebbe dovuto impostare la trama su altri parametri (per intenderci, come potrebbe fare un Murakami con le sue trame oniriche ma estremamente tangibili), oppure dimostrare una sapiente arte per gingillare il lettore con livelli diversi da quelli comuni.

Ahimè per me, e per i lettori in genere, non c’è riuscita.
E così si ritorna punto e a capo. Cioè a dover fare i conti, con un lettore che distratto non è, e non avendo niente a cui aggrapparsi, se non la storia, arriva alla conclusione che una quarantenne senza amici, e senza interessi,  il cui unico svago è quello di andare in giro di sera a sbevazzare Sake, non può che innamorarsi, del primo che ha i suoi stessi orari e che divide con lei il bancone del bar. Pazienza se si tratta di un vedovo settantenne, con la passione per gli haiku e le passeggiate a passo veloce.




PICCOLE E GRANDI RIVELAZIONI

Eppure, nonostante il libro non mi sia piaciuto, non ho potuto fare a meno di  scoprire una cosa che mi ha di colpo illuminato su un eterno quesito che avevo, e che adesso non posso fare a meno di condividere con voi.

”Mi ha preso per mano, mi ha portato nella stanza di otto tatami e ha tirato fuori un futon. Io vi ho steso sopra una lenzuolo. Abbiamo preparato il letto come se per noi fosse una cosa  abituale. Senza dire nulla ci siamo sdraiati sul futon. Per la prima volta mi ha preso, con foga e vigore.”

Letto?
Notato qualcosa?
Come no!!!

Ok, partiamo dal quesito esistenziale che leggendo questa frase, ho risolto brillantemente.
Da dove proviene questo atteggiamento posato degli orientali, questa loro placidità interiore, questa saggezza che tutto pervade.. In altre parole: perché noi occidentali siamo impulsivi, nevrotici, stressati e facciamo un mucchio di cazzate, mentre loro si siedono sul fiume e aspettano?

Bè, una delle risposte la trovate in ciò che avete appena letto.
Facciamo un  esempio.
Innanzitutto do per  scontato che voi sappiate cos’è un futon. Ormai imperversa anche nelle case occidentali di chi vuol vivere zen, ed è un vero e proprio “materasso arrotolabile”(letteralmente futon vuol dire proprio questo), che dovrebbe poggiare a terra, o sul tatami se ce l’avete, proprio come la tradizione nipponica richiede, ma che qualcuno per comodità poggia anche su doghe, o volendo, vista la versatilità, anche sul fondo di una vasca quando furenti dopo un litigio, si vuole cacciare il partner dall’alcova. Personalmente, non ho nessuna  simpatia per il futon, anche perché non mi piace far lavorare i miei addominali per alzarmi dal letto, senza neanche aver offerto al mio corpo un caffè rigenerante. Mi sembra una forma di cortesia minima, che non mi sento di negare ai miei adorati muscoli di ricotta secca. Ma non divaghiamo, e torniamo all’esempio. 

Allora, fate finta: siamo in un posto imprecisato dell’Occidente. Un uomo e una donna si conoscono in un bar. Lui ci prova. Lei ci sta. Dopo un lungo sequel di alcolici mischiati ad arte, lui invita lei a casa  sua. Lei brilla e compiaciuta del  suo fascino, accetta. Lui, appena entrato a casa, sceglie a casaccio ma con posata naturalezza un cd di musica soft per creare atmosfera (lei non sa che lui in realtà ascolta solo i notiziari radio, e il cd l’ha scaricato da internet in vista di una serata come questa), quattro passi allacciati, palle degli occhi che si incrociano, e zac… tempo dieci minuti, e sono già in camera da letto che si strappano i vestiti di dosso con gli applausi degli ormoni festaioli.

In Giappone no. Stessa situazione ma con esito diverso. Perché una volta che la passione trascina i due potenziali amanti in camera  da letto, lui tira fuori…IL FUTON!!! E lei deve anche aiutarlo a srotolarlo bene e a metterci su il lenzuolo. Roba che nei dieci minuti occorrenti ad approntare il giaciglio, lei ha tempo di farsi passare l’effetto  del vino, di ricordarsi l’appuntamento preso per l’indomani alle sette e mezzo del mattino, di notare i boxer di lui con su scritto “I love Mum”, e di chiamare un taxi dal telefono di lui. Insomma: l’indomani avremo in Occidente, una lei che con orrore si chiede  chi è il tizio a fianco a lei nel letto, e in Oriente, una giapponesina vispa e frizzante che corre a un appuntamento di lavoro con una luce di saggezza che le brilla negli occhi a mandorla.

Ecco cosa ci frega in ultimo. Le cose facili, la comodità a portata di mano. Che sembra una cavolata, ma estendendo il principio, se ne può ricavare una filosofia che ci salverebbe da tre quarti dei nostri colpi di testa. Compreso quello di voler spendere a tutti i costi 18,50 euro per un libro che il giorno dopo averlo letto, è già nel dimenticatoio.

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